Matteo Salvatore: i suoi canti, le sue storie

Sembra un sogno oppure sembra una magia ma le struggenti parole di Matteo l'incantatore continuano a vivere anche dopo tanto tempo, anche senza il suo incredibile falsetto, anche lontano da Apricena, città del marmo e della pietra. Anni fa ho assistito a Verona ad un meraviglioso tributo alla sua poesia da parte dell'Ensemble foggiano Jurnatèr di Natalino Minchillo “Tataj”, l'anno scorso ho ricevuto dalla provincia di Pescara in Abruzzo un mini-cd che lo omaggia a cura del trio di Danilo Di Giampaolo. Non dimentichiamo che artisti del calibro di Giovanna Marini, Eugenio Bennato, Teresa de Sio, Daniele Sepe, Lucilla Galeazzi, Mimmo Epifani, Moni Ovadia, Lucio Dalla, DauniaOrchestra, Umberto Sangiovanni, Luca De Nuzzo, Enzo Avitabile, Sinenomine, Vinicio Capossela, gli Uaragniaun di Maria Moramarco, Tetes de Bois, Favonio, Salvatore Villani hanno amato e interpretato le canzoni di Matteo. E domenica 22 aprile scorso, i "Cantastorie Del Sud" ovvero i menestrelli Piero Arcieri (voce, chitarra, ukelele), Giovanni Macina (chitarra, voce), Giovanni Gentile (contrabbasso elettrico) e Giovanni Lattanzio (cajon, percussioni) hanno proposto in concerto all'Associazione Culturale Arsensum di Trani il loro spettacolo “Matteo Salvatore: i suoi canti, le sue storie”. 
Una commovente rivisitazione asciutta e sentita di chi, si percepisce, ha fatto proprie queste canzoni amare e ironiche, di chi le ha respirate quotidianamente e non ne tradisce l'origine, riproponendole senza falsi intellettualismi o virtuosismi musicali per non dimenticare che sono nate dalla miseria. La stessa miseria che alla fine si è ripresa Matteo dopo i fasti del lusso e del successo, in una squallida stanza di Mattinata. E infatti Matteo era tutt'altro che un intellettuale, anzi, per dirla tutta, era un semi analfabeta anche se da certi suoi versi appaiono talvolta delle conoscenze abbastanza inspiegabili e tutto quello che ha cantato l'ha vissuto in prima persona: la sua sorella minore morì per davvero di denutrizione in casa quando era bambino e lascia senza parole il racconto della scena di un sacchetto di confetti portati dai paesani per essere messi fra le mani della piccola, che lui si tolse letteralmente dalla bocca solo perché lo sguardo della madre lo fulminò. Ma anche e soprattutto da adulto, Matteo nella sua lunga vita ne ha viste e combinate “di cotte e di crude”, istrione e imbroglione, cantautore prima dei cantautori, cantore popolare di musiche e testi fasulli. 
Distribuiva a più artisti possibile dei falsi borderò S.I.A.E. compilati a mano con i titoli delle sue canzoni e annotava le sue maledizioni augurando “sfortuna senza interruzione” a chi non li avesse utilizzati alla fine dei propri concerti. Ma l'emozione che suscitava la sua voce era capace di rubarti l'anima e i pochi italiani fortunati che possiedono una copia del rarissimo cofanetto quadruplo del 1972 “Le Quattro Stagioni del Gargano” hanno fra le mani un tesoro di inestimabile valore artistico, un capolavoro di cui solo un mercato ottuso all'inverosimile può negare la ristampa. Amaramente bisogna constatare che simili patrimoni culturali sono apprezzati da poche persone, se noi fossimo a New Orleans questo sarebbe un grande bluesman, se scendesse dalla pampa argentina sarebbe il fratello di Atahualpa Yupanqui, sono gli stessi gli argomenti trattati: lo sfruttamento, la polvere, il cammino, la natura, l’amore.... la realtà è che ci troviamo nel tavoliere delle Puglie e che parliamo della grandezza dell’ignoranza, di chi scrive senza saper scrivere, di chi solamente osserva ciò che la quotidianità gli ha riservato: la crudeltà dei ricchi e dei padroni e dei loro tirapiedi e la miseria di chi fatica la terra e poi magari muore per aver rubato un grappolo d’uva
per il figlioletto, ovvero il sud Italia degli anni trenta in cui Matteo, bambino lavoratore stagionale nei campi di grano dall’alba al tramonto, cresce sotto il sole che scotta e dove senza il permesso del guardiano neppure un sorso d’acqua è concesso. Tanti anni dopo a Matteo basterà aprire, come un vecchio volume polveroso, la sua memoria e tutte le sue canzoni saranno lì già scritte: basterà ripetere i bandi del podestà, le offerte del mercato del pesce o della macelleria ......ma la fame una volta che ti ha morso non la scordi più e Matteo si abbuffa a più non posso di ogni cosa e ogni cosa dissipa, come gli ordina il suo fatalismo contadino. Oggi solo il grande Tonino Zurlo sa raggiungere simili vertici poetici. Oggi Matteo se n'è andato e riposa nella sua Apricena. Matteo che alla fine diceva "io mi sento più ricco di Rocco Fallò, qualcuno mi dirà: Matteo ma tu chi sei? Io? Nessuno! Vado cercando il silenzio e lo spazio" (N.B. Rocco Fallò sta per Rockefeller!!!) Fabrizio De André quando volle ricordare Ciampi una volta pronunciò queste parole: "Piero aveva torto quando diceva che morto un poeta, se ne fa un altro, infatti quando morì un altro come lui non c’è più stato”. E io credo che per Matteo Salvatore sia più o meno la stessa cosa. Restano queste indimenticabili canzoni. Grazie Matteo, ovunque tu sia, spero ti possa giungere la mia poesia:

Ho visto gli occhi del demonio
lo scranno del suo dominio
è stato di notte ed ero in piedi
chi se ne fotte se non mi credi.
Nella pampa di Apricena
due borlotti sono cena
ma tu pensi che io vaneggio
sopra questo meraviglioso arpeggio.
Adesso ti cercherò per tutto il reame
ti sbranerò e non sarà solo per fame
e nasceranno figli divorati da identica fame
a cui daremo artigli invece che pane.
Ha corso nel grano, cantato nell'orzo
l'ergastolano dalla faccia di bronzo
ha pregato nel cereale del pianto
nel nome del padre, del figlio e dello spirito santo.
Non è contento il lazzarone
di parlare col vento, in mezzo al polverone
finita che è la dura giornata
Maria Santissima Incoronata.

Flavio Poltronieri
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