Dead Cat In A Bag - Sad Dolls and Furious Flowers (Gusstaff, 2018)

Il terzo lavoro della formazione torinese è un disco grandioso: addirittura sontuoso nella scrittura, nei riferimenti, nell’orchestrazione, nell’equilibrio fra i brani più pieni e quelli più acustici. Dead Cat in a Bag è un trio, con una formazione espandibile in concerto fino a otto elementi, composto da Luca Swanz Andriolo (voce, chitarrra e tanto altro), Andrea Bertola (violino) e dal fisarmonicista/polistrumentista Scardanelli (citazione da Hölderlin?). Il terzo disco conferma le ottime sensazioni del precedente “Late for a Song”, ma con una maggiore consapevolezza e una direzione più chiara. Un disco decisamente dark nelle atmosfere, ma del tutto fruibile, vario, accattivante e ricco di rimandi, per nulla derivativo: facile ad un primo ascolto sommario sentire le influenze di Waits (la voce roca di Swanz porta ad un facile ma banale paragone), Nick Cave, certa Americana music intrisa di Messico e suoni latini à la Willy De Ville di “Loup Garou”, persino Jacques Brel nel brano in francese “Le Vent” (con tanto di sega musicale in evidenza), o una scrittura che ricorda lo Shane MacGowan più ispirato come nell’ottima “Promises in the Evening Breeze”. Decisamente originali le cover di “Venus in Furs” dei Velvet Underground e la citazione quasi subliminale di “Cosa sono le nuvole” di Shakespeare/Pasolini/Modugno. rimodulata sui versi originali del poeta di Stratford. A partire dai due strumentali che aprono e chiudono il CD e che danno il titolo al disco, attraverso “voci che sarebbe meglio non sentire” e “posti dove sarebbe meglio non andare”, le tredici tracce dell’album portano l’ascoltatore in un viaggio sonoro che lo terrà inchiodato alla fonte di diffusione (raccomandatissimo l’ascolto in cuffia) per i quarantacinque minuti abbondanti della sua durata. Banjo, chitarre twang e i fiati più disparati fanno spesso capolino. Fra i brani, tutti eccellenti, “Thirsty”, che ha anticipato l’uscita dell’album con un video-clip di grande impatto, “The Voice You Shouldn’t Hear”, “Waste” e la pianistica “Not a Promise” con lo splendido incrocio del flicorno di Enrico Farnedi con la tromba di Ivan Bert, e la chiusura, di grande impatto. affidata ad un’orchestra d’archi, e la già citata “The Clouds”. 


Gianluca Dessì
Posta un commento