Brigan – Rúa San Giacomo (Marocco Music/Aquadia, 2018)

BF-CHOICE 

Il “camino” dei Brigan all’insegna del folk, dall’agro atellano al cuore della Galizia iberica. 

Co-prodotto da Rocco Pasquariello, “Rúa San Giacomo” – il nuovo disco dei Brigan – vede  il quartetto di Sant’Arpino proseguire nell’originale “camino” di studio e ricerca nel ponente iberico. Costituitosi nel 2009, dopo le esplorazioni “celtiche” a proiezione irlandese e bretone dei primi lavori, nel 2013 il gruppo del casertano si afferma al concorso “Universo Folk” di Oviedo. Da quel momento si tuffa a fondo nello studio delle sonorità della Galizia e delle regioni limitrofe del nord-ovest, tra Spagna e Portogallo, indagandone le analogie ritmiche e gli affini profili melodici con il Sud Italia, realizza incontri sonori, facendo fruttare le lunghe residenze nelle terre iberiche, fondendo «colori, suoni e atmosfere in un unico linguaggio», come scrive il maestro Peppe Barra nelle note di presentazione al disco. Ideato e registrato tra Santiago de Compostela e il paese del casertano, nell’album muiñeira, jota, alala, tarantelle, villanelle e canti trovano sentieri comuni nella cifra artistica dei Brigan, che sono Francesco Di Cristofaro (voce, gaita sanabresa, gaita galiziana, gaita, pito pastoril, low whistle, bansuri, sisco giuglianese, fisarmonica, mandolino, zampogna), Ivan Del Vecchio (mandoloncello, chitarra classica, chitarra acustica, chitarra dodici corde), Simone Lombardi (cori, castagnette, unghie di capra, bombo, vieiras), Gabriele Tinto (cori, tammorre, tamburelli, pandero cuadrado, pandero de peñaparda, pandereta galiziana, pandereta asturiana, pandereta cantabrica, vieiras, tambor sanabrese, tamboril galiziano, bombo, tromba degli zingari, castagnette).
In più, ci sono i quindici ospiti e amici che partecipano al nuovo disco, tra i quali ricordiamo Xurxo Fernandes, Lino Cannavacciuolo, Massimo Ferrante, Davide Salvado, Efrén López Sanz. Non sono tanti gli artisti in Italia che si cimentano con l’univesro musicale nord-iberico: quella dei Brigan è musica che accomuna genti, ma soprattutto è il portato di una nuova sensibilità, l’espressione di nuove generazioni di musicisti cosmopoliti e transnazionali, che tessono reti e connessioni artistiche, che circuitano nei festival folk internazionali, che si allontano musicalmente da casa per senso e ricerca estetici, per poi rileggere anche i materiali della propria tradizione orale attraverso una nuova lente. Un pluralismo sonoro ascrivibile all’“intercultura di affinità”, per usare le parole di Mark Slobin. In copertina hanno messo l’immagine di un setaccio (proveniente dal museo etnografico di Zamora), simbolo della cultura materiale e attrezzo anche musicale, certo non nuovo, ma sempre efficace  quando si vuole simboleggiare il richiamo alle musiche di tradizione orale. Quanto al titolo, senz’altro richiama l’antico “camino de Santiago" ma è anche un riferimento alla santarpinese via San Giacomo, dove è sito lo studio di registrazione e dove, in un certo senso, tutto ha avuto origine. “Rúa San Giacomo”, disco composto da tredici brani, è entrato anche nel novero dei migliori dischi della Transglobal World Music Chart. Anche di questo, ma soprattutto di come si è sviluppato questo nuovo album e dell’attenzione mediatica verso i suoni folk in Spagna, parliamo con Francesco Di Cristofaro. 

Come nascono i Brigan?
Nascono nell’estate del 2009 dall’idea di un piccolo gruppo di giovani musicisti campani legati dall’interesse e dalla passione per le musiche provenienti dall’arco Atlantico e per le musiche di radice del Mediterraneo.

Qual è la vostra formazione musicale?
La nostra formazione musicale è abbastanza varia, si va dalla musica classica al rock, passando per la musica modale e il jazz. Ogni singolo componente ha un background e un percorso musicale diversi sia con formazione accademica che senza. Quello che sicuramente fa da legante tra noi è la passione per le musiche tradizionali e il piacere e la curiosità di toccare musiche e affrontare repertori e linguaggi diversi dal nostro.

Come si arriva dalle vostre prime incisioni a “Rua San Giacomo”?
“Rua San Giacomo”, prodotto dalla Marocco Music, è ufficialmente il terzo album della nostra produzione, dopo un primo disco Demo nel 2009. La nostra idea, in tutti i nostri lavori, è quella di mantenere le nostre radici e il nostro linguaggio musicale anche affrontando repertori di altri luoghi. In “Ti Sfondo i bodhrán” del 2011 e in “Transumanza Sonora” del 2014, ci siamo dedicati ai repertori tradizionali dell’Irlanda e della Bretagna cercando di creare un linguaggio ibrido con la musica del sud Italia, soprattutto campana, pugliese e calabrese. Ora con “Rúa San Giacomo”, ci siamo soffermati esclusivamente sulla costa nordoccidentale della penisola iberica, in modo particolare Galizia, Sanabria e nord del Portogallo.

Come si è sviluppata questa ispirazione verso il nord-ovest iberico?
Ci piace pensare a questo disco come una sorta di diario di viaggio di questi ultimi cinque anni di lunghi soggiorni in terra iberica. L’idea ha preso forma nel 2013, dopo la vittoria al concorso internazionale “Universo Folk” in Asturia, che ci ha permesso di ritornare in Spagna dopo pochi mesi e fare un piccolo tour di concerti toccando quasi tutta la costa nord, da Oviedo fino a Braga in Portogallo. Dopo quel tour di circa un mese, oltre che a ritornare in penisola iberica con costante frequenza, abbiamo iniziato a raccogliere materiale audiovisivo e fotografico, soprattutto riguardante la musica galiziana, e a conoscere musicisti ed etnomusicologi di riferimento tra cui Pablo Carpintero, Alberto Jambrina e Xabier Blanco, che sono stati fondamentali per il primo approccio a questa tradizione musicale. Secondo noi un passo fondamentale per poter conoscere e approcciarsi in maniera diretta ad una tradizione musicale di diversa appartenenza sono non solo le collaborazioni e le relazioni con i musicisti del luogo ma anche la frequentazione di semplici persone che vivono la tradizione quotidianamente. Questo è stato il nucleo centrale di questo lavoro di ricerca, sfociato poi nella produzione artistica di “Rúa San Giacomo”.

Ci sono affinità sonore tra mondi apparentemente lontani come il Sud Italia e l’Atlantico iberico?
Le analogie e le affinità che abbiamo riscontrato con la musica del sud Italia sono legate principalmente al mondo delle percussioni, al repertorio vocale, principalmente femminile, ll’utilizzo di ritmiche e formule melodiche molto simili alle nostre, e soprattutto, ai contesti rurali in cui la musica era, ed è ancora oggi, parte integrante della vita quotidiana, del lavoro di campo, dell’alternarsi delle stagioni e delle varie festività religiose che conservabo una forte matrice pagana.

“‘E Quatte Notte” è uno dei brani cardine del disco. Come nasce e di cosa parla?
Siamo molto legati a questo brano perché parla del nostro territorio, quello atellano localizzato nell’area tra Napoli nord e Caserta sud. L’antica Atella, ora disgregata in vari comuni, è ricca di storia ed è conosciuta principalmente per le fabulae atellane, la prima forma di teatro in maschera romano risalente all’epoca degli Osci, ma anche per la coltivazione della canapa che fino agli anni ‘50 del Novecento è stata fonte di sostentamento per gran parte della popolazione atellana. Proprio della canapa parla “‘’E Quatte notte”, testo scritto da Gabriele Tinto e musicato da me, in cui viene narrata da parte del lavoratore la difficoltà, le pessime condizioni igieniche e la pericolosità del processo di macerazione della canapa che provocava inoltre numerose morti sul lavoro, e l’idea, oltre a parlare del nostro territorio, era anche quella di mettere in evidenza di come nel passato e purtroppo anche nell’epoca attuale, nonostante i nuovi mezzi e la tecnologia, le morti sul lavoro e le condizioni precarie del lavoratore siano rimaste quasi le stesse.  Quanto al titolo, “‘E Quatte notte”, prende ispirazione proprio dalle quattro notti necessarie per il completamento del processo di macerazione della canapa. Musicalmente a questo testo abbiamo inserito ritmiche e sonorità tipiche di un paesino della Castilla y Leon di nome Penaparda, in cui il lavoro di campo viene scandito dal suono di un tamburo quadrato percosso con mano e bacchetta e chiamato pandero cuadrado de Penaparda, e inoltre, abbiamo avuto il grande piacere di avere il contributo, con il suo stile inconfondibile, di Lino Cannavacciuolo al violino elettrico.

Hai introdotto già il nome del violinista e compositore puteolano, però “Rúa” è anche un disco di condivisioni con artisti iberici. Ti faccio i nomi di Davide Salvado, Efrén López e Xurxo Fernandez. Quale contributo, quali suggestioni sono arrivati da loro?
I numerosi ospiti presenti che abbiamo scelto di inserire in “Rua San Giacomo”, sia del versante iberico che da quello del sud italia, sono prima di tutto, oltre ad essere degli incredibili musicisti, dei compagni di viaggio che abbiamo incontrato durante il nostro cammino negli ultimi anni e con i quali abbiamo condiviso momenti importanti per il nostro percorso artistico. Ognuno ha abbracciato il nostro progetto e con il proprio linguaggio e soprattutto con la propria sensibilità artistica ha saputo arricchire e contribuire, creando una bellissima sinergia musicale e personale per la realizzazione di questo disco.

Avete girato la regione iberica per promuovere il gruppo e un disco di sapore folk, che considerazioni rispetto all’Italia mediatica?
Abbiamo avuto il piacere di trascorrere l’intero mese di Febbraio facendo dieci concerti, conferenze e promozione del disco in tutta la penisola iberica, da Barcellona a Santiago de Compostela, passando per Madrid e Leon con oltre 30 dirette in radio nazionali e locali. Sicuramente l’attenzione verso il mondo folk è molto più alta rispetto all’Italia con un maggiore interesse, una maggiore divulgazione nel mondo dei mass media e una maggiore educazione dell’ascoltatore medio a questo tipo di genere musicale e di fondamentale importanza una maggior considerazione e divulgazione da parte degli enti statali. 
Nel nostro caso abbiamo riscontrato l’interesse e la curiosità verso il nostro progetto che tocca le musiche provenienti da quei territori ma con una prospettiva e un angolazione diversa che è stata ben vista e accettata dalla critica iberica e dal pubblico che ci ha seguito numeroso ai nostri concerti e conferenze.

Siete entrati nella TGWMC? Come commentate questa posizione tra i primi 40 dischi world al mondo?
È un grande piacere e soddisfazione essere stati selezionati da numerosi esperti del mondo folk tra i migliori 40 dischi di world music per il mese di maggio e giugno, sicuramente un bellissimo riconoscimento a questo lavoro che è durato diversi anni e con numerosi sacrifici.

“Rúa San Giacomo” sarà portato in tour, ma proiettandoci oltre, il vostro futuro sarà ancora sotto il segno atlantico o con questo lavoro si chiude una fase di esplorazione geografica?
Saremo in tour in diverse città italiane con una serie di date confermate ed altre in aggiornamento, mentre in Europa saremo in Portogallo ad inizio Agosto ed in Germania tra fine agosto e inizio settembre. Speriamo di riuscire a riempire il calendario estivo il più possibile e di portare il nostro progetto e la nostra musica in giro per l’Europa sempre in maniera maggiore. Oltre ad un nuovo live, stiamo già pensando ad un nuovo disco che molto probabilmente sarà focalizzato per la maggior parte su brani inediti, sia cantati che strumentali, con un occhio anche a suoni più moderni legati all’uso dell’elettronica, chiaramente senza tralasciare il background di questi ultimi anni. Inevitabilmente continueremo ad esplorare in maniera più approfondita il ricco mondo musicale iberico, magari tra Castilla y Leon e Portofallo, e a cercare di farlo sfociare nelle prossime produzioni artistiche Brigan. 



Brigan – Rúa San Giacomo (Marocco Music/Aquadia, 2018)
Quello dei Brigan è un Sud che rilancia segnali di forte vitalità culturale. Il quartetto santarpinese si è messo in viaggio verso le regioni iberiche, mettendo a frutto l’apprendimento di linguaggi popolari e strumentali, confrontandosi con artisti locali, esplorando assonanze, prassi esecutive, profili melodici e movenze ritmiche che possono avvicinare il Sud Italia alla costa atlantica. Diciamo subito che la mezcla elaborata in “Rúa San Giacomo”, terzo disco ufficiale della band, co-prodotto da Rocco Pasquariello, è di tutto rispetto, ad iniziare da “Maccus”, posto in apertura del lavoro, biglietto da visita che combina una suite di muñeira, la danza galiziana per eccellenza, con la tarantella seicentesca, un incontro sottolineato dal violino di Harry .C dei Milladoiro. Superlativa la successiva “A Carolina”, un canto diffuso in tutto il nord-ovest iberico, fuso con un adattamento di una forma di tammurriata alla giuglianese, complice Efrén López che ci ricama sopra con la sua ghironda conferendo al brano un umore rockeggiante al mondo antico. Di Cristofaro firma la danzante “Jota San Giacomo”, cui segue una delle composizioni di punta  del disco: “E Quatte Notte”, che nelle liriche crea un parallelismo tra le morti sul lavoro dei tempi della lavorazione della canapa con quanto accade ancora oggi; presenta l’inserimento della ritmica del pandero cuadrado e il fraseggio inconfondibile del violino elettrico di Lino Cannavacciuolo. Trio di gaita sanabresa, tamburi, bombo e castagnette per “Asprinio”, ispirato al ballo conosciuto come repasseado e dagli echi montemaranesi, mentre sempre in tema di danza di coppie c’è il tripudio di corde (mandolini, chitarra classica, contrabbasso) per interpretare una “Quadrillha” di umore portoghese-napoletano. La celebre “Volumbrella”, villanella ischitana quattrocentesca, s’abbiglia in vesti sonore atlantiche; si distende, poi, la voce sola di Xurxo Fernandez in “Anuncio”, cui segue “Muñeira”, incrocio di voci e tamburi sull’asse Sessa Aurunca-Galizia: le tradizioni femminili delle percussioniste-cantanti galiziane e quelle delle Toraglie si incontrano, complici le Pandereteiras Sen Fronteiros e le Ficu Fresche. Procede leggero il valzer scritto da Xulio Lorenzo (al low whistle), per lasciare spazio alle voci di Massimo Ferrante e Davide Salvado in “Marichao”, dove una forma espressiva dei pastori transumanti sembra concepita per stare accanto a una sonata calabrese: qui il violino di Osvaldo Costabile sostituisce la lira o il rabel, quest’ultimo strumento utilizzato in Sanabria, mentre Carmine Scialla imbraccia la chitarra battente. La coppia gaita (Pablo Carpintero) e tamboril (Gabriele Tinto) esegue il tema “Xota de Fonsagrada” prima del congedo dato dall’antica invocazione marinara alla Vergine da Barca cantata in “Alalá de Muxía” per voce (ancora Davide Salvado), zampogna ed effetti. Un album pensato e suonato con cura e passione.


Ciro De Rosa
Posta un commento