Marco Beasley & Antonello Paliotti – Catarì, Maggio, L'Ammore ... (Autoprodotto, 2017)

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A distanza di un anno dalla pubblicazione de “Le Strade del Cuore”, Marco Beasley torna con “Catarì, Maggio, l’Ammore…”, splendido album dedicato alla canzone napoletana, nato dalla collaborazione con il raffinato chitarrista e compositore Antonello Paliotti. Musica colta, canti popolari e canzoni d’autore si intrecciano in un viaggio sonoro di grande suggestione, un incanto acustico di grande forza evocativa nel quale voce e chitarra dialogano con eleganza svelandoci le fascinazioni e la poesia che hanno ispirato, negl’anni, tanti musicisti e poeti partenopei. Abbiamo intervistato il tenore, attore e musicologo napoletano per farci raccontare dalla sua viva voce la genesi di questo nuovo lavoro, soffermandoci sulla scelta dei brani e gli arrangiamenti che li caratterizzano.

Da qualche anno si è conclusa la tua fortunata esperienza artistica con Accordone. Qual è il bilancio che puoi fare di questa importante parte della tua carriera?
Accordone nacque nel 1984 come trio formato da Guido Morini, Stefano Rocco e me. Eravamo tutti e tre a Bologna, sede della magnifica Biblioteca del Conservatorio dove sono conservati manoscritti e stampe delle composizioni di un repertorio che per noi divenne di riferimento. Senza dubbio le esperienze artistiche che ho avuto da quel momento possono essere riferibili all’approccio alla musica che aveva il nostro trio, un approccio che nel suo piccolo ha segnato una via interpretativa che, senza falsa modestia, posso dire che ancora oggi viene da alcuni imitata, nel bene e nel male…

Nell’intervista che realizzammo per “Solve et coagula” ci avevi detto che la collaborazione con Accordone si era conclusa non per stanchezza ma in una fase di creatività. Quali sono stati i progetti che, come solista, hai messo in campo in questi anni, e quelli in cui sei attualmente impegnato?
Nuovi spunti di interesse e di esplorazione si stanno rivelando in questi anni che per me inevitabilmente si avvicinano alla fine di una carriera felice. Progetti che da un lato vedono l’antico amore mai abbandonato per il repertorio rinascimentale del ‘cantare al liuto’ e dall’altro la frequentazione delle musiche legate alla città in cui sono nato, Napoli, mi stanno dando non poche soddisfazioni. Sull’uno e sull’altro fronte stanno prendendo forma o sono già stati eseguiti in concerto.

Come è nata la collaborazione con Antonello Paliotti?
Dalla felice proposta di un caro amico comune, il violoncellista Leonardo Massa; all’inizio per un programma di composizioni dello stesso Paliotti incentrate sul repertorio di canzoni pubblicate dalla famiglia Cottrau, editori musicali stabilitisi a Napoli agli inizi dell’Ottocento e che hanno pubblicato gran parte del repertorio della canzone napoletana. Le Forme di Dioniso, questo il nome del programma che abbiamo portato in giro per l’Europa per diversi mesi. Sono molto felice di aver conosciuto una persona come Antonello, dal nostro incontro è nata una buona amicizia. 

Con Accordone hai realizzato diversi dischi dedicati a Napoli, hai esplorato la cantata settecentesca partenopea ne “Il Settecento Napoletano”,  i canti della tradizione in “Storie di Napoli” ed ancora hai raccontato il Principe di Sansevero in “Solve et Coagula”. Da dove nasce l’esigenza di realizzare un disco per soli voce e chitarra come “Catarì, Maggio, l’Ammore”?
Già da diversi anni sentivo il desiderio di un concerto per voce e chitarra, avevo voglia di cantare quelle canzoni napoletane amate da tanti nel mondo ma che a mio avviso vengono troppo spesso interpretate seguendo lo stereotipo di un esagerato virtuosismo canoro che privilegia più la vanità dell’esecutore che la bellezza della musica stessa. 
“Catarì, Maggio, l’Ammore” è il titolo che ho voluto dare a questo omaggio alla città di Napoli e contiene già in esso elementi di identificazione molto chiari con la città stessa: Caterina, nome diffusissimo a Napoli e tante volte utilizzato nei versi dei poeti scelti dai compositori; Maggio, il mese dell’amore, l’esplosione fragorosa della Primavera che porta con sé i profumi di una natura rigogliosa e felice; l’Amore, argomento sul quale discutere è superfluo… Tutto questo unito alla maestria di Antonello, alla competenza e alla sensibilità con la quale esprime per mezzo della chitarra un’ampia paletta di colori e di sentimenti. Non ultimo, il comune denominatore di essere entrambi della stessa città ha favorito ogni tipo di comunicazione fra di noi.

Come avete selezionato i brani da interpretare?
La scelta non è stata semplice, data l’esistenza di uno sterminato repertorio dedicato alla canzone napoletana. Agli esordi del progetto vi erano molti più brani candidati a farne parte e allora la scelta è caduta su quelli che più mi sembravano rappresentativi nella storia che volevo raccontare: l’uomo e il sé stesso amante. Molto umano, mai solamente ridicolo, dal volto riconoscibile e non solo con quello di un pulcinella o di una macchietta. Certo, il momento comico è presente con brani quali “M’aggia curà” oppure “E’ pazzo chi se ‘nzora”, ai quali però si affiancano momenti riservati e meditativi come “Munasterio ‘e Santa Chiara” o “Catarì”, per giungere alla malinconica sofferenza d’amore in tutte le sue corde, come in “Cara Lucia” o nel breve capolavoro di Pino Daniele, Terra mia.

Come si è indirizzato il lavoro in fase di arrangiamento?
Antonello è intervenuto in più di un brano con un arrangiamento per sola chitarra che fosse rispettoso della tradizione e del volere della canzone stessa, ma con dei momenti armonici che risultano innovativi seppure chiaramente riconoscibili. E’ il caso di “Te voglio bene assaje”, per esempio, dove in alcuni punti la chitarra smette di essere ‘accompagnamento’ per assumere la personalità di interlocutore diretto nei confronti della voce. 
E nei due bellissimi brani strumentali, la “Villanella a ballo” e le “Variazioni sul basso di tarantella”, dove in particolare in quest’ultimo si ascolta la chitarra diventare per qualche istante un rullante, il tutto ottenuto grazie alla tecnica del suonatore e non per mezzo di artifici tecnologici.

Rispetto ai dischi precedenti dedicati a Napoli come è cambiato il tuo approccio alla vocalità e quali sono gli aspetti della voce che hai voluto mettere in luce con questo disco? 
In verità non credo di aver cambiato molte cose. Cerco sempre di adattare il suono della voce allo strumento che canta con me, che sia esso un liuto, un clavicembalo o una chitarra come in questo caso. Qualche attenzione ad un lavoro sullo stile c’è stata ma ho soprattutto prediletto il testo su ogni altra cosa. E’ per me assolutamente necessario che la storia che si racconta in musica venga compresa pienamente e senza fatica dall’ascoltatore. Perché questo incontro di emozioni si realizzi bisogna approfondire con molta attenzione il significato di ciò che vogliamo raccontare, e dosare la voce con le giuste pause, con la giusta intensità emotiva. Le storie espresse in quei versi sono troppo belle per essere soggiogate all’uso di una voce eccessivamente teatrale, per me sarebbe stato un errore accentuare con artifici vocali la potente espressività che è nel DNA della canzone stessa. 

La cosa che più sorprende di questo album è la sua immediatezza d’ascolto. Quanto è importante rivolgersi ad un pubblico più vasto? 
Personalmente non penso di rivolgere il mio canto a un pubblico “di nicchia”, anche se mi rendo conto che la musica antica è considerata un genere musicale appartenente a quella categoria. I dischi sono messaggi in bottiglia, una volta spinti nel mare degli ascolti, trovano più o meno da soli una destinazione o un naufragio. Ricevo spesso dei feedback da luoghi e persone inaspettate che hanno apprezzato la musica e l’esecuzione che questi piccoli vascelli hanno portato loro.

Come si inserisce l’incontro tra la tua voce e la chitarra di Antonello Paliotti nel tuo percorso artistico?
Da qualche tempo sto privilegiando lavori con pochi musicisti, per favorire un bisogno di intimità che dopo tanta grandeur mi faccia sentire a casa. Antonello è uno di questi preziosi musicisti, spero che vi siano altri progetti insieme. Vedremo cosa ci riserva il futuro.

Il disco è stampato in edizione limitata e numerata, con confezione realizzata a mano. Come mai questa particolarità?
Il mercato della riproduzione musicale su supporto fisico e quello del CD in particolare, è in caduta libera da diverso tempo e le case discografiche sempre più in difficoltà hanno bisogno di “prodotti” facili e leggeri che spesso hanno la durata di una meteora… Questo è il terzo titolo che mi produco da solo, effettivamente i CD non sono per adesso reperibili sul mercato, vengono venduti esclusivamente ai concerti. Tuttavia il passo successivo, quello della vendita online per esempio, è imminente. Ho richieste quasi quotidiane di persone che vorrebbero entrare in possesso di una copia del disco e mi dispiace negare agli ascoltatori questa possibilità. 
Di “Catarì, Maggio, l’Ammore” ne ho stampato solo 399 copie, 99 una prima edizione e 300 come prima ristampa. Ogni disco ha la numerazione manoscritta e questo l’ho voluto fare come segno di attenzione per l’ascoltatore, di modo che si trovasse tra le mani un qualcosa che sapesse di artigianato, ogni copia è un pezzo unico.


Il recital con cui state presentando il disco dal vivo, vede alternarsi alle canzoni, alcune letture. Come è nato questo concept live?
Il concerto, così come il Cd di cui porta il nome, non si discosta dalla formula a me cara del concerto con racconti (una formula che vorrei tanto poter chiamare Teatro Canzone di gaberiana memoria), già da me ampiamente utilizzata negli anni e alla quale sono particolarmente affezionato poiché crea un elemento in più di contatto con l’ascoltatore, introducendolo al brano come fossimo in una conversazione non troppo formale.  In verità nel disco le letture sono limitate ad una sola, la “Lettera Amirosa” di Salvatore Di Giacomo, poesia bellissima, piccola storia d’amore che si svolge sul tappeto sonoro della chitarra. In concerto più che letture vengono raccontati brevi aneddoti legati ai brani o brevissime presentazioni delle canzoni stesse, come nel caso de “‘O surdato ‘nnammurato”, famosissima canzone legata alla Prima Guerra Mondiale, interpretata da noi come una lettera d’amore dal fronte.

Ci puoi raccontare quali sono i tuoi progetti futuri?
Sto realizzando proprio in questo periodo la registrazione discografica di un programma intitolato “Due Radici”. Un programma composito, che vede musiche di Purcell accostate a quelle di Nick Drake e anche quelle di Ivano Fossati in ideale dialogo con le musiche di Claudio Monteverdi o di Tarquinio Merula. Senza scandali, senza false contaminazioni, il programma racconta la storia autobiografica del percorso di ascolti che mi ha portato ad essere la persona ed il cantante che sono, dagli esordi verso la fine degli anni ’70 fino ad oggi. “Due Radici”, quella italiana e quella inglese. Ma in senso più ampio, anche le due persone che siamo Stefano Rocco ed io, amici prima di essere musicisti. Sono molto grato a Stefano per aver accettato di partecipare a questo progetto nel quale suona la tiorba, la chitarra barocca e l’arciliuto con grande maestria, muovendosi fra i vari repertori e i vari generi musicali con competenza e tranquillità. “Due Radici” uscirà nei due supporti CD e Vinile, cosa che mi sembra giusta vista la cronologia delle musiche e il recente grande recupero del vinile per fortuna mai destinato all’oblio. Last but not least, seguirà l’ultimo progetto, dedicato alla Canzone Villanesca alla napolitana, repertorio degli inizi del Cinquecento che si può considerare l’archetipo della canzone napoletana. Questo sarà nella mia idea anche l’ultimo di questi cinque dischi, di cui il primo titolo è “Il Racconto di Mezzanotte” (MB1) del 2013, a cui è seguito “Le Strade del Cuore” (MB2) nel 2016, “Catarì, Maggio, l’Ammore” (MB3) nel 2017, proseguendo poi con “Due Radici” e “Villanesche”. Ma di questi ultimi spero di poterne parlare in un futuro non troppo lontano.

Foto tratte dal sito www.paesaggimusicalitoscani.it



Marco Beasley & Antonello Paliotti – Catarì, Maggio, L'Ammore ... (Autoprodotto, 2017)
Il parco reale di Portici sormontato dal Vesuvio, le ville di Sorrento e poi ancora il mare avvolto nell’abbraccio del Golfo di Napoli. Questo paesaggio unico nella sua straordinaria bellezza non può che rimandare alle tante canzoni che questa città ha ispirato, canzoni che esprimono sentimenti profondi, spesso difficili da comunicare a parole, ma che attraverso il canto trovano la loro espressione più compiuta. Salvatore Di Giacomo, Libero Bovio, Eduardo De Filippo, Totò e poi ancora musicisti come Ernesto De Curtis, E.A. Mario in Napoli “hanno usato la loro passione e il loro talento artistico per rendere più veri gli umori dell'amore, per mantenere vivi i suoni e i sogni di una città e per ricordarci (e se stessi) che, dovunque siamo, dobbiamo vivere”, così Marco Beasley nelle note di copertina ci introduce a “Catarì, Maggio, L’Ammore”, nuovo album realizzato in tiratura limitata di sole 399 copie con confezione cartonata fatta a mano, e nato dalla collaborazione con Antonello Paliotti, chitarrista tra i più apprezzati della scena musicale partenopea, e dedicato alla canzone napoletana. Registrato presso lo studio Apollo di Genova tra maggio e giugno 2017, il disco raccoglie diciannove brani che, nel loro insieme, ci accompagnano alla scoperta di pagine indimenticabili della musica sbocciata a Napoli: dai brani tradizionali ai grandi classici fino a toccare il songbook di Pino Daniele, il tutto impreziosito dagli arrangiamenti di Paliotti e dalla rara intensità del timbro tenorile di Marco Bealsey. L’ascolto regala un’esperienza sonora di incredibile suggestione durante la quale riscopriamo tutto il fascino della strutture melodiche originali di brani come l’iniziale “Te voglio bbene assaje”, “Reginella”, “Dduje paravise” e “Caterì” o la struggente poesia che brilla in “Santa Lucia” e “Fenesta vascia”. Non mancano due piccoli gioielli strumentali firmati da Antonello Paliotti come le “Variazioni sul basso di tarantella” e “Nonna nonna” o gustose incursioni nella canzone macchiettistica di “E’ pazzo chi se ‘nzora” e “M’aggia curà”. Il vertice del disco arriva però con le superbe versioni di “Munasterio ‘e Santa Chiara”, “’O Surdato ‘nnammurato” e “Cara Lucia” che ci accompagnano verso il finale nel quale spiccano “Malafemmena” scritta da Totò e la “Villanella a ballo” di Roberto De Simone da “La Gatta Cenerentola”. “Terra Mia” di Pino Daniele chiude un disco di grande pregio, un atto d’amore verso Napoli e la sua musica nel quale voce e corde si stringono in un appassionato abbraccio come quello che questa città riserva a chi riesce a cogliere la sua immortale bellezza. Non possiamo, dunque, non auspicare che questo disco possa raggiungere attraverso una distribuzione più ampia un pubblico quanto più vasto possibile, perché è di questi lavori che la musica sente il bisogno.


Salvatore Esposito
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