Mari Kalkun – Ilmamõtsan (Vörumaa 2017)

“Nella foresta del mondo”: questa è la traduzione dal vöro, lingua balto-finnica parlata nell’Estonia sud-orientale, di “Ilmamõtsan”. Parliamo del terzo album della poco più che trentenne compositrice, cantante e polistrumentista estone. Originaria della regione di Võrumaa, Mari Kalkun (voce, kannel, fisarmonica, harmonium, ebow e vari idiofoni) ha scelto un titolo appropriato – rimando a un modo di dire popolare, associato al passaggio dall’adolescenza al mondo degli adulti – per un lavoro registrato nella quiete dello studio, collocato nella sua fattoria, e che trae ispirazione dall’ambiente naturale circostante (il 56% dell’Estonia è occupato da boschi). “Ilmamõtsan” è un disco suonato quasi completamente in solo, se si eccettuano le presenze, in alcuni brani, della fisarmonica dell’ottima Tuulikki Bartosik, del contrabbasso di Nathan Rik Thomson, della giovane voce di Linda Tatsi e della Forte Brass Band nel brano di chiusura. Kulkun ha un master in canto tradizionale acquisito in patria e ha studiato anche alla celebre Accademia Sibelius di Helsinki. Nel 2013 ha ricevuto il riconoscimento come miglior cantante estone nella categoria della “musica etnica” e il suo secondo album (“Tii lo”), inciso con la sua band Runorun, è stato acclamato tanto in Estonia quanto in Finlandia. Lo strumento elettivo di Kalkun è il kannel (a 12 e a 36 corde), la cetra di forma allungata, affine al kantele finnico, con cui accompagna la sua voce limpida, a tratti pacata, mai melliflua, con passaggi sussurrati, come nell’iniziale “Keelga-Meelega”, ma che, a volte, sa essere anche incisiva; l’uso discreto di sovra-incisioni, di bordoni e degli altri strumenti arricchiscono il tessuto timbrico. Le composizioni di Mari, minimali e meditative, cui non manca talvolta un’inclinazione rockeggiante, riprendono liriche di poeti locali o, ancora, attingono dalla tradizione del regilauk, l’antico canto tradizionale estone. “Ngadei!” è una poesia scritta da Yuri Vella (1948-2013), un poeta siberiano di lingua nenet, che è stato un vivace attivista ambientalista locale, Invece, “Mötsavele Mäng” ci trasporta negli anni finali del secondo conflitto mondiale, quando i Fratelli della Foresta, combattenti estoni antisovietici (su cui si addensano ombre di collaborazionismo con il nazismo), si resero protagonisti di azioni di sabotaggio e guerriglia, soprattutto nel periodo 1944-1945: il brano procede sulla struttura tradizionale, creando un dialogo tra un insorgente estone alla macchia e colui che gli dà la caccia. Numero di punta del disco è il suggestivo “Linnaitk”, che in italiano si traduce con “Canzone della città”, un lamento scritto da Mari sullo spopolamento dei villaggi, visto dalla prospettiva di una madre, la cui figlia è partita per la città; il tema si sviluppa in una polifonia magnetica, accostando liriche tradizionali e versi della cantante. Lo strumentale “Öõliblikas” è affidato al cristallino colore della cetra. Tuttavia, nell’album non ci sono solo i drammi del passato e del presente, ma anche la celebrazione della vita, cantata in “Laul Kahele”, composta per il matrimonio di due amici. Quanto alla canzone “Läbi katsa kalamare”, per voce e kannel, non dispiacerà affatto agli estimatori del post-rock di matrice nordica. Intimo, il motivo di “Lumeuni”, un ultimo saluto al padre, mentre “Sula” e “Tummöhit Tsöörö” festeggiano l’arrivo della primavera, dopo il lungo inverno: la prima è cantata in estone, la seconda, scritta da un cugino di Mari. è in lingua seto, un altro idioma di minoranza estone. Mari Kalkun è un’artista oltre il folk, di indubbio fascino e decisamente da scoprire. 


Ciro De Rosa
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