Simona Colonna – Folli e Folletti (MRM/IRD, 2017)

Per fortuna non sempre le buone nuove arrivano dai soliti sospetti della canzone d’autore: prendete Simona Colonna, autrice e violoncellista nativa di Fossano (CN) ma cresciuta a Baldisssero d’Alba nel Roero, che tesse proficue relazioni tra folk, jazz e classicismo, facendo fruttare studi di conservatorio, esperienze di musica barocca e lirica, collaborazioni con jazzisti, cantautori e pop band. Ancora, naturalmente, ci sono i suoi ascolti rock e world e lavoro per il teatro, che aggiungono sostanza alla sua scrittura. Simona Colonna l’ho conosciuta a Cagliari al Premio Andrea Parodi nel 2013, dove ricevette riconoscimenti per il migliore arrangiamento e interpretazione per il suo brano “Brigante stella”. Per me era la migliore artista del concorso, di lei mi colpirono l’essere fuori dal cliché autorale, il suo portamento sul palco, la sua finezza ma anche la capacità di esprimere mostrare tratti più energici, il suo profilo artistico due-in-uno”, lieve, eppure carico di sfumature sonore. Una cifra stilistica perfezionata in questo suo nuovo viaggio con Chisciotte, il suo violoncello dal carattere determinato, legno vivo che a volte l’asseconda altre le si mette di traverso: due voci complementari, entrambe “rotondette”, mi spiega Simona. Dopo gli album “Viaggiare Piano” , “Angelo 10 e lode” e  “Masca vola via”, quest’ultima un’opera in forma di suite di cinque brani per voce e violoncello, di lei, alla fine, s’è accorta la grande distribuzione. Così “Folli e Folletti”, edito da Maremanno Records, è distribuito da IRD. 
Per descrivere il carattere del nuovo lavoro prendiamo a prestito le parole di Roberto G. Sacchi, il quale nelle note di presentazione ne parla come di uno «scrigno ricolmo di piccole pietre preziose, di felici ispirazioni da mondi piccini fatti canzoni […] magia dell’armonia essenziale». Tra passato e presente, la poetica di Simona Colonna tratteggia storie vere e fantastiche, guarda a modelli letterari e alle espressioni di tradizione orale, si popola di contadini e personaggi solitari, creature fatate e staffette partigiane, sguardi smarriti in cerca di un futuro migliore e volti proiettati in sogni e speranze; sono canzoni fatte di melodie dai tratti tenui ma che non disdegnano passaggi più vibranti. La voce si impone all’attenzione, sa essere morbida e decisa, procede su diversi registri canori e colori, abbracciando i ritmi fonici del piemontese e cantando nell’idioma nazionale, perché se da un lato Chisciotte sa da dove viene e cosa ha dietro di sé, dall’altro rimarca il suo incontro con il mondo. La strumentazione è essenziale, con occasionali innesti di viola (Jennifer Rende), basso ukulele (Roberto Scala) e percussioni (Giorgio Rizzi). Duetto di archetti con il violino di Michele Gazich e di ugole con il canto della sarda Ambra Pintore. Approfondiamo ispirazioni e temi di “Folli e Folletti” parlandone direttamente con la musicista piemontese.

Perché “Folli e Folletti”?
Perché forse sono un po’ io così? Un po’ è la verità, però, in realtà, il brano racconta la storia di un artista rinchiuso a lungo in un manicomio, per cui l’unica presenza ‘sana’ erano i folletti della musica, che per farlo evadere dall’incubo ospedaliero, in cui era recluso, lo venivano a prendere portandolo con la fantasia oltre quei muri, oltre quella prigionia. A volte abbiamo bisogno di questi pensieri, no? Affidarci alle belle situazioni per uscire dalle brutte... e sicuramente la musica è una bella situazione....parlo dei suoni che come energia positiva sono spesso d’aiuto.

Molto curato l’artwork del disco...
La copertina e le foto legate ad alcuni dei brani sono opera di due cari colleghi artisti, Giancarlo Giordano, il pittore della copertina, e Marina Pepino, una scultrice, che hanno lavorato nel manicomio di Racconigi, con cui ci siamo conosciuti tanti anni fa, con loro abbiamo fatto anche tante installazioni. Il progetto è mettere insieme le arti da diversi punti di vista e di comunicare felicemente tra di noi.

“Le lacrime di Chisciotte” è il brano di apertura. Però, è anche il nome del tuo violoncello…
Chisciotte è il mio fido compagno musicale che combatte contro il mondo (anche a musicale a volte...), il mio dialetto, il mio duo voce-cello così tanto originale... e contro i mulini a vento per cercare e trovare e poter amare la sua Dulcinea, che sarei io, ma che simbolicamente è quello che noi vogliamo e sentiamo di conquistare, quello in cui crediamo e facciamo del nostro meglio per raggiungere.

Un Chisciotte triste all’inizio, che canta felice nel brano di chiusura… 
Sì, perché sono una donna nostalgica negli occhi. Qualcuno ha definito il colore dei miei occhi: nocciola-nostalgia. Ma sono anche positiva nel cuore, amo il lieto fine, per me la vita è positività! Al di là dei momenti giù, che non mancano di certo perché fanno parte della vita, il bene vince…

La tua lente di osservazione ti porta a indagare piccole storie, a scavare nella memoria di persone  e luoghi nella memoria, a scrutare il presente. Come sono nati i brani di questo disco?
Beh...a volte prima il testo a volte prima la musica...non sono molto rigorosa. Le melodie e i suoni nascono dal cuore e dall’istinto, lo stesso accade per le parole. Una cosa la dobbiamo dire: adoro raccontare quello che mi accade e quello che secondo i miei occhi accade attorno a me.


Oltre che nell’uso del piemontese, come ti ispira la tua terra d’origine?
Le mie radici sono profonde...e ben radicate, alcune cose non si possono esprimere con le parole ci vuole magia, devozione, umiltà....La mia terra ha tutto questo, non solo, quindi, la lingua piemontese, ma le emozioni che un anziano contadino ti trasmette guardandoti diritto negli occhi oppure l’ironia della timidezza come nel caso di “Ëncalte Matòt”, una persona piemontese abitante di un piccolo paese, arriva energicamente a coinvolgere chi ascolta. Le nostre orecchie e il cuore sono lì pronti a ricevere, basta concentrarsi un po’...

Il canto di Simona Colonna non è assimilabile alle forme del folk-revival. Ti esprimi con diversi registri e colori. Hai fonti di ispirazione o modelli?
Peter Gabriel....e poi ...arrivo dal folk con la voce, e dalla banda con il rullante dunque la parte ritmica,  dalla classica con il cello e il flauto, ho vissuto nel sud della Francia e ho fatto musica barocca per quattro anni, in Toscana per cinque anni dove ho fatto l’opera, il jazz, in Canada dove ho fatto il pop e il rock. Sto studiando il canto armonico da due anni....Insomma, contaminazioni...questa è per me una parola importante.

Non solo modelli canori, ma poetici, più in generale?
Alda Merini, Pasolini, Jacques Prévert, Giampiero Bona, Pier Luigi Cappello... ma anche autori ancora giovani, Francesco Occhetto mio compaesano..

E quanto al cello, c’è qualche artista cui guardi con riguardo? 
Ernest Reijseger e Manuel Zigante.

La voce asseconda Chisciotte o è lui che ti viene dietro? 
Ci completiamo.

Condividi la scena con Michele Gazich. Come si sono incontrate le vostre corde?
...Ah, sì bellissimo, ci siamo incontrati da Trapani, un locale di Pavia dove la musica abita le più belle anime delle persone! Era capitanato da Paolo Pieretti... è stato lui il tramite (Grazie Paolo!): è stato subito amore a prima vista!

Intrecci la bella voce sarda di Ambra Pintore: come nasce questa collaborazione?
Anche con lei un feeling immediato...al Premio Andrea Parodi del 2013 ...lei era ospite ed io concorrente...poi ci siamo rincontrate a Folkest nel 2015... Ho cantato e suonato nel suo ultimo lavoro discografico lo scorso anno e lei ha deciso di intrecciare la sua interpretazione sarda con quella piemontese registrando e interpretando un mio brano.

C’è un brano che ti rappresenta di più? Che racchiude il senso di questo disco?
“Dulcinea”, sicuramente: «io resto qui tra le teste di girasole, l’unica a sorridere», come per dire io ci sono, mi troverai qui sempre, un po’ folle e folletto anche me, ma anche come testimonianza delle mie radici....insomma “Dulcinea” è tutto racchiuso in un suono.

Portare in scena te e il tuo violoncello soli: facile o difficile? Cosa chiedi al pubblico?
Non mi piace approcciarmi negativamente alle cose, però spesso con i direttori artistici e in passato le etichette discografiche, all’inizio, quando mi presento e dico che mi accompagno al violoncello ti guardano sempre un po’ un male, perché non rientro nei cliché e nei generi musicali: non è un approccio semplice. Il suono di Chisciotte, in realtà, non è tanto diverso dalla mia voce, entrambi siamo un po’ rotondetti tutti  e due, anche se poi io vado in  cima, spazio e faccio le mie ‘girigorate’ vocali, ma lui anche mi segue. Io racconto una storia e prendo le sfumature dal mondo, traducendole per voce e violoncello. Invece, con il pubblico non è difficile, anzi è bello per me! È il mio modo per comunicare, per trasmettere la mia energia musicale, i miei pensieri, il mio cuore e i miei stati d'animo a volte tristi a volte allegri....Certo, io studio e pratico gli strumenti quotidianamente sempre, sempre studiare, sempre andare avanti, sempre sperimentare e darsi da fare, sempre cose nuove… incontrare nuove culture lontane da noi, e vicine allo stesso tempo se il trait d'union  è il suono, la bellezza della musica. La fatica ad un certo punto non la senti più. Rimane tutto il resto e il mio pubblico non manca mai di farmelo capire e sentire. Io do tanto agli altri e loro a me. Questo è il senso. Bello no?


Simona Colonna – “Folli e Folletti (Mrm/IRD, 2017)
I versi di “Le lacrime di Chisciotte”, brano d’apertura, stabiliscono il passo errante di chi va alla ricerca, incontrando il mondo. Il successivo titolo guida contiene in sé le anime plurime sonore e vibranti di Simona e la necessità di sfuggire alla cruda realtà di reclusione sulle ali dei folletti. “Cuntadin Poeta” (Premio Alberto Cesa 2014) è la prima canzone in piemontese dell’album, cui segue un altro tema in dialetto, “Aȓ meȓcà dëȓ fȓòle”, dove si incontra il fraseggio guizzante dell’archetto di Michele Gazich, che duetta ancora con Simona in “Ëncalte Matòt”. Se “Amancor” ha un tratto dolce ed essenziale e “Re cit” ci porta, invece, nel pieno dei paesaggi del Roero, nel dialogo tra voce e corde di “Rerrante” è trasfigurata un’altra storia che racchiude un momento di vita vissuta. In “Carrette dei mari”, in cui subentra un organico più ampio (percussioni e basso ukulele e la preziosa sarda di Ambra Pintore), vediamo un bimbo cullato sul suo grembo dalla madre migrante. Segue “La bicicletta partigiana”, dove su un ritmo di tango si snodano i ricordi di una donna che racconta le vicissitudini della sua vita di staffetta nella Resistenza nelle Langhe. Il lirismo di “Preghiera pëȓ ti’” trova sponda nella viola di Jennifer Rende, che accompagna Simona anche nel successivo “I sogni della luna”, altro motivo romantico e fantastico, cantato in italiano. In “Dulcinea” è racchiuso il mondo di Simona, reale e visionario al contempo, che trova continuità nelle pieghe di  “Questo tempo”. Infine, gioisce lo strumento in “Chisciotte e Dulcinea”, l’elogio di cavalieri erranti e di sognatori, che «non ci tradiranno mai». Sono storie di un’artista fuori dagli schemi.



Ciro De Rosa
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