Raffaello Simeoni – Orfeo Incantastorie (Finisterre, 2018)

Compone, canta e suona da polistrumentista, attingendo a composite grammatiche musicali, nelle quali fa confluire, con disinvoltura, tradizioni musicali orali del centro Italia, monodie medievali, procedure polifoniche, infiorescenze “celtiche”, allusioni sonore africane e indiane, uniti a linguaggi extra-popolari e della contemporaneità. Lui è Raffaello Simeoni, musicista dalle «mani erranti», artista poliedrico, dedito a una costante ricerca etnofonica e timbrica, mescolatore di suoni e di tinte pittoriche, che con attitudine certosina da artigiano delle note cesella forme avvolgenti. Simeoni, già fondatore dei Novalia agli albori della world music italiana, è oggi l’autorevole voce tenorile dell’Orchestra Popolare Italiana dell’Auditorium Parco della Musica, diretta da Ambrogio Sparagna. La sua ultima produzione solista (in realtà, ha intorno a sé una bella cerchia di musicisti e amici) è un doppio album di ventuno, tra canzoni e temi, intitolato “Orfeo Incantastorie”, di cui Simeoni ha realizzato anche la grafica. Il disco è pubblicato a otto anni di distanza da “Terre in Vista”, scritto e suonato a quattro mani con Massimo Giuntini. Ancora più lontano, poi, è “Mater Sabina”, la precedente incisione del musicista reatino. Nell’intervista, Raffaello Simeoni ci conduce nelle fascinose trame narrative di “Orfeo”.

Un disco doppio in tempi di fruizione dematerializzata della musica? Cosa ti è saltato in mente?
Avevo un sacco di materiale, da poter realizzare un quadruplo CD; negli anni ho trovato un mio metodo, dando al mio lavoro ogni giorno una disciplina quasi rinascimentale, la mattina cerco di lavorare di più ai miei progetti grafici, anche seguendo la luce del sole che per la pittura e il disegno è fondamentale, il resto della giornata lavoro in studio con la musica e i miei strumenti, in questi anni ho continuato a scrivere molto per il teatro, cinema e fiction. 
Essendo un cantante sono molto legato all’idea di canzone, all’importanza della parola, al significato del testo, ma sono anche un musicista che sperimenta con i suoni, sia con gli strumenti classici sia con quelli della tradizione, ma anche con l’elettronica e le nuove tecnologie, Scherzando, li chiamo “i miei strumenti del passato futuro”. Questo è diventato “Orfeo incantastorie”, due CD di canzoni, tante storie raccontate, senza sacrificare parti e brani strumentali, senza pensare alla durata, ma a quello che contiene, con pezzi solo di voce o suite strumentali di tre minuti. Dematerializzazione della musica? Sì certo, e grande confusione aggiungerei, vinile che torna di moda e diciamo che fa anche un po’ “figo”, ora anche il “nastro”; supporti dai nomi impronunciabili che vanno e vengono, piattaforme che vendono musica a peso come fossero salumi. Poi, il problema più grande che è il live: artisti e gruppi vecchi e nuovi che propongono il pacchetto repertorio popolare, pizziche, saltarelli e tarantelle; jukebox ambulanti con chitarre battenti, zampogne e ciaramelle che servono al pubblico – come grandi chef – piatti con “Tarantella del Gargano” nelle sette variazioni, “Brigante se more” in salsa, “Ruscii de lu mare” ed altro ancora. Se poi metti dentro “Bella ciao” e “Comandante Che Guevara” arrangiati con violoncello e pianoforte, conditi con un po’ di Irish, balcanico o mediorientale, puoi suonare ai grandi festival. La musica viaggia da sempre, con varie forme, solida, liquida, ma l’importante che dietro tutto, sia di qualità, sia originale, fatta di passione, sperimentale, eticamente corretta. Ho sempre cercato di fare questo, lavorando e concentrandomi sul contenuto. In questo doppio CD, come negli altri dischi, sono sempre più curioso, più libero, come un pittore e una tela su cui dipingere un grande quadro, con gioia e tormento, senza pensare a chi mostrarlo o dove esporlo.

Che idea si affaccia dietro il titolo “Orfeo incantastorie”?
La passione dell’incontro, la curiosità di un viaggio infinito, la vita, la morte, la natura, le religioni, l’arte e i suoi simboli, l’idea che la musica incanti il mondo e unisca i popoli.

Sei anche l’autore dell’immagini del disco. Prima hai fatto riferimento a questa tua seconda anima artistica. Ce ne parli ancora? 
Da sempre ho disegnato e dipinto utilizzando varie tecniche, e poi il legno, i metalli, la creta; l’idea della pittura che ho sempre avuto è quella di mescolare matericamente vari materiali, cosi come ho sempre fatto con la voce e gli strumenti. A un certo punto della mia vita, però, ho scelto, ho messo da parte matite, colori e scalpelli e indisciplinato come sono – da sempre – ho scelto la musica, questa mi faceva incontrare più gente. E poi il canto e i suoni riempivano il cuore a tutti. L’idea del pittore mi sembrava più intima, troppo isolata, anche se già avevo fatto qualche mostra in giro, incontrato grandi maestri come De Chirico, ormai vecchio, che mi aveva stimolato molto, ma il richiamo della musica era sempre più forte. Negli anni ho continuato saltuariamente a dipingere, con meno disciplina, qualche copertina di un disco di un amico, manifesti per concerti ed altro ancora, ad un certo punto tanta la voglia di dedicare alla mia passione, gli strumenti tradizionali, ho deciso di fare un libro dedicato ai flauti popolari del mondo, la loro storia, le origini, i suonatori, il loro suono, tutto illustrato dai miei disegni. Spero, presto in uscita…

Questa tua passione si è concretizzata nella grafica dell’artwork…
Anche la grafica di “Orfeo” nasce su un foglio color carta da zucchero, una volta usata per avvolgere i cibi. 
Si portava lo zucchero alle donne che avevano partorito un figlio maschio, ogni giorno ho  appuntato su questo foglio i simboli di Orfeo ed Euridice, giocando con pastelli e acquarelli, a modo mio inventando e reinterpretando il mito, il melograno che con i chicchi attaccati simboleggia l’unione tra i popoli, la frutta, simbolo di salvezza, purezza e fedeltà, il colibrì che rappresenta l’infinito, ma anche il coraggio per gli indiani nativi. E per i Maya il sole, la rana portafortuna che suona l’organetto, la scimmia, la fertilità, gli strumenti, la mia musica, i pesci, le foglie e il vento, il mio viaggio infinito.

Sembrano trascorsi secoli da quell’esperienza: cosa ti ha insegnato e cosa resta dell’approccio dei Novalia nella tua cifra musicale?
Abbiamo iniziato il progetto Novalia nel 1985, poco più che ventenni, e concluso da quasi quarantenni, con circa un migliaio di concerti alle spalle, sette dischi, un’evoluzione musicale continua, viaggi, incontri con tanti musicisti di generi diversi, tante esperienze sia nel live che in studio. Tutto questo mi ha insegnato un grande mestiere, fatto di giornate e nottate a scrivere, provare, emozionarsi e il giorno dopo distruggere tutto per ricominciare da capo. E poi l’importanza della melodia, delle lingue e dei dialetti, del Mediterraneo: un grande bagaglio che porto con me da sempre dai tempi dei Novalia.

Sono passati un bel po’ di anni anche da “Mater Sabina”, la tua ultima incisione da solista, quali le trame della tua ricerca in questi anni. Cosa può differenziare “Orfeo” dai tuoi precedenti lavori?
In “Mater Sabina” ho raccontato e inventato storie, tutte della mia terra, antiche e moderne, attaccate alla mia pelle, quelle dei miei nonni, della mia gente rimasta isolata e spesso dimenticata, vedi “Sabina Mater”, profetico brano dedicato alle liriche di Amatrice, che canta la lontananza dalla propria casa e dai propri cari. Dentro c’è tutto il mio vissuto, le mie scelte di vita, l’adolescenza, le radio libere degli anni Settanta, la politica, i vinili consumati, il lavoro fatto in giro per l’Europa negli ospedali psichiatrici, dove ho imparato ad accogliere, a restituire, a condividere con gli altri. “Orfeo incantastorie” esce otto anni dopo, con in mezzo un disco per me molto importante, “Terre in Vista” del 2012 scritto e suonato a quattro mani con Massimo Giuntini, 
un lavoro di passione comune per altri mondi musicali, quelli del nord, l’incontro tra la tradizioni popolare italiana, il suono del Mediterraneo e le culture cosiddette celtiche, non solo l’Irlanda o la Scozia, ma anche le Asturie, la Galizia e la meravigliosa Bretagna. “Orfeo” è un po’ di tutto questo, una raccolta di canzoni intense, che scavano nel profondo, che sviscerano emozioni, anche quelle più nascoste che tendiamo a sopprimere, quelle che dobbiamo necessariamente affrontare per continuare a vivere cercando ogni giorno l’amore, sia in un’era primordiale ed agricola sia in una industriale ed alienata.

Uno degli aspetti della nuova musica trad italiana è la limitata proposta di un nuovo repertorio cantato, che non riflettendo solo un’estetica e un linguaggio pop, attinga alle forme espressive della tradizione orale. Qual è la tua prospettiva, da artista che è immerso nelle forme della tradizione ma si muove anche nell’alveo della canzone?
Credo che spesso questa conoscenza della tradizione sia superficiale, utilizzata solo per essere riproposta su un disco e trovare qualche data l’estate, quindi sempre più gruppi cover che come ho detto prima scelgono sempre gli stessi brani. Nel nostro mondo musicale nessuno più scrive, specialmente una canzone, con l’idea, la forma e il rispetto della tradizione orale, purtroppo la cultura, la creatività da questo Paese sono state sempre allontanate. Sta a noi musicisti meno giovani, passare e divulgare la passione, il nostro lavoro, il lavoro di chi ci ha preceduto; creare curiosità, stimolare nuove idee, insegnare la poesia, la scrittura insegnare ad ascoltare all’infinito. Questo io faccio, guardando indietro e avanti, ai giovani rapper, la nuova tradizione orale del canto, quello che arriva dalle città, ma anche dalle periferie, i nuovi poeti a braccio che raccontano la vita che ci circonda, come nel brano “La Città mea”.

Quali sono le lingue di “Orfeo”? 
In passato, anche con i Novalia, ho sperimentato varie linguaggi (come il sabir), idiomi e lingue di altri Paesi. Penso e scrivo i miei testi nel dialetto della mia terra: “la Sabina”. Mi viene naturale, non ho mai pensato il testo o una storia per un brano, in italiano, e se anche con la voce faccio scorribande in altre lingue, la prima stesura del testo è in reatino. Poi mi piace sempre combinare e amalgamare insieme lingue, ma parto sempre da casa.

Quali le fonti di ispirazione per i testi di questo album?
Penso di aver letto tutto quello che è stato scritto intorno al mito di Orfeo ed Euridice, di aver guardato quadri e sculture di ogni genere, antiche e contemporanee, ma come sempre dentro c’è tutto ciò che giorno dopo giorno ci circonda, un film, una poesia una storia raccontata, di questo parlo nei testi di “Orfeo”, forse la più toccante storia d’amore.

In un brano come “Cecilia”, dove finisce l’ispirazione a una delle versioni della celebre ballata e dove inizia la tua parte compositiva?
Metto sempre nei miei dischi un brano famoso della nostra tradizione, anche in quelli precedenti , come “Da piccolo fanciullo”, “Il Cavalier di Francia”, “La Tortora” o “Donna Lombarda”, completamente reinventati e stravolti, miei brani originali, dove io ho costruito altre melodie utilizzando una storia esistente. Già con Novalia ne avevamo fatta una versione, in questa di “Orfeo” ho ripreso, rielaborandolo, il testo cantato da Italia Ranaldi. Molti fan mi chiedevano in quale disco fosse e siccome non era mai stata pubblicata ho deciso di metterla in questo.

Sono tanti i compagni di viaggio, provenienti da ambiti diversi: come avete costruito il suono “Orfeo”?
Ho un mio studio dove lavoro tutti i giorni ai miei progetti, lì sperimento, costruisco e sfascio suoni e idee, rielaboro brani e ascolto tantissima musica. Questo è il mio metodo di lavoro compositivo, a volte suono io tutti gli strumenti che fanno parte di un brano, dal basso alla ritmica, le chitarre, le mandole, i flauti, le zampogne. Alla fine, cerco una melodia e se sono soddisfatto scrivo il testo, durante questa fase ho sempre in testa l’idea di chi e cosa suonerà in quel brano. Molte idee vengono anche dai musicisti che chiamo a suonare, sia durante la registrazione che in fase compositiva. Delle volte, anche gli strumenti in base al loro suono ti suggeriscono idee nuove. Negli anni mi sono circondato di amici musicisti, che stimo molto e che hanno una loro vena musicale molto vicina alla mia: così è nato il suono di “Orfeo”.

Suoni strumenti antichi e popolari, se in studio ti avvali di un fine e qualificato fonico e musicista come Paolo Modugno, quali sono, invece, le sfide principali quando porti questi strumenti su un palco? 
Paolo Modugno è un amico storico, che mi ha insegnato negli anni come si lavora in studio; è la persona che rimette in fila il mio lavoro, spesso disordinato ed istintivo, ma anche un musicista che mi fatto conoscere tanti anni fa il suo mondo musicale e gli strumenti: l’oud, il saz, i tamburi a cornice del Medioriente, tutta la musica turca. Già suonavo strumenti tradizionali, avevo cominciato a dieci anni con un bouzouki accordato come una chitarra, tutti pensavano fosse un mandolino con un manico più lungo (erano i primi anni ‘70). Poi più tardi arrivò l’organetto e tanti flauti. Nei primi anni Novanta dopo tre dischi con i Novalia, l’incontro con Paolo è stato importantissimo perché ha dato forza e valore alla mia idea di musica e finalmente potenziato il suono che cercavo e che cerco.
Purtroppo, sul live ormai è sempre di più un’incognita, quando si può si porta un fonico personale; però, c’è anche da dire che, ormai, i tecnici live conoscono abbastanza alcuni strumenti della tradizione visto che l’organetto, i tamburelli e la zampogna sono spesso sui palchi anche pop. L’unica cosa raccomandarsi ad “Orfeo” come al Dio del canto…

Sei una colonna dell’Orchestra Popolare Italiana, qui preferisci organici meno numerosi: in solo, in coppia fino al quintetto. Quali le differenze sul piano sonoro?
Nell’O.P.I. il mio ruolo è quello del cantante, poi mi muovo sugli strumenti a fiato o a corda a seconda del concerto, utilizzo per lo più tutti i fiati della tradizione italiana (ciaramelle, pive, friscaletti e doppi flauti, mandola, chitarra, ecc.). Spesso le canzoni sono di tradizione e spesso rielaborazioni d’autore. Nei miei concerti utilizzo sia strumenti tradizionali italiani che del mondo, musicisti di altre culture con la loro strumentazione e formazione, strumenti anche elettronici, come sinth ed effetti. Mi diverte far passare il suono di una cornamusa attraverso un Delay o un Harmonizer, la mia voce combinata ad un Loop o altro ancora. Anche per questo il mio è un suono, che va da sempre verso un progetto di world music e di trance, e in cui c’è una continua ricerca.

Nel disco, attingi dalla tradizione del centro Italia e alla musica antica, ma c’è il tocco, diciamo, celtico e altri stilemi…
Per entrare nel mondo di “Orfeo Incantastorie” bisogna essere molto curiosi, molto disponibili a viaggiare, all’ascolto di un dialetto inusuale, a una voce utilizzata come strumento che parte dall’alto Lazio, passa per la monodia medievale e popolare, passa per la polifonia, attraversa il canto che
allude all’Africa, vocalizza come mantra indiani, vola sui cieli della Bretagna e del grande Nord, rimbalza nelle nostre città attraverso il rap e la trance. Ci sono tutti i miei suoni e le mie passioni, le cornamuse che derivano dalle nostre antichissime zampogne, i flauti irlandesi che arrivavano dai bansuri Indiani, le bombarde catalane insieme alle ciaramelle, gli chalumeau bretoni e i duduk armeni. Di ogni strumento che utilizzo ho studiato negli anni, storia, melodie e metodo, popoli e culture che li circondando, andando spesso sul posto d’origine a fare corsi e studi. Da tutto questo raccolgo.

“Kyrieleisong”, registrata dal vivo con maestri musicisti di gran livello, è uno dei cavalli di battaglia. Come nasce questo brano?
Volevo un pezzo live in questo disco, “Kyrieleisong” è stata registrata dal vivo sul palco dell’Auditorium di Roma, con tanti amici: Goffredo Degli Esposti, Gabriele Russo, Peppe Frana (dei Micrologus), Efren Lopez, grandissimo musicista spagnolo (già con L’Han de Foc e Labirinth Project). Poi ancora, Cristiano Califano e Attilio Costa alle chitarre, il grande Arnaldo Vacca alle percussioni. È stato registrato da Paolo Modugno. È un brano che è nato nel mio studio a casa, la voglia di scrivere una preghiera, un’invocazione alla mia terra, nell’arrangiamento originale in “Mater Sabina” avevo suonato tutto da solo, voce, chitarra e oud, poi ho aggiunto una percussione e la zampogna finale, negli anni tutti mi chiedevano una versione live: questa è la più bella.  

C’è un brano che più di altri può simboleggiare il disco?
No, non c’è un brano che simboleggia il disco, ci sono brani ai quali sono più legato, “Orfeo” è uno di questi, gli ho affidato l’apertura del mio lavoro proprio perché rappresenta un inizio ed una chiusura o la conclusione di tutto il lavoro che incontreremo dopo. 
È una canzone d’amore che racconta l’incontro, la partenza, la religione e anche l’istinto primordiale della gelosia, che può scatenare un sentimento così forte.

“Furtuna” è un brano di ispirazione corsa…
Un canto improvvisato a tre voci sovra-incise, una libera interpretazione del canto corso “Sette Galere”. Da sempre tutte le polifonie mi affascinano, le Sarde, le georgiane, le bulgare e di tutto il mondo. All’interno dei miei brani dedico tantissimo tempo a tutti gli incastri vocali possibili, la polifonia corsa è quella a cui mi sento più vicino e addosso per uso della melodia e per il dialetto che è molto simile al mio, basta pensare che molti dalla mia terra sabina emigravano proprio in Corsica, dove vivono molti Simeoni.

“Calexico” è un originale testo plurilingue, come nasce? A cosa si ispira?
Calexico è quel confine tra California e Messico dove si nasconde chi fugge dai paesi latini per poter raggiungere l’America del Nord. Proprio in questo periodo è tristemente di moda per la marcia di migliaia di persone dall’Honduras bloccate proprio li a Calexico. Il brano è cantato nel mio dialetto e in spagnolo, con l’amico colombiano Roland Ricaurte. Strumenti italiani, francesi (alla ghironda c’è Giordano Ceccotti), precolombiani, cinesi e africani si fondono in un “Human Planet Trance”, che parla del movimento dei popoli del mondo e della nostra “Involu-evoluzione”.

In chiusura si parla di Leonardo...
“Quanno l’amante giunge all’amata li si riposerà”, scriveva Leonardo da Vinci, grande genio italiano, anche suonatore di liuto e flauto. Ho ripreso un suo sonetto in “Contus Antigus”, brano che chiude il disco. 
Dopo tanto viaggiare per mari, per monti, frontiere, periferie e città, mete visibili e invisibili, tra i suoni del mondo, ritrovo la soglia di casa, così posso riposare per poi ripartire.

“Orfeo Incantastorie” sarà anche un live show? Come si svilupperà? Con quali musicisti?
Sto già portando in giro un concerto dove presento i brani di “Orfeo” e non solo, metto sempre alcune canzoni dagli altri miei lavori discografici, vista la situazione live in Italia devo fare sempre conti con budget sempre più bassi, quindi cambiare spesso organici: muoversi in sei o in sette persone non è sempre possibile. Normalmente, i musicisti che accompagnano le mie performance sono: Marco Iamele alle zampogne e ai flauti, Giordano Ceccotti alla ghironda e alla nychelharpa, Paolo Paniconi al piano, Cristiano Califano alle chitarre, Dario Carbutti al basso e Carlo Ferretti alla batteria e percussioni. Questo è l’organico stabile, poi, quando è possibile, Gabriele Russo, Goffredo degli Esposti, Paolo Modugno e Massimo Giuntini. Ormai si trovano incastri musicali infiniti, spesso mi muovo anche da solo, chiaramente presentando i brani con un altra veste o con l’aiuto di giocattoli tecnologici che mi hanno sempre affascinato. Ho cercato di scrivere canzoni che funzionassero anche solo con una voce e una chitarra, così come sono nate.



Raffaello Simeoni – Orfeo Incantastorie (Finisterre, 2018)
#CONSIGLIATOBLOGFOOLK 

«La musica e la pittura viaggiano con me attraverso l’armonia, la polifonia e i cromatismi, dall’antichità al presente», scrive il polistrumentista e cantante Raffaello Simeoni (suona nel disco oltre venti strumenti) nella breve introduzione al suo doppio album, il terzo da solista (si fa per dire, considerato il numero di musicisti che partecipano), in cui rivela il senso di una ricerca che intreccia colori e melodie, un raccontare la vita partendo proprio dalle composite confluenze dell’iniziale “Orfeo”, sviluppato tra echi di trallalero, lamento devozionale e beatboxing. Con “Antiche rotte” la latitudine sonora si sposta verso nord (ci sono la nyckelharpa, cornamuse, flauti irlandesi, organetto e percussioni). La grande tradizione dell’ottava rima dei poeti a braccio, giustapposta alla parola declamata e ritmata del rap metropolitano, si ritrovano in “Città mea”, uno dei passaggi migliori del disco. Cavallo di battaglia del musicista reatino è “Kyrieleisong”, registrata dal vivo sul palco dell’Auditorium di Roma. Qui, ci sono Goffredo degli Esposti e Gabriele Russo e Peppe Frana dei Micrologus, il virtuoso spagnolo delle corde Efrén Lòpez e il grande Arnaldo Vacca alle percussioni. Dalla lezione di Italia Ranaldi, cantatrice popolare dell’alto Lazio, proviene la rilettura della ballata narrativa “La Cecilia”. Il primo strumentale è “Hibernia”, mescolanza di un Irish reel e di un saltarello sabino. Il successivo “Fortuna” ci porta a solcare ancora il Mediterraneo, per approdare in Corsica: è un canto a tre voci (sovra-incise), un’improvvisazione ispirata a un canto corso. Incipit di zampogna (è Goffredo degli Esposti) in “Ninfa Mantra”, una ballata che si apre ritmicamente a un ciclo ritmico di raga con tanto di bansuri, sitar e tabla. In “Lagune” ritroviamo la cornamusa irlandese di Massimo Giuntini, mentre “Nomadi confini” assume la fisionomia di una lettera cantata: il protagonista scrive dal carcere a sua madre. Ancora, un incontro di timbri con la nyckelharpa, intrecciata con organetto, kaval e daf (suonati da Paolo Modugno). Il primo dischetto si conclude con l’andamento iterativo della strumentale “Lullaby”, suonata con chitarra e ukulele. Il secondo CD ci regala subito la bella voce di Susanna Buffa in “Euridice”, cui segue la ninnananna “Aquilone” per chitarra, saz e guanzì (oboe popolare cinese). Gli umori cambiano decisamente in “Calexico”, dove il futuro-remoto timbrico è espresso in dialetto reatino e in spagnolo, con l’intervento vocale del colombiano Roland Ricaurte. L’amore per la pittura si rivela ancora nel richiamo all’artista trecentesco “Buffalmacco”, che musicalmente è una visionaria e surreale lauda ispirata all’nquieta arte pittorica di Bosch. Umori arabi trapelano in “Hennè”, mentre “Boio cantare” è un canto alla stesa, articolato tra jazz musica antica e atmosfere nordiche. Dopo la partitura autobiografica di “Incantastorie”, “Trasparenti sogni” rivela l’interesse sempre vivo di Raffaello verso le forme musicali medievali: qui corde e pelli antiche trovano sponda nella contemporaneità elettronica e nelle ghironde elettroacustiche. La drammatica “Fior de Mimosa” racconta storie di ieri e di oggi di un amore atteso con trepidazione che non ritornerà. Il commiato di “Orfeo” è il nostos, che si sostanzia in “Contus Antigus”, liberamente tratto dal sonetto di Leonardo da Vinci “Muoversi l’amante”. In definitiva, emerge la profonda espressività di un album a tratti lirico e delicato, a tratti potente e deciso, fatto di pieni strumentali e di sottigliezze timbriche, di lessico fragrante e naturale, di vigore e di dolcezze canore; un lavoro rivelatore di un artista raffinato e attento: se si deve parlare di world music, allora ascoltate Raffaello Simeoni.  


Ciro De Rosa
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