Truma – Per Grazia Ricevuta (Autoprodotto, 2018)

Abbiamo già conosciuto la band Truma, che un paio di anni fa ha esordito con un disco omonimo ricco di suggestioni interessanti. Ne riparliamo in occasione dell’uscita del nuovo album “Per Grazia Ricevuta”, autoprodotto e in dialetto chioggiotto, marcato nei punti giusti da un ottimo lirismo, con un suono che, in termini generali, possiamo ricondurre al primo album, anche se con alcune differenze. Che cercheremo di far emergere in queste righe, come segnali positivi di evoluzione, di emancipazione e, allo stesso tempo, di approfondimento del loro stesso linguaggio: (come si era detto a suo tempo) folk d’autore ispirato all’immaginario e alle espressioni popolari locali, diritto, sognante e pieno. Con uno sguardo – forse questa volta più attento, o soltanto più coerente – a un contesto culturale che fa molto riferimento alla dimensione storica, indagata per tramite di Riccardo Vianello (autore della band, voce, chitarra, ukulele e schiacciapensieri), allo scopo di individuare alcuni elementi che si configurano, nel disco, come riferimenti forti. Senza i quali, a ben vedere, verrebbe meno la poetica stessa di “Per Grazia Ricevuta”. Difatti, già nel titolo si addensa un certo misticismo popolare che, se da un lato richiama la natura pragmatica della religiosità tradizionale, dall’altro ci aiuta a comprendere l’utilità di uno sguardo (a tratti volutamente) disincantato sui segnali del tempo, sui cambiamenti della rete di relazioni che imbraca una comunità, su un orizzonte alternativo, al quale si guarda per vedere non solo noi stessi ma anche il resto di ciò che circonda noi e ciò che conosciamo meglio. Di tutto questo si parla – sebbene in modo non sempre esplicito – negli undici brani in scaletta. E tutto emerge fin da subito: l’atmosfera densa di un localismo cantato con compostezza, l’incastro dei suoni di strumenti che richiamano una tradizione espressiva allo stesso tempo al disopra dei generi e volutamente radicata (mandolino, fisarmonica, violino, contrabbasso, percussioni, batteria, ma anche tastiere, teremin, carillon, trombe), un andamento malinconicamente melodico. Possiamo individuare ne “L’insicurezza tipica delle isole” una specie di manifesto di questo espressionismo. Qui l’ensemble riesce a rendere compiutamente l’ambiguità di un’immagine sospesa tra il romanticismo e il realismo dello sguardo contemporaneo, riuscendo a inquadrarne i contorni in una musica evocativa e in alcuni passi del testo, che meglio non potrebbero rendere questa interessante tensione: “La nostra xente, se desmissie a tute le ore del di/ e se ferme a vardare le onde romparse sule rive/ adesso ti xe fuora a scarcare un’onda nova che torne però a sbatere/ sulle nostre spiagie”. Sul piano musicale si notano alcune incursioni “elettriche” che spingono la narrazione – anche se in pochi passi – su un piano diverso, più trasfigurato e quasi astratto (“La bona stagione”). Ma, ciò che può valere come punto fermo, è l’insieme dei suoni acustici, cesellati con attenzione in un flusso melodico sempre piacevole ed equilibrato. D’altronde uno degli aspetti più interessanti che emerge dall’album è il modo in cui la band ha elaborato il suo linguaggio, riuscendo a tenere sullo stesso piano i contenuti dei testi (attraverso i quali si evocano le tante immagini che possiamo ricondurre allo scenario di cui sopra) e il sostegno delle musiche. Queste ultime, man mano che si entra nell’album, assumono la coerenza strutturale non di un elemento di cornice, ma di una serie di fondamenta irrinunciabili. Anche nei casi in cui appaiono meno dense (meno ferme), le musiche ricalcano la prospettiva della voce, rendendo il brano un racconto compiuto in tutti i suoi aspetti. Ne è un buon esempio “Vegia”, uno dei pezzi più belli dell’album, nel quale si avverte l’eco devozionale della ballata di mare, carica di trasporto e trasportata dal carico di un ignoto fascinoso e quasi pragmatico, inevitabile e irresistibile. In questo quadro assume una maggiore rilevanza l’interpretazione di tutti gli strumenti. I quali – in gradi diversi e attraverso modalità a volte differenti – apportano tutti qualcosa di cui l’intero racconto non potrebbe fare a meno: la limpidezza dei suoni (“Fidati di me”), la sicurezza e la conoscenza del proprio ruolo nella definizione e nella rappresentazione dell’immagine evocata (“La bomba di Squero”), il richiamo di tradizioni melodiche “altre” e necessarie (“Fidati di me”, “La marea”), una forte presenza timbrica e ritmica (“Strasse a stendere”, “Niente passe”). 


Daniele Cestellini
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