DakhaBrakha, Southbank Centre, Queen Elizabeth Hall, Londra, 17 Ottobre 2018

Se siete abituati a pensare ai teatri inglesi come a luoghi semi-sacri dove l’ineccepibile ed elegante arte dei maestri classici si sublima in forme nuove e delicate, il palinsesto del Southbank Centre di Londra non potrà che stupirvi. Il teatro come luogo sociale è mutato assieme alla città e alle persone che la abitano facendosi un riflesso di queste ultime. Non stupisce dunque che questa venue, così come il Barbican Centre ed altre, sia motore promotore di cultura globale. Tra un concerto di musica classica, un’esposizione poetica di poetesse degli Emirati Arabi ed una mostra d’arte contemporanea spunta, Mercoledì 17 Ottobre, il nome DakhaBrakha. DakhaBrakha è un progetto musico-culturale ideato da Vladyslav Troitskyi, definito da alcuni il più grande impresario culturale ucraino, nel 2004. I protagonisti sono quattro musicisti polistrumentisti ed esperti di musica ucraina ed est europea. Ai cori a quattro voci con armonie insolite e dissonanti si aggiungono percussioni rombanti, strutture poliritmiche, un violoncello dirompente che talvolta si improvvisa contrabbasso, fisarmoniche, pianoforte, armonica a bocca e strumenti a fiato. Il risultato è un’abbondante ora e mezza di musica in costante evoluzione che ha lasciato a bocca aperta l’intera Queen Elizabeth Hall. 
Saliti sul palco gli artisti di DakhaBrakha tagliano corto: si siedono, sorridono ed iniziano a suonare. Il messaggio è chiaro: siamo ucraini e questa è la nostra musica. Il concerto si apre con gli incredibili incastri armonici delle tre cantanti e col tuonare dei timpani in “Татарин – Братко”. Se il primo brano è particolarmente rappresentativo dell’origine del gruppo, i successivi iniziano a mescolarsi con un vocabolario più moderno, europeo e globale. Nina Garenetska, che apre spesso le danze col violoncello fingerstyle (ad emulare un contrabbasso, non col pizzicato classico), definisce il groove delle strofe e passa di frequente all’archetto durante i ritornelli. Segue Olena Tsybulska abbozzando ritmi soul, blues e talvolta rock alle percussioni che la circondano. Si aggiunge presto la fisarmonica di Marko Halanevych, unico uomo del quartetto. Sebbene partecipi anch’egli al coro poderoso distintivo della band, è importante notare come la sua voce sia utilizzata più per aggiungere colore timbrico che armonico, rinforzando parti già coperte dalle tre donne. Questa tradizione canora tipica dell’Ungheria, come della Bulgaria, della Russia ed altri paesi con presenza slava, è tendenzialmente un’arte al femminile, declinata sulla dissonanza. 
Con questo stile misto propongono pezzi quali “Baby” e “Sho Z-Pod Duba”, rappresentativi del forte connubio tra i vari linguaggi in cui la band è fluente. Nel set spicca “Vesna”, brano introdotto da fisarmonica e violoncello con toni nostalgici a cui si aggiungono imitazioni di uccelli e della natura. La rappresentazione musicale dell’ambiente circostante è un tema centrale nella narrazione della musica folk di tutto il mondo. Il pezzo è di grande potenza immaginifica e ha generato nel pubblico una delle reazioni più forti viste durante la serata. La sperimentazione della band raggiunge il culmine in “Carpathian Rap”, dove Iryna Kovalenko si siede al pianoforte mentre la Garenetska intona un rap supportato da un’interpretazione acustica dei classici dettami hip hop. Con questo brano si sintetizza l’importanza culturale di questo progetto che allo stesso tempo riassume e spinge i linguaggi musicali che circolano nella moderna Ucraina. Se la connessione con la madre patria è palese nella reiterazione delle sue sonorità folkloristiche, è importante non sottovalutare quanto la presenza di idiomi europei ed americani sia manifesto culturale dello stato moderno. L’hip hop, in particolare, è stato sovente utilizzato come strumento per estrinsecare il malcontento politico facendosi baluardo di tematiche sociali quali povertà, corruzione e censura in Ucraina e in altre zone sensibili a conflitti ed abusi. 
Il trauma post sovietico è il tema centrale di band come Tanok na Maidani Kongo, così come l’oppressione israeliana lo è per DAM, band hip hop di palestinesi del 48 molto attiva in Israele ed in Europa. La sensibilità culturale di DakhaBrakha sta nell’individuare sub-culture minoritarie ma rappresentative di sentimenti nazionali molto diffusi e farsene portavoce integrandole con eleganza nel proprio linguaggio musicale in maniera del tutto politically correct. Questo progetto cattura l’Ucraina tutta e ne rappresenta la complicatezza con l’innocenza che solo la musica sa avere. La serata si conclude in un fiume di applausi quando Marko Halanevych estrae la bandiera ucraina e apostrofa argutamente l’attuale leader russo prima di intonare “Baby” come bis. DakhaBrakha sa rallegrare un pubblico variegato come quello dei nuovi teatri londinesi, portando un ritratto musicale onesto e minuzioso dell’Ucraina del 2018, ma senza scordarsi l’importanza dell’intrattenimento, impacchettando uno spettacolo di altissima qualità artistica e sonora.



Edoardo Marcarini
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