Francesca Incudine, L’Asino Che Vola, Roma, 11 gennaio 2019

A volte si arriva affaticati al venerdì sera, appesantiti da una intera settimana di lavoro; quando si è di gennaio, dopo i pieni di spinte e calore e cibo e pensieri buoni e cattivi delle feste, a volte la stanchezza è davvero accentuata. Magari fa freddo. E poi a Roma c’è l’abitudine di cominciare i concerti a ore improbabili. Quasi a dover pensare che la musica sia solo per giovani o per disoccupati con una buona energia fisica. Spesso però si ha la fortuna di incontrare l’energia e la bellezza dell’arte e così scompare ogni fatica. È accaduto non solo a chi scrive, venerdì sera - durante il concerto superbo della cantautrice siciliana Francesca Incudine all’Asino che Vola di Roma - ma anche a tutti quelli che hanno assistito. La sala era piena e attenta, rispettosa dello spettacolo. Concentrata; il gruppo degli “addetti ai lavori” entusiasta; tutti sono usciti dal locale con una sensazione di benessere e anche di leggerezza. Un regalo fatto dalla Incudine, dalla sua musica, dalla sua voce e dalle sue percussioni; ma anche da Carmelo Colajanni e Manfredi Tumminello, i due musicisti che l’hanno accompagnata e hanno arrangiato e prodotto con lei il suo secondo album, “Tarakè”, vincitore della Targa Tenco per il miglior disco in dialetto del 2018. Non è l’unico premio che la giovane cantautrice ha vinto, tra l’uscita del primo disco “Iettavuci” e questo secondo lavoro. In realtà anche dopo: è di ottobre la sua vittoria al Premio Bianca D’Aponte. 
E a Bianca D’Aponte la Incudine è molto legata; di lei l’altra sera ha cantato in italiano e siciliano “Ninna nanna in Re”. Immaginiamo che per Francesca sia particolarmente evocativa la figura della giovane cantautrice aversana (scomparsa troppi anni fa) dalla scrittura musicale matura e felice. Da lei si sente chiaramente ispirata e forse da lei arriva quel coraggio – che non è mai sfrontatezza – che sa tirare fuori sul palco. Una sicurezza straordinaria che la colloca – anche se forse ancora non lo sa – tra i grandi (e non diciamo “tra le grandi” di proposito: qui vogliamo proprio includere tutti) della musica d’autore italiana e la sua giovinezza ci fa sperare per lei in un futuro luminoso. Ne abbiamo avuto tutti la consapevolezza venerdì sera, assaporando la pienezza dei suoni e della voce, la gioia di essere lì a esprimere la sua poetica e la sua visione del mondo. Bravo Tumminello con la sua chitarra a sostenerla e a giocare con lei nei momenti di disimpegno: una vera colonna, non un accordo fuori posto o fuori misura. E poi i fiati formidabili di Carmelo Colajanni hanno dato il colore e il carattere al sound essenziale ma potente della Incudine. Che non ha avuto incertezze nemmeno aprendo il concerto con “Volta la carta”, doveroso omaggio a Fabrizio De Andrè, a venti anni dalla sua scomparsa. 
E nessuna incertezza, ma anzi poesia e gioia, anche nell’altra cover che ci ha proposto: “Lazzari felici” di Pino Daniele. Ma soprattutto nessun dubbio nel proporre le sue canzoni con la convinzione che il suo lavoro possa davvero servire a produrre benessere e cultura. Quando indossa i panni delle operaie che si gettano dal palazzo per non morire bruciate, come farfalle, in “No Name”, lei è davvero una di loro; è lei l’amore invocato, che non è possesso ma appartenenza, di “Quantu stiddi” (brano con cui si è aggiudicata il D’Aponte); è lei il fiore di tarassaco che dà il titolo al disco; è il tamburello stesso che suona con impressionante certezza in “Akila”. È anche la sua voce, quella che ha preso dolcezza e convinzione negli anni (lo abbiamo ben sentito quando ha cantato “Iettavuci”). E poi c’ è stata la sua voglia di continuare a spiegare con le sue parole. A volte incerte, altre volte ingenue. Con la loro inflessione dialettale chiara e decisa. Tutto questo fa pensare e fa formulare una ipotesi che va al di là delle vicende di un semplice concerto in un locale dal vivo di Roma in cui si incontrano gli amici. Ci fa pensare a Pasolini, che gridava disperato della distruzione della nostra storia, anzi, delle nostre storie, delle nostre origini, dell’orgoglio del nostro vivo mondo orale. Poeta veggente lui preconizzava il disastro per un Paese che aveva coscientemente distrutto le sue origini, inseguendo un mito di progresso irrealizzabile e finto, e già per questo nato morto. E chi confondeva il legittimo sviluppo con questa morte del passato e l’ideale internazionale in quello che ora chiamiamo globalizzazione non capiva costa stesse succedendo. Le risposte a questi scempi arrivano purtroppo con gelidi venti di sovranismo costruito a tavolino. Qualcuno ha inventato un passato che non è mai esistito. Una tradizione sterile perché egoista e stravolta nella sua essenza. L’unica risposta a tutto questo è la verità del pensiero e dell’arte di persone come Francesca Incudine, che credono nel valore di un messaggio, attraverso il dialetto, i suoni antichi e la forza e il coraggio della loro giovinezza. Nel 2019. In bocca al lupo. 


Elisabetta Malantrucco
Foto e video di Salvatore Esposito

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