James Senese – Aspettanno ‘o tiempo (AlaBianca/Warner, 2018)

«Il mio sax porta le cicatrici della gioia e del dolore della vita», ha detto qualche anno fa James Senese (classe 1945) intervistato da Carmine Aymone, autore di “Je sto ccà” (Guida, 2005), biografia del sassofonista e compositore napo-afroamericano, dall’inconfondibile vocalità aspra e dal fraseggio che passa da sequenze furiose e palpitanti ad altre più intimiste e concilianti. Lungi dall’essere frase a effetto, la dichiarazione sintetizza appieno il percorso esistenziale di un grande della musica italiana. Lo scorso anno Senese ha ottenuto la Targa Tenco, ex-aequo, per il disco in dialetto “’O Sanghe” (2016): torna, adesso, con un doppio album, celebrazione di cinquant’anni di una carriera che ha segnato la via per tanti artisti (si pensi al suono degli Showmen e di Napoli Centrale) e che è stata spesa tra il jazz elettrico dei Weather Report, la lezione di Coltrane, di Davis, il funk e il blues coniugati con la melodia partenopea. “Aspettanno ‘o tiempo” mette in scaletta diciotto brani, divisi tra due dischi, che si configurano come il racconto di una vita in musica. Accanto a James (voce, sax tenore e sax soprano) suonano altri tre storici, grandi strumentisti cresciuti all’ombra del Vesuvio: Ernesto Vitolo (tastiere), Gigi De Rienzo (basso & produzione) e Agostino Marangolo (batteria). Ancora, ci sono i contributi percussivi di Robertino Bastos e Ciccio Merolla (in “Ll’ America”, “Dint’ ‘o core” e “Route 66”). Siamo al cospetto di un’antologia di classici e di più recenti temi, registrati dal vivo in tour, tra i quali ci piace ricordare “‘Ngazzate nire”, “Campagna”, “Acquaiuò”, “Love supreme”, “Alhambra”, “Viecchie, mugliere, muorte e criature”, “‘O Sanghe”, “‘O nonno mio” e “Simme jute e simme venute”. Alle registrazioni raccolte live si aggiungono tre inediti: “Ll’America” scritta per lui da Edoardo Bennato, dove James canta «I songo nato cca’ e cca’ voglio resta’, chi se ne fotte ‘e ll’America [...] Ll’America sta dint’ chistu core e dint’ stu sassofono», lo strumentale “Route 66” e “Dint’o core”, che altro non è che una versione rivisitata, con mood e lingua napoletana, del celebre “Mañha da Carnaval”, firmata da Astrud Gilberto e Herb Otha, inserita nel film “Orfeo Negro”. Immancabile l’omaggio al ‘fratello’ Pino Daniele, espresso nell’amara dolcezza di “Chi tene ‘o mare”. Hey James: no, ‘o tiempo nun è fernuto! 


Ciro De Rosa
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