Marcabru - Fotografii (Radici Music, 2014)

Il nuovo disco dei Marcabru - formazione italiana composta da quattro elementi e vari strumenti musicali (alcuni inconsueti - come il bell cittern, il mountain dulcimmer o la cigarbox guidar - e suonati anche in modo inconsueto, grazie a come sono combinati e all’uso di un’effettistica leggera ma efficace) - si intitola Fotografii e riflette un complesso di emozioni e atmosfere che difficilmente si ricondurrebbero a un unico gruppo. Lo scrivo trasportato da varie immagini seguite all’ascolto (i testi dei brani sono tratti da “tales” di poeti e autori contemporanei e non: da Italo Calvino a Victor Hugo, da Lewis Carroll a Hermann Melville), ma soprattutto spinto da alcune impressioni, incorniciate in una piacevole indeterminatezza e legate primariamente al passaggio dalla traccia sette alla otto: da “Fiori deformi” a “Canzonaccia dell’affabulatore esausto”. La prima è una canzone su testo di Silvano Agosti. Tratta di amore, e la costruzione musicale è molto rappresentativa della narrazione di questo gruppo “progressivo” (“progressivo” come il suo folk, secondo la definizione che emerge dagli stessi materiali di promozione), libero dalle molte e molto diffuse formule “popolareggianti” e, allo stesso tempo, legato a differenti suggestioni “extra-tradizionali”, che vanno dai vari folk anglosassoni a certe (più o meno riconoscibili) atmosfere post-punk, un po' cupe, “gutturali”, rielaborate dentro una sperimentazione sia vocale che strumentale. In “Fiori deformi” confluisce anche la visione che orienta il gruppo nell’uso della strumentazione, organizzata in modo convincente, oltre che originale. Difatti, nella linea armonica compare il didjeridoo, che si inserisce nello sviluppo del brano come il supporto ambiguo e ondivago di una chitarra distorta appena, la quale si alterna tra un arpeggio su tre corde e una frase (che diviene il tema musicale del brano) reiterata in alternanza alla voce. Il tema musicale, dentro cui alla fine confluisce tutto il brano, è invece articolato con l’aiuto di un violino - anche questo sottilmente distorto - che dialoga, sia sul piano ritmico che melodico, con gli altri strumenti (batteria e basso, oltre a quelli già citati) e si inserisce in un crescendo, che si asciuga all’unisono e fa riemergere la sola voce. Questa chiude il brano sussurrando (e definendo i contorni di un’atmosfera intima, riflessiva, quasi stanca), appoggiandosi su alcune “bacchettate” sorde, che accompagnano la sillabazione di “appaiono giorni deformi”, e mantenendo il ritmo accentato che è corso per tutto il brano. In generale l’atmosfera, sebbene aderisca all’evidente inquietudine espressa nel testo verbale, si trasfigura fino a divenire molto sognante (ma ferma, pacata, appesantita dall’andamento regolare della voce), grazie soprattutto al dialogo degli strumenti melodici, che si intrecciano e si sovrappongono attraverso una corrispondenza ricercata, un’equivalenza timbrica che ispessisce l’intera trama del brano. Subito dopo, con “Canzonaccia dell’affabulatore esausto” - musica originale della band su un testo del poeta e monologhista Roberto Mercadini - , si entra in un contesto ritmico differente, anticipato da un tema di banjo. L’andamento delle musiche qui è sincopato e apparentemente irregolare (il banjo si appoggia su una base di batteria leggermente contratta e ferma sul rullante, oltre che su una linea di basso quasi percosso, da cui escono le forti vibrazioni delle corde più gravi), fino all’arrivo del didjeridoo - che si inserisce con un bordone modulato su un range abbastanza ampio - e del violino. Quest’ultimo sviluppa un fraseggio più fluido, (apparentemente) divergente e in opposizione alla struttura ritmica portante. Ma - sempre secondo la formula dell’alternanza con la voce - con l’andare del pezzo la melodia diviene famigliare e, prima di sviluppare alcune soluzioni più estemporanee che portano alla chiusura del pezzo, si aggancia alle frasi del banjo, producendo un unisono intermittente molto piacevole. Nel complesso, la combinazione di questi elementi rappresenta la narrativa dei Macrabru e, soprattutto, riflette alcune soluzioni che ne determinano lo stile aperto, libero, ricco di citazioni (che rimangono tali e non deformano le formule espressive del gruppo), dinamico e non parossistico. Alla band - i cui componenti sono impegnati in progetti che vanno dalla musica alla liuteria, al teatro, al reading, ecc. - va riconosciuto il merito di aver individuato una direttrice originale, nella quale, sebbene gli elementi di tradizione orale non siano ravvisabili in modo netto, l’ispirazione generale si configura come innovativa. Soprattutto in relazione a un panorama musicale dove spesso si tende a rifare, a riprodurre secondo riferimenti a volte retorici e ridondanti, piuttosto che a rimodulare, ri-significare. In questo quadro, nella misura in cui Fotografarii definisce il profilo di una musica elastica e inclusiva, si intravede uno scenario più irregolare ma allo stesso tempo concreto, verosimile. Un po' come ci dice il gruppo stesso, che ha evidentemente costruito il suo racconto attraverso un confronto stretto con la tradizione letteraria internazionale, trascinandone qualche eco (e trasformandola in suoni nuovi e immagini plausibili) fin dentro Fotografii. D’altronde il principio è cristallino: “divertirsi e far divertire, raccontando le proprie storie a chi ha ancora voglia di seguirle”. 


Daniele Cestellini