International Music Meeting, Nijmegen, Paesi Bassi, 19-21 Maggio 2018

È un festival profondamente rinnovato quello che si è svolto a Nijmegen il 19, 20 e 21 maggio. Per la sua trentaquattresima edizione, l’International Music Meeting ha fatto alcune scelte che rileggono il formato adottato negli ultimi anni. Innanzitutto, ha valorizzato la collocazione nel Parco Brakkestein, ‘immergendo’ i tre palchi principali nel bosco: ogni collocazione ha, ai lati del palco, delle quinte appena accennate che lasciano spazio e trasformano gli alberi in una vera e propria cornice dei concerti, con un risultato davvero affascinante. In linea con l’attenzione per l’ambiente, il festival ha eliminato qualsiasi distribuzione di bottiglie di plastica, mettendo a disposizione borracce e fontane per i rifornimenti. Anche la politica energetica, compresa l’energia per il camping, è votata alla sostenibilità ed esplicita come arrivare al parco con bici e trasporto pubblico (in un Paese dove il 100% dei treni viaggiano con energia elettrica fornita da pale eoliche). Dal punto di vista della programmazione, i concerti possono ora incorrere in sovrapposizioni fra un palco e l’altro (sono in tutto cinque), con un orario che va il sabato e la domenica dalle 14.30 alle 24.00 e il lunedì dalle 12.30 alle 22.00. 
Ha aperto le danze sabato pomeriggio il gruppo di percussionisti di Bruxelles Sysmo che pratica un sistema di composizione e improvvisazione ‘istantanea’, attraverso un sistema di segni affidato ad un conduttore che diventa uno scultore di suoni collettivi, ruolo assunto a turno da uno dei membri del gruppo. Questo metodo di percussione con segni è stato messo a punto dall’argentino Santiago Vazquez che per l’occasione ha suonato e diretto insieme a Sysmo, contribuendo ad un trascinante concerto con berimbau, mbira e percussioni vocali. Molto interessanti anche i laboratori e le interviste che hanno visto protagonista Vazquez e Sysmo nel contesto più raccolto dei palchi Forssa e Oyo. Trentadue i gruppi invitati e, come artist-in-focus, l’eclettica cantante e chitarrista Becca Stevens, che ha avuto carta bianca per esibirsi in quattro concerti da sola e con gruppi diversi, dal quartetto d’archi Attacca ai Chamber Tones. Fra i nomi di spicco anche l’Orchestra Egypt 80 guidata da Seun Kuti con il repertorio afro-beat tratto dal recente “Black Times”, la grazia di Oum con un quartetto che colora di jazz le musiche del Marocco, la salsa dura dei colombiani Mambanegra con il bell’omaggio al marimbero recentemente scomparso 
José Antonio “Gualajo” Torres, che mette in evidenza il basso elettrico di Yeferson Carabaldi Obando e le percussioni di Juan Carlos Arrechea. Molto seguito anche il concerto pomeridiano di Wende, per la prima volta con un repertorio (dal suo nono album “MENS”) interamente in olandese. Nella sua lingua madre canta anche Sanne Huijbregts, compositrice ed esecutrice di talento che dialoga con live electronics e xylosynth (di fatto una marimba elettronica) con il batterista Joost Lijbaart nel duo Knock on Wood. Altro duo che risiede nei Paesi Bassi è quello che vede impegnati alla voce e alle chitarre Shishani Vranckx (reduce da un ottimo lavoro di ricerca e produzione discografica in Namibia) e Neco Novellas, che apre in portoghese finestre poliritmiche sul suo Paese d’origine, il Mozambico. Il viaggio in Africa continua seguendo la chitarra del sudafricano Derek Gripper, la madimba di Ta Liyobisa con i Marimba-Madimba Conférence, la voce sognante di Kareyce Fotso (Camerun), il groove di Sahad & The Nataal Patchwork (Senegal), i testi lirici e socialmente impegnati dei sudafricani The Brother Moves On. In sintonia con lo spirito del festival, molti sono stati anche gli ‘incontri’: fra due musicisti di primo piano del jazz olandese, Paul van Kemenade e Jasper van ‘t Hof,
con la batterista brasiliana Maria Portugal, protagonista anche con il quartetto Quartabê; il duduk armeno di Vardan Hovanissian con baglama e tanbur turchi di Emre Gültekin, accompagnati dalle percussioni di Simon Leleux; l’oud palestinese di Nizar Rohana con i tamburi a cornice di Udo Demandt; il progetto dedicato a samba-jazz e choro dal bassista Teun Creemers con Henrique Gomide al piano e Antoine Duijkers alla batteria. Fra gli incontri, ha avuto un ruolo di primo piano anche il nuovo convincente progetto di Simone Bottasso. Insieme al contrabbassista, bassista elettrico e chitarrista Daniel de Boer, l’organettista italiano percorre le tappe della vita di un uomo esplorando al tempo stesso territori musicali di confine e l’interazione fra strumenti acustici (organetto, flauto) ed elettronica. Ottimi riscontri anche per Antonio Castrignanò con un sestetto impeccabile che ha coinvolto il pubblico in uno dei concerti più ballati del festival, forte anche di arrangiamenti che ricorrono all’elettronica, così come si può ascoltare nel loro ultimo lavoro discografico in collaborazione con Mercan Dede. Il Music Meeting non sarebbe tale senza le migliori rivisitazioni della tradizione balcanica, dagli Amsterdam Klezmer Band con gli ungheresi Söndörgö, 
agli Atmaca, che fondono tradizioni bulgare, greche, turche e siriane, agli straordinari Saz’iso dal sud dell’Albania, con le voci di Donika Pecallari e Adrianna Thanou, recentemente immortalate su disco anche dal produttore Joe Boyd in “At Least Wave Your Handkerchief At Me: The Joys and Sorrows of Southern Albanian Song”. Fuori da qualsiasi schema sono i concerti per piano (preparato) solo di Mario Mezquida, a suo agio con classici come le composizioni di Egberto Gismonti, ma soprattutto interessato a suonare e improvvisare in modo del tutto spontaneo, molto seguito dal pubblico che ne ha apprezzato l’abile e agile costruzione dei singoli brani. Menzione speciale per tre straordinari gruppi statunitensi: Roomful of Teeth, ottetto vocale capace di qualsiasi armonizzazione e avventura ai limiti dell’udibile; il trio House of Waters con il solido basso elettrico a sei corde di Moto Fukushima e il salterio nomade di Max ZT, a suo agio tanto in Africa occidentale come in India; e, il bhangra di Brooklyn interpretato dalla voce e il dhol di Sunny Jain con i Red Baarat. Il direttore artistico, Wim Westerveld, ha dato quest’anno ampio spazio ai sassofoni invitando gruppi ed artisti d’eccezione: in primo luogo Derek Brown, che ha contribuito all’apertura del festival riunendo decine di sassofonisti locali 
per un concerto improvvisato per soli sax, cui ha dato forma con le sue doti di conduttore, ma anche di one-man-band, capace di suonare al sax contemporaneamente parte ritmica, melodica e linee di basso. Ottimo e immaginifico il suo duo con Donny McCaslin nel contesto delle interviste-concerto Mixed Media Lounge al palco Oyo. Mccaslin, a sua volta si è presentato col suo gruppo (Jason Lindner alle tastiere, Jonathan Maron al basso e Zach Danzinger alla batteria) per il concerto attento anche al dancefloor che ha chiuso le danze la prima sera. Particolarmente ispirato anche il concerto “Boggamasta”, dedicato agli abusi di potere da parte del collettivo belga Flat Earth Society, con il chitarrista David Bovee in evidenza insieme ad una nutrita sezione fiati che comprendeva i sax di Boutreur, Melia e Vansina. Con una nuova formula del festival particolarmente apprezzata dagli oltre 7000 presenti, l’appuntamento è per il fine settimana di Pentecoste del 2019. 



Alessio Surian
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