Shadi Fathi & Bijan Chemirani - Delâshena (Buda Musique, 2018)

“Delâshena” narra di un incontro fra due vite sensibili, avvicinate nella lontananza dalla terra natia. Conosciutisi a Marsiglia nel 2016, Shadi Fathi e Bijan Chemirani si scoprono vicendevolmente fluenti nel maestoso linguaggio della musica classica persiana. Shadi Fathi nasce a Teheran da genitori curdi. Nella capitale studia setar e shourangiz col grande maestro Ostad Dariush Tala’i duante la Guerra Iraq-Iran, imparando prima il repertorio classico, il Radif, per poi concentrarsi sull’interpretazione. Il proseguimento degli studi l’ha consacrata ad esperta musicologa, garantendole una carriera da concertista ed insegnante di musica classica persiana. Il rifiuto della vita tradizionale, ed un’ancor più forte vocazione per la vita da musicista live, l’hanno portata a trasferirsi nella capitale francese, ricca di cultura e di poesia. La storia di Bijan Chemirani è per molti aspetti differente ma simile nella sostanza musicale. Figlio del noto percussionista Djamchid Chemirani, emigrato in Francia negli anni ’60, Bijan scopre lo zarb, una darbouka a forma di calice tipica della musica iraniana, tra i muri di casa, ascoltando il padre ed il fratello Keyvan. Con la straordinaria padronanza tecnica e i contatti del padre, Bijan cominciò presto una carriera live e discografica particolarmente variegata ed importante. Le sue pelli si sono prestate, per citare pochi esempi, alla lira greca di Ross Daly, al contrabbasso di Renaud Garcia-Fons, alla voce di Sting e, in trio con Djamchid e Keyvan, alla Kora di Ballaké Sissoko. Lo scorso anno lo abbiamo visto coprotagonista dell’eclettico disco Taos registrato, composto ed arrangiato con cura maniacale con Efrén López e Stelios Petrakis. Nonostante le collaborazioni con svariati artisti del mondo della world music e la residenza francese, il disco mantiene un’anima esplicitamente iraniana con rari riferimenti a stili più contemporanei. Strutturato a la concept album, molti pezzi infatti non solo condividono il centro tonale ma sfociano l’uno dentro l’altro creando un continuo musicale, Delâshena trasporta in un viaggio di percussioni e corde squillanti. L’introduzione, “Hitchestân”, vede i due strumentisti supportare dolcemente la recitazione di un poema persiano, unico momento vocale del disco prima della chiusura con “Nemidânam”. La destrezza di Shadi Fathi è contemplabile in molte tracce tra cui spiccano “Pish-Darâmad Dashti”, “Rang-E Bahâr”, e “Yaldâ”, che si riferisce all’omonima celebrazione del solstizio d’inverno e alla cosiddetta nascita del sole. Anche Bijan brilla in diverse parti del disco, che lascia molto spazio a momenti di sole percussioni o a pezzi in cui queste possono assumere un ruolo trainante. “Péjvâk” e “Tchéhreyé Djân” si affidano alle dita sapienti del percussionista, il quale guizza sinuosamente tra polirtmie ed ornamenti a velocità non indifferenti. Il disco vede anche un duetto alle percussioni in “Azâdi”, Shadi è infatti un’ottima suonatrice di daf e zarb, così come Bijan è fluente al saz. Con un delizioso equilibrio tra ritmo e melodia, corniciato da un’eccelsa e risonante produzione, Delâshena sa sedurre ogni amante del genere, senza escludere necessariamente chi non sia avvezzo al modo iraniano di fare musica. 


Edoardo Marcarini
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