Marcabru – Igloo Woman (Kaval Production, 2018)

Quartetto progressive folk di base in Romagna, i Marcabru nascono come prosecuzione ed evoluzione del percorso artistico intrapreso con I Musici, in cui militavano Fabio Briganti (bell cittern, fiddle, lapsteel guitar, armonica e voce) e Marie Rascoussier (basso, dulcimer, cigarbox guitar e voce). Dopo alcuni cambi di line-up, negli ultimi anni, il gruppo ha trovato la sua stabilità con l’innesto di Fiorenzo Mengozzi (batteria, darbuka, bodhràn e rumori) e Filippo Fiorini (didjeridoo, dan moi, nefir e kalimba) che hanno contributo in modo determinante nell’ampliare il raggio delle esplorazioni sonore del gruppo. Partendo dalla tradizione musicale romagnola che permeavano l’esordio “Folk Randagio” del 2007, il gruppo con i successivi “Derive” del 2011 e “Fotografii” del 2014 ha intrapreso un originale percorso di ricerca volto a ricercare le possibili connessioni tra le radici popolari della loro terra e i suoni della world music, il tutto declinato attraverso eleganti alchimie sonore in cui gli strumenti acustici si intrecciano con quelli elettrici. A distanza di quattro anni dal loro ultimo lavoro, i Marcabru tornano con “Igloo Woman” nuovo album che raccoglie dodici brani inediti che, nel loro insieme, proseguono il cammino intrapreso nel precedente (dove spiccava la splendida “L’ogre”) spostando ancora più avanti i confini delle loro sperimentazioni sonore. Dedicato alla memoria dell’irlandese Fiachra Stockman, insegnante di inglese e agitatore culturale della scena romagnola, il disco ruota idealmente intorno al concept di “Igloo Woman” seminatrice di incantesimi che ha perso tutto, anche il corpo, ma è in grado di materializzare tutto con il suo canto. L’ascolto rivela arrangiamenti in cui incroci ed attraversamenti sonori incorniciano ogni brano, imprimendo una intensa forza evocativa che esalta il lirismo dei testi. In questo senso rappresenta un valore aggiunto l’utilizzo ora di lingue differenti, ora ancora del dialetto romangnolo. Ad aprire il disco sono le sonorità irish del medley “Felix/Napoleone and Tom Williams’ March” nella quale spicca la partecipazione del piper Massimo Giuntini e l’intreccio nel testo tra italiano, romagnolo e francese. La successiva “I Vècc”, con testo di Nino Pedretti, che ci riporta in Romagna con il bel dialogo tra cittern e chitarra elettrica, facendo da preludio alla melodia distorta della title-track, incantesimo eschimese per un amore duraturo, nella quale fa capolino il charango suonato da Monique Mizrahi. Se la ballata narrativa “Tai Fun” è ispirata a “Tifone” di Joseph Conrad ed impreziosita dalla ghironda di Paolo Simonazzi, la seguente “Cumbia del Oso”, in cui brilla la voce di Veronica Gonzalez, è una danza circolare ipnotica che rimanda a “Discurso del Oso” di Julio Cortázar. La chitarra elettrica di Marco Di Nardo e la voce di Luca Romagnoli fanno capolino in “Dannati” folk ballad di matrice americana in cui vengono evocati “Damned” di Chuck Palahniuk e “This is water” di David Foster Wallace. Gli echi di “Master Of War” di Bob Dylan del blues desertico “La domenica dei cani randagi/Breizh Blues” in cui troviamo Cesare Basile alla cigarbox guitar, ci apre la strada ad una sequenza di brani che si muovono attraverso latitudini e longitudini differenti. Si spazia dal Sud degli States di “The Mortgaged Heart” su testo di Carson McCullers che sfocia nella danza bretone “An Dro 30/06” spinta dalla ghironda di Simonazzi, alla straniante melodia di “Incantesimo russo” per tornare alla Romagna con la gustosa “La Féin de’ Mònd” poesia di Tonino Guerra in dialetto romagnolo musicata per l’occasione. Il tradizionale svedese con “Var Det Du” e le sonorità yiddish di “Yerathe’el/Waltzer Disobbediente”, il cui testo richiama gli scritti di Igor Sinibaldi, chiudono un disco intrigante che non mancherà di sorprendere gli ascoltatori più attenti. 


Salvatore Esposito
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