Artisti Vari – Rumeni Romani. Musiche rumene a Roma e nel Lazio (Nota Records 2018)

Il crocevia delle musiche migranti. Conversazione con Alessandro Portelli e Valter Colle

L’intervista con Alessandro Portelli e Valter Colle è stata raccolta nel luglio 2017 a Loano, all’interno de “Il Premio incontra…”, una delle iniziative collaterali del Premio Nazionale per la Musica Tradizionale Italiana, che si svolge nella cittadina rivierasca del savonese. Con lo studioso di storia orale romano, l’editore-antropologo friulano e il musicista curdo Serhat Akbal abbiamo presentato la collana “Crossroads”, nata da un progetto del Circolo Gianni Bosio, che testimonia la presenza in Italia delle recenti culturali migranti, raccogliendo canti e musiche di quei “forestieri” che hanno riportato la musica nelle nostre città, negli incroci, nelle piazze, sui mezzi di trasporto pubblico. La musica prodotta da artisti e artiste migranti sta incidendo sul paesaggio urbano della Penisola. La conversazione estiva è servita, per di più, ad anticipare quanto oggi Nota Records pubblica con il terzo CD-book di documenti sonori, dedicato ai “Rumeni Romani”, una comunità molto variegata al suo interno che esprime una molteplicità di espressioni musicali. Quello che segue è un estratto di un più lungo pomeriggio di musiche e parole, iniziato ascoltando “Roma Forestiera”, un brano del 1949 dal repertorio di Gabriella Ferri, che lamenta la fine della musica nelle strade d’Italia soppiantate dalle sonorità americane. Alessandro Portelli ha scelto il titolo di questa canzone per denominare un progetto di archivio sonoro e di studio, che da un decennio conduce con il Circolo Gianni Bosio, e  che è dedicato ai nuovi italiani, i quali hanno riportato la musica nelle strade non solo di Roma ma anche in altre città. La diffusione del progetto è stata realizzata con la collana “Crossroads”, dedicata ai canti migranti di una Italia ibrida che si sta formando sotto i nostri occhi, come rileva in un saggio Alessandro Triulzi contenuto nel CD “We’re not going back”, parte della stessa collana. 

Come nasce questa ricerca del Circolo Gianni Bosio che va avanti all’incirca da una decina di anni?
Sandro Portelli - Come nasce non lo so: frugando tra vecchie carte ho trovato una lettera che mandai all’allora sindaco di Roma, Rutelli – era il 1997 – nella quale gli suggerivo di dare vita a questo progetto culturale che raccogliesse e documentasse la musica dei migranti. Della lettera mi ero completamente dimenticato però, evidentemente, i semi ci mettono del tempo a germogliare. Devo dire che sono stati alcuni incontri che mi hanno confermato che questa cosa stava succedendo. Sono stati incontri, avvenuti parlando con i musicisti che sono nel disco “We’re Not Going Back”, con Sushimata Sultana, che è una musicista del Bangladesh che adesso a Roma ha messo su una scuola di musica tradizionale bengalese per i bambini di Torpignattara, con Evi Dilara, un’altra rifugiata politica curda dalla voce straordinaria con alle spalle una vicenda di violenza e repressione. Prima ancora di questo, bastava girare per le strade di Roma per cominciare a sentire di nuovo musica. La canzone che abbiamo sentito all’inizio, che è anche una cosa di famiglia, perché l’autore della musica era mio zio, diceva: «Non c’è più musica nelle strade della città». Gran parte dell’ideologia, della logica, della pratica del folk revival italiano, anche in molte delle sue espressioni migliori, ma non solo quello, ha legato la sua pratica ad un mondo che arcaico, rurale per cui in città la musica non c’era. Poi si gira per Roma e si trova Costel Dumitrace con il suo cembalo a percussione dei lautari rumeni davanti alla Libreria Rinascita a Largo di Torre Argentina che suona “My Way” di Paul Anka,le doine rumene e “Per Elisa” di Beethoven. Basta drizzare con attenzione un po’ le orecchie per accorgersi che la musica c’è! Violeta Joana, che vive in uno dei peggiori campi rom di Roma, rende un po’ meno invivibile il viaggio sulla Linea A della metropolitana con una voce fantastica che sembra Amalia Rodriguez. È necessario chiedersi che cos’è questa roba? È la musica della nostra città oggi, è la musica popolare italiana, suonata da persone che vivono nella nostra città e che ci mette a confronto con un’identità che è qualcosa in continua trasformazione, come pure la tradizione è qualcosa che si muove. Sono decenni che parliamo di “radici” e, come giustamente dice il nome di questa rassegna, viaggio non vuol dire radici, il viaggio vuol dire ali, piedi. 
La musica viaggia sotto i TIR che attraversano l’Adriatico, viaggia sulle navi che adesso mandiamo a respingere dalle nostre forze armate, la musica viaggia lì e direi che, rifiutando e respingendo queste persone, respingiamo e rifiutiamo alcune delle cose più belle che possiamo vivere in questo momento in questo nostro complicato Paese. Il progetto nasce un po’ da questi incontri come nel caso dei due musicisti ecuadoregni che suonavano nella metropolitana di Roma, uno più bravo dell’altro: Sergio e Janet che non sono più in Italia perché da noi non hanno trovato modo di sopravvivere, hanno pensato bene di tornare in Ecuador dove fanno la fame e non possono ritornare perché i flussi migratori non permettono che arrivino immigrati di quella nazione. Questo è un fallimento della nostra cultura, perché abbiamo perso due grandi artisti, oltre che due persone deliziose che lavorano,  abbiamo impoverito la nostra città. L’altra cosa che accade è che alcune parti di Roma sono più ricche di altre, c’è tutta la parte di Roma Sud Est, quella del Casilino 23 e di Centocelle, dove ci sono delle scuole come il Circolo Didattico 126° “Iqbal Masih” che hanno una presenza forte di bambini figli di immigrati di seconda generazione. Due maestri meravigliosi, Attilio Di Sanza e Susanna Serpe, hanno creato un Coro che si chiama Sesta Voce, in cui i bambini di tutti i colori portano la musica. La cosa divertente è che tutti i bambini, finita la primaria, dopo la quinta classe, hanno ancora voglia di cantare. Così è nato un altro Coro che si chiama la Quinta Aumentata. Sono fantastici! È nata anche l’idea di creare un Coro con i genitori, una cosa non semplice perché in molti devono lavorare, anche questa, tuttavia, è un’esperienza che va avanti anche grazie all’aiuto di Serhat. Il Coro è stato diretto a lungo da Sara Modigliani del Circolo Gianni Bosio, adesso lo dirigono Sushmita Sultana e Roxana Ene. Quest’ultima aveva nove anni quando è arriva in Italia, lei alterna le musiche di tradizione rumena di Maria Tanase, imparate dalla madre con una voce fantastica e le canzoni romane che canta meglio di Gabriella Ferri. È una rumena romana, che è il titolo del disco in lavorazione: “Rumeni Romani”, perché diciamo che la più grossa comunità migrante a Roma è quella rumena e la Romania ha una tradizione musicale che è forse la più straordinaria d’Europa.

Valter Colle, viene da una terra di confine, che vuol dire soprattutto intrecci più che divisioni. Da animatore culturale sei stato sempre animato da anni da un’idea di urgent anthropology, documentare qualcosa prima che scompaia. Come ti sei avvicinato a questo repertorio dei nuovi italiani. Questa è la realtà di Roma ma poi vorrei chiederti se ci sono delle realtà di ricerca in corso in Friuli o se c’è di lavorare in questo senso in futuro.
Valter Colle – Hai detto un’evidenza che magari non è così evidente ai più. Il confine non è un punto che divide, o meglio che divide solo sulle cartine geografiche, ma normalmente è un punto che mette in contatto popoli, lingue e realtà diverse. Il Friuli, la terra che abito, è forse l’unica regione europea che ha all’interno del suo territorio presenze di lingua tedesca, lingua slava e lingua latina, ovvero i tre ceppi fondamentali della cultura europea e noi sappiamo che secondo il diffusionismo antropologico ai confini di una cultura, di una lingua si trovano le tracce più arcaiche. Ecco allora che in questa situazione si è creato un piccolo laboratorio che mi ha permesso negli anni di lavorare sulle peculiarità, sulle differenze, sui contrasti e sulle contaminazioni. Mi piace ricordare quando si parla di fenomeni musicali e culturale in questi casi si parla anche di aspetti che sono propriamente linguistici. Spesso ci dimentichiamo che la lingua che può essere il curdo che è una lingua non riconosciuta, non ufficiale, ma come può essere anche il friulano che è una lingua minoritaria o i vari dialetti sono essi stessi suoni e come tali vanno reinterpretati. Quando sentiremo Serhat, sentiremo il suono della sua lingua, che non è solo una serie di significati ma che è anche suono: è parte della musica stessa, parte di questa espressione culturale. Fatta questa premessa, vorrei soffermarmi su un'altra cosa fondamentale che è stata detta: la tradizione se esiste, e se è viva, deve necessariamente cambiare non può fermarsi, non può essere la fotografia di un momento perché diventerebbe folclorismo: quelle ripetizioni un po’ statiche, quelle cose incorniciate che si mettono in parete. Se è vera una tradizione deve essere disposta in qualche maniera a cambiare. 
Come cambiano le tradizioni oggi che i tempi e le dinamiche mettono in contatto più velocemente realtà distanti? Cambiano con la contaminazione, con la compresenza, con la vicinanza, l’influenza di sonorità, di significati, della comunicazione, i social, la rete. Ci sono dei cambiamenti che noi stiamo osservando, così possiamo decidere di subirli e magari difendere una nostra posizione o governare questi cambiamenti, cioè capire che esiste una dinamica del cambiamento che prevede quello che è sempre successo. Vale a dire che genti di culture diverse entrano in contatto, si influenzano l’un l’altro e rivitalizzano nuove forme di cultura e di tradizione. Nei balli antichi friulani, i balli del Cinquecento che il Mainerio ha formato – faccio un esempio – uno dei tanti sono il ballo ungherese, il ballo tedesco. Sono balli che arrivano da altre regioni. Ci sono stati sempre contatti. Mi piace citare un aneddoto per capire di cosa stiamo parlando perché secondo me spesso osserviamo i migranti come persone che vengono qui a occupare un posto, a rubare lavoro. Allora mi piace ricordare una storia. Vivendo in una zona di confine ho saputo dell’esodo degli istriani che erano malvisti perché portavano via il lavoro agli italiani che avevano titolarità nei concorsi pubblici, ho visto durante la guerra dell’ex Jugoslavia una massa di persone venire dall’Albania, dalla Serbia, dal Montenegro e prima ancora i polacchi. Sono sempre arrivati. Ci dimentichiamo troppo presto della navi che arrivavano da Valona e così mi è capitato di vedere un post di un amico in cui scriveva che lui era nato italiano e voleva vivere da italiano e morire da italiano e non accettava questa invasione. Questo amico ha un nome tipicamente napoletano e vive in Friuli. Ricordando la storia dell’Italia, quando la nostra nazione è nata il Friuli con la Sicilia non c’entrava molto o la Sardegna con la Puglia o la Calabria con il Piemonte. Erano realtà completamente diverse. Se andiamo ancora agli anni Sessanta, con i cosiddetti terroni che arrivavano al Nord, sono sempre forme di dichiarata invasione che poi si risolvono in una compresenza, in una contaminazione in cui necessariamente dobbiamo convivere. 
Mentre facevo queste elucubrazioni con un altro amico che di cognome fa Sanzin e io gli chiesi da dove venisse il suo cognome, lui mi rispose che aveva fatto una ricerca dalla quale aveva scoperto che la sua famiglia nel Cinquecento era arrivata in Friuli da una zona cristiana dell’Ucraina da cui era fuggita dopo l’invasione turca. Questa sua storia è molto simile a quella di molti popolo del Medio Oriente che scappano davanti ai conflitti. Così continuo a pensare che la storia è sempre stata fatta, si ripete e quello che vogliamo fare con questa collana è fissare alcuni elementi, alcune prove testimoniali di questo percorso. Oggi le cose cambiano molto più velocemente di un tempo, la dinamica del cambiamento ha una velocità esponenziale rispetto al passato. Se noi non creiamo prove testimoniali che attestino quello che sta succedendo oggi, domani o dopodomani potremmo non trovarlo più perché sarà già cambiato e avremmo necessità di documentare quello che succederà domani. È bello fare una ricerca non solo su quelle che sono le tracce più arcaiche ma anche su quello che sono il volo, le foglie che vengono spostati dal tempo, i contatti, la tradizione che è viva se continua a cambiare e noi dobbiamo registrarne i cambiamenti. Se non vogliamo subire i cambiamenti, dobbiamo governarli. Questo è un modo secondo me utile per lavorare su un ambito culturale che non è solo musica ma è l’espressione di una lingua, di una storia che viene in contatto con altre espressioni. Per me che ho una formazione di tipo antropologico ma mi trovo a fare l’editore, in maniera sicuramente non tradizionale nell’accezione del termine, per me diventa importante che le operazioni di documentazione prevedano la conseguente operazione di pubblicazione perché la pubblicazione oltre ad essere prova testimoniale di quello che sta accadendo, è un modo per condividere i saperi. Se io non pubblico e non rendo disponibile questo materiale, queste quattro storie raccontate nel volume monografico del Kurdistan non posso condividere un sapere con altri che pensano di poterlo solo consumare o dimenticare, etichettando quel tipo di esperienza catalogabile solo come emigrazione ma che al contrario è una forma di contatto e di contagio culturale che promette di darci molto.  
Certo ci sono molte cose in cantiere. Stiamo lavorando con delle comunità tuareg che si stanno ben organizzando e si esprimono musicalmente in maniera interessante e credo che il rafforzamento di questo tipo di esperienza ci rende più forte. Credo che l’identità non sia una cosa negativa ma bisogna comprendere in che termini si usa. Noi abbiamo una nostra identità nel momento in cui ci confrontiamo con qualcuno che ha una sua identità. Se noi neghiamo l’identità agli altri non possiamo difendere o sostenere una nostra identità perché essa esiste solo nel concetto di rapporto, di relatività. Ecco che credo sia fondamentale non solo conoscerci ma anche stabilire quello che vogliamo fare, cosa potremmo e vorremo fare. È importante conoscere la cultura degli altri, le espressioni degli altri, perché solo attraverso questo confronto possiamo riconoscerci in una nostra peculiarità, in una nostra diversità. Queste sono occasioni per condividere una serie di informazioni che ci permettono di avere più elementi per un confronto che non è standardizzato ma che deve dare ricchezza.

Un’altra delle sollecitazioni che ci arrivano dall’ascolto di questi dischi arriva da Alessandro Portelli, che in un saggio pubblicato in un testo collettaneo, intitolato “Italia Post Coloniale” (a cura di Cristina Lombardi-Diop e Caterina Romeo, Le Monnier, 2014, ndr) ha parlato di un concetto di “convergenza”, una denominazione provvisoria che svuota di senso il concetto di “autenticità”. Noi attraverso questi artisti ci rendiamo consapevoli di certe cose, apprezziamo musiche e conosciamo storie ma iniziamo un processo critico su quelle che sono le nostre categorie su come analizziamo esteticamente la musica o come la valutiamo. Questo concetto di convergenza che fa saltare il concetto di autenticità, altra grande parola con cui si ci riempie la bocca. Cos’è questa convergenza? Possiamo ancora parlare di autenticità?
Alessandro Portelli – Ne possiamo parlare ma ogni volta dobbiamo ridefinirle. Nel senso che sebbene erroneamente Wikipedia e altri siti mi definiscano critico musicale, io tutto sono meno che musicologo. Penso alla musica come uno strumento di conoscenza di mondi e di persone. Forse un po’ per questo motivo mi sono accorto di questa musica di cui non si accorgeva nessun altro. Mi interessavano molto di più le persone che suonavano agli angoli delle strade che non la qualità necessariamente della musica che suonavano. È la continuazione di un altro progetto che avevo cominciato negli anni Novanta che si chiamava “Caffè” e nasceva dal fatto di prendere atto che c’era una letteratura italiana scritta in Italia da immigrati. Per esempio, c’è Gabriella Ghermandi, che è un punto di arrivo ma chd non è nemmeno un‘immigrata, c’è Igiaba Scego, che ne è un esempio. Quando cominciai a parlarne negli anni Novanta i miei colleghi della Facoltà di Lettere della Sapienza mi dicevano: «Che cosa c’entra questa roba con la letteratura italiana?» Io rispondevo semplicemente che questi libri erano scritti in italiano e pubblicati in Italia e però c’era un’idea di autenticità: guardate nella letteratura come nella musica, era lo ius sanguinis e non lo ius soli. Per me letteratura italiana è quella che si fa su questo suolo, non quella che fanno quelli che hanno i nostri antenati. Questo discorso sulla convergenza e l’autenticità lo illustro con un aneddoto. Avevamo appena cominciato a pensare a questo progetto quando una nostra amica a Roma telefonò a Sara Modigliani dicendole che aveva sentito una cantante meravigliosa sulla metropolitana e le disse che dovevamo assolutamente registrarla. Fu molto complicato arrivare a fare questa cosa perché questa signora non si fidava di noi, quindi ci dava appuntamento e non veniva, poi ce lo ridava e non veniva. Poi alla terza volta è venuta. Questa signora, che si chiama Violeta Joana, era una rumena rom, dalla voce straordinaria. Lei si presentò con l’apparato con cui canta in metropolitana cioè microfono, amplificatore, computer con basi pre-registrate ed attacca a cantare quella che per me è la più bella versione che abbia mai sentito di “’O Sole mio”. Fra l’altro meraviglioso, perché lei cantava: «che bella cosa una giornata di sole», ossia regolarizzava il verso dal napoletano in italiano. 
Noi eravamo lì con l’idea di sentirla cantare le canzoni della sua terra e le chiedemmo se le conosceva, le dicemmo che non c’era bisogno del microfono perché eravamo in salotto. Eravamo lì con un a nostra idea di autenticità: per noi doveva avere per forza un repertorio di canzoni tradizionali rumene, ma soprattutto non capivamo il senso che avessero le basi pre-registrate. Ad un certo punto ci siamo resi conto che eravamo alla ricerca di un modello di autenticità arcaicizzante: le radici, la diaspora. In altre parole, stavamo violando la sua autenticità, quella di una signora che per mangiare canta di tutto nella metropolitana con il microfono e le basi preregistrate e canta “’O Sole Mio” meglio di Giacomo Rondinella. Fra l’altro è la registrazione che apre il prossimo disco… Percepivamo che l’autenticità sono i processi storici, il che non vuol dire che ognuno può fare quello che gli pare, purché dica quello che sta facendo: non è che la contaminazione è un processo che puoi inventare. Quando ero piccolo prendevamo in giro gli americani dicendo che mangiavano la pastasciutta con la marmellata, pure quella è contaminazione, però fa schifo. La contaminazione non è meglio o peggio della purezza è semplicemente lo stato in cui si trovano i processi storici. Allora per esempio nel disco “We’re not going back” la signora bengalese con i suoi bambini bengalesi di Torpignattara canta “We Shall Overcome” perché non c’è manifestazione di studenti in Bangladesh o in India in cui non si canta questa canzone in bengalese, ma cantano anche “Nostra Patria è il Mondo Intero”, che gliel’abbiamo insegnata noi. Perché questi ragazzini sono romani sono di Torpignattara. Per troppo tempo abbiamo ragionato solo su un aspetto del viaggio delle culture, sulla diaspora. C’è un centro della cultura da dove le emigrazioni viaggiano e quello che uno cerca nelle culture migranti.Tutte queste culture, questa gente arrivano nello stesso posto facendo tutti i conti con gli stessi problemi, hanno tutti l’esperienza dello sradicamento, del dramma del viaggio, del rifiuto, qualche volta anche dell’accoglienza. Una delle cose che trovo entusiasmanti dell’esperienza del Coro multietnico “Romolo Balzani”, che abbiamo fondato con il Crcolo Bosio, è sentire Roxana Ene rumena del Casilino che canta in bengalese le canzoni di Tagore perché glieli ha insegnati la sua amica Sushmita Sultana, la quale canta in curdo le canzoni che le ha insegnato Sarhat e contemporaneamente c’è il percussionista senegalese che oltre a cantare “Nostra Patria è il mondo intero” si unisce al coro per cantare le canzoni in rumeno. 
Improvvisamente succede questa cosa. Ogni volta che sento Adarè, va bene che fa fresco, ma mi vengono i brividi anche quando fa caldo. È una lingua che non conosco. Ma perché li capisco i Fratelli Mancuso quando cantano in siciliano? E pure io sono il risultato di una contro-diaspora, perché il cognome Portelli viene da Malta e che prima ancora stava in Aragona. I miei nonni sono siciliani, ma quando andai con Gianni Bosio a registrare i canti di filanda di Palma Facchetti in bergamasco tanto valeva che andassi in Finlandia per quanto mi riguarda. Ci rendiamo conto del fatto che questo Paese è un paese multilingue, multi-culture, multietnico fin dall’inizio? Siamo sempre stati in questo modo. Se adesso ci sono italiani che parlano curdo, che parlano bengalese, che parlano rumeno, forse sarebbe il caso che imparassimo anche noi un po’ di curdo, di rumeno, perché queste sono le lingue del nostro Paese. In realtà, la parola “convergenze” non mi piace molto, ma mi piacerebbe usare qualcosa come “sistole” e “diastole”, come si muove il cuore. Quello che stiamo cercando di documentare è un processo di “sistole” in cui improvvisamente cose lontane si incontrano… 
Valter Colle – Di fatto sarebbe bene comprendere che laddove vive la tradizione non ci sono distinzioni tra nuove composizioni, canzone d’autore e musica tradizionale, ma ci sono repertori in continuo movimento. Io mi interesso di alcune minoranze linguistiche e c’è in Friuli una minoranza molto interessante in Val Resia, dove parlano un dialetto che definiscono protoslavo, una sorta di slavo arcaico e sono molto conservatori perché hanno un loro repertorio. A suo tempo una collaboratrice stava raccogliendo dei canti per l’infanzia e allora le chiesi di andare da una vecchia cantatrice, Cirilla, che ha un repertorio incredibilmente vasto. Marisa chiamò Cirilla per chiederle di cantarle qualcosa dei canti dell’infanzia  e le disse che non ricordava molto, ma la invitò da lei il mattino successivo perché nella notte le sarebbe venuto in testa qualcosa. Marisa andò lì e registrò questo canto bellissimo, poi alcune filastrocche e ha completato la registrazione chiedendole chi le avesse insegnato quei canti, e da dove venissero. Cirilla rispose che le aveva composte la notte precedente. Bisogna capire che il problema è che la tradizione è lei perché è un segno della continuità. Quando ci rivolgiamo a culture di questo tipo, che sono conservative e che hanno un motore dentro, che producono non c’è questa distinzione che è dentro di noi musicologi dell’Europa occidentale o occidentali in genere, che usiamo per attribuire delle etichette, utili a noi per catalogare dei repertori. Non servono ai protagonisti di queste culture. Alle volte noi abbiamo bisogno di creare categorie che non esistono dove le culture continuano a vivere. 

Ciò che emerge dall’ascolto di questi dischi è anche il fatto che il rapporto cultura alta/bassa e tra generi musicali salta continuamente e diviene inutilizzabile. Le canzoni leggere vengono risemantizzate alla luce delle esperienze vissute di queste persone. Portelli cita in un’altra occasione il caso di “Vagabondo”, che cantata da una persona con un vissuto migrante assume un altro significato autobiografico, diverso da quello leggero e romantico che siamo stati abituati a conoscere nella versione originale di Nicola Di Bari.
Alessandro Portelli – Come tutte le tradizioni un racconto ne scatena un altro: Violeta Joana dopo averci cantato “My Way” di Paul Anka e le canzoni di Lucio Dalla, ci disse: «Se la settimana prossima venite al campo, vi canto le canzoni rumene». Siamo andati ed era chiaro che se l’era fatte insegnare dalle altre signore del campo. Cioè, in questo senso l’abbiamo spinta alla continuità della tradizione. 


Artisti Vari – Rumeni Romani. Musiche rumene a Roma e nel Lazio (Nota Records 2018)
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Canti e musiche sulla strada per «ascoltare le vite»: è quanto racchiude “Rumeni Romani”, terzo capitolo del progetto “Crossroads”, messo in atto dal Circolo Gianni Bosio ed edito da Nota Records, curato da  Florina Lepadatu, Alessandro Portelli e Lavinia Stan, con la partecipazione dell’Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi e l’Università Babeş-Bolyai. L’attenzione è rivolta alla principale comunità migrante in Italia, diversamente integrata, che esprime una significativa varietà di manifestazioni musicali. Il CD-book (con libretto di 52 pagine contenente anche il testo di tre interviste che si ascoltano nel dischetto) offre musiche folkloriche romene, musiche colte, canzoni italiane e repertori religiosi, che ci restituiscono non solo il vissuto degli interpreti ma che costituiscono lo specchio di relazioni, di intricati percorsi storici, mediatici e ideologici, di procedure di adattamento continuo che sono l’essenza dell’oralità. Lavoro e forme d’arte che s’intrecciano, canzoni rivelatrici di una rottura della separazione tra i generi e i dislivelli di cultura. Si inizia con una versione ‘regolarizzata’ in italiano  di “O sole Mio” cantata da Violeta Ioana, raccolta in un campo rom della Magliana. Subito si passa alle colinde, canti augurali di questua del tempo del Natale e di fine anno (“Linu-i lin” e “Deschide uşa”) eseguiti da Teodor Bogdan, dotato e versatile chitarrista e cantante, portatore tanto di ballate tradizionali sui briganti hajduk (“Amntire cu haiduk”) quanto  di canzoni contemporanee dei rocker rumeni (c’è ne una sul fuorilegge “Andrii Popa”) o quelle di Valeri Stejan (“Vinu Doamne”), esponente della scena rock rumena a partire dagli anni ‘70 del secolo scorso. Ascoltiamo note raccolte non soltanto per strada, ma anche in altri luoghi, dai teatri alle scuole, dai ristoranti alle chiese e naturalmente sui mezzi pubblici come il tram numero 8, «accademia musicale migrante» – scrive Alessandro Portelli –, su cui è stato registrato il frammento del “Valzer pizzicato in mi maggiore” del compositore rom Georges Boulanger, suonato da una coppia di coniugi originari di Târgu Jiu, oppure “Vagabondo”, il celebre brano di Nicola Di Bari, che Michele canta con uno slittamento di senso, che trasforma una romantica fantasia in un resoconto autobiografico. Sempre dalla strada provengono l’interpretazione lăutărescă di “Hei, Mala, Malena”, il magnifico medley di fisarmonica e chitarra suonata in trio e una “Per Elisa”, che Costel Dumitrache propone al cymbalom. In una esibizione proveniente da una fabbrica occupata a Pietralata si ascolta la celebre “Danza ungherese  No. 5 in G minore” di Brahms, tema classico declinato nello stile libero e variato delle orchestrine rom. Altri musicisti che partecipano al disco sono stati registrati alla Casa della Storia e della Memoria: è il caso di Iani Urlazanu (“Măndră floare, trandafir!” e “Ce beat am fost aseara”), di Mădălina Runceanu (“Noi umblăm să colindăm”) e di Mario, interprete di “Şi-a căzut din cer o stea”, un manele, stile folk balcanico derivato da canzoni d’amore turche, greche, arabe e serbe. Invece Victor e Ian Strinu, due fratelli musicisti professionisti, propongono una hora tradizionale (“Maramures plai cu flori”), un frammento di brano popolare (“Sârba lui Dracula”), famoso in epoca comunista come sigla televisiva, e “Trei culori”, canto  patriottico obbligatorio nel canzoniere della Romania socialista. Sempre dal repertorio politico c’è una canzone popolare del secondo Novecento, eseguita da Constantin Chiriţă, cantante professionista in patria, prestato alla cura di piante e giardini a Roma. Un altro spaccato interessante del disco lo danno i canti religiosi e devozionali, parte della liturgia ortodossa, registrati in luoghi di culto della provincia di Roma (“Benedizionali della resurrezione”, “Doamne, Doamne”, “Şi ne auzi pe noi”, “În coliba-ntunecată”). Si collocano entro lo spazio dei repertori folklorici la “Ninna nanna” di Lenuta Damian, la filastrocca “Ursul Doarme”, cantata da Mariana Rodica e la doina, poesia lirica di tono nostalgico, di Mădălina Runceanu (“Întoarce-te, bade-n sat!”).  Tra le voci femminili spicca senz’altro Violeta Ioana, rom romena dalla voce scura, portatrice di repertorio popular internazionale, che esegue le sue canzoni sui basi registrate: è la sua autenticità, con buona pace di folkloristi e revivalisti. Eppure, per ‘soddisfare’ le richieste dei ricercatori si è fatta insegnare dai vicini la celebre “La fântâna cu găleată”. Diversamente, Roxana Ene, ragazza rumena-romana, cresciuta al Casilino 23 da quando aveva dieci anni, non ha messo da parte il repertorio popolare anche per il suo vissuto familiare. L’ascoltiamo in “Lume lume” e “Cine iubeşte şi lasă”, provenienti dal repertorio della Edith Piaf romena, la grande Maria Tănase, con sua madre Sorina in “Ş-aşa-mi vine câteodată”, dal canzoniere del folksinger Ducu Bertzi. Se ci state seguendo in questa escursione nel  magnifico disco dei Nota, non vi sorprenderà ascoltare la versione di Roxana de “Le Mantellate”, proveniente dal repertorio di Gabriella Ferri, né ritrovare “Ş-aşa-mi vine câteodată”, cantata con il Coro multietnico Romolo Balzani, accompagnato dalla chitarra di Felice Zaccheo. Musica in movimento che non ha possiede solo le radici ma soprattutto le ali.


Ciro De Rosa
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