Sirojiddin Juraev – Sirojiddin Juraev (Aga Khan Music Initiative, 2017)

Maestro di liuti a manico lungo dell’Asia Centrale (dutar, tanbur, sato), Sirojiddin Juraev è originario della città di Khujand, nel Tajikistan settentrionale. Da piccolo ha appreso a suonare il dutar, cordofono dotato di due corde; in seguito è stato allievo del maestro uzbeko Turgun Alimatov. Da studente alla Accademia del Maqâm di Dushanbe, sotto la guida di Abduvali Abdurashidov, Juraev ha imparato a suonare il tanbur, liuto piriforme dal manico tastato, e il sato, affine al tanbur, suonato sia con l’archetto che pizzicato. Oggi, Juraev è un affermato compositore di nuovi repertori per i suoi strumenti elettivi, concertista e membro di diversi gruppo, tra cui Soriana e Shashmaqom Ensemble. Questo disco a suo nome, prodotto dall’Aga Khan Music Initiative (www. akdn.org/akmi) lo vede in parte solista e in parte accompagnato in alcuni brani da Abbos Kosimov (percussioni) e Muxtor Muborakqadamov (setar); è un campionario della sua maestria, esposta nei diciannove temi del disco, sparsi tra originali dello stesso Juraev o di altri maestri del passato, e melodie tradizionali. Parliamo di composizioni appartenenti al sistema turco-arabo-persiano di struttura modale, sia che sia riconducibile alla musica classica shashmaqom sia che si tratti di musica popolare. Il musicista rivela grande padronanza strumentale, utilizzando diverse tecniche esecutive, esaltando le possibilità di uno strumento come il dutar che sembrerebbe limitato dall’essere provvisto di sole due corde: si ascolti il mirabile uso delle dita della mano sinistra in “Qushtor” o lo strumming, che può ricordare il rasgado del flamenco, in “Rohat” e “Kurram”. Anche quando imbraccia il tambur e il sato (la traccia “Navo-i dil”, scaricabile dalle piattaforme digitali), il virtuoso strumentista si produce in passaggi che uniscono sensibilità e tecnica, soprattutto con “Garduni Segoh”, “Tanovar” e “Didor”. In coppia con il percussionista Kosimov brillano “Mehan”, segnato da brillanti variazioni nei cicli ritmici, in cui la sezione ritmica la fornisce la doira (tamburo a cornice), la melodia folklorica “Ufar-iShahnoz-i Isfara”, dove l’accompagnamento percussivo è dato da pietre e metallo. Infine, “Zulf”, pezzo del compositore Muminov. Invece, il duetto tra cordofoni raggiunge le vette in “Ohangi Sharqi”, scritta in origine per dutar e mandolino, ma qui suonata con il setâr, il liuto variante a più corde del modello persiano, strumento che raramente interagisce con il dutar. I cambi di ritmo e la fusione dei diversi colori timbrici di dutar e setar illuminano anche il brano di commiato, intitolato “Sayr-i Badakhshan” (che significa “Una passeggiata attraverso Badakhshan”). Disco prezioso ed imperdibile per i cultori degli immensi tesori sonori dell’Asia Centrale. 


Ciro De Rosa
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