Steve Reich – Pulse/Quartet (Nonesuch, 2018)

Nel 2016, l’ottantesimo compleanno del musicista e compositore statunitense è stato celebrato con una stagione di eventi denominata “Steve Reich At 80”, ottima occasione per ripercorrere una carriera che continua attivamente da oltre cinquant’anni. Tra i fondatori del “Minimalismo” insieme a: Glass, Riley e La Monte Young, sin dai primi anni sessanta, Reich ha attuato una personale ricerca sul ritmo e sulla ripetizione che caratterizza tuttora gran parte del suo lavoro. Partendo dai primi esperimenti di Phase Music come: “It’s Gonna Rain” e “Come Out”, rispettivamente del 1965 e 1966, è passato a lavori per strumenti a tastiera come :“Piano Phase” del 1967 o “Four Organs” del 1970, sino a classici come: “Music For 18 Musicians” (1974/6) o “Music For A Large Ensemble ( 1978), composti per organici di dimensioni differenti. Il primo novembre del 2016 in occasione di un concerto presso la Carnegie Hall di New York, il musicista ha presentato anche alcuni brani inediti. Tra questi c’era “Pulse”, una composizione scritta nel 2015 e in parte ispirata dalla collaborazione del 2013 tra il noto produttore altoatesino Giorgio Moroder e i francesi Daft Punk. La versione in studio, eseguita dall’International Contemporary Ensemble, ci offre un risultato particolarmente interessante, anche grazie all’uso di un organico “atipico” con basso elettrico e pianoforte in primo piano, impegnati a “punteggiare” una pulsazione costante, sulla quale si sviluppano gradualmente i temi affidati ad archi e fiati. “La composizione è nata come reazione a quanto fatto con il mio quartetto del 2013, nel quale ho cambiato tonalità con molta più frequenza rispetto a qualsiasi precedente lavoro”, racconta Reich a Boosey & Hawkes. “Pulse” è effettivamente un pezzo piuttosto contemplativo, molto diverso da “Quartet”, l’armonia è più stabile e le linee melodiche affidate agli archi e ai fiati si sviluppano in forma canonica sulla continua pulsazione che scandisce il ritmo variando di tanto in tanto gli accenti. Non a caso, quasi in contrasto, proprio “Quartet” è il secondo brano che va a completare il set dell’album. La composizione è caratterizzata appunto da scrittura ed esecuzione particolarmente complesse, con frequenti cambi di tonalità è intricate soluzioni ritmico/melodiche; caratteristiche che la pongono agli antipodi rispetto alla più “lineare” “Pulse”. Il Colin Currie Group dimostra un notevole affiatamento nell’esecuzione dell’intricata partitura di Reich, qui (per la prima volta) alle prese due vibrafoni e due pianoforti. L’aspetto ritmico, sempre importantissimo nella sua musica, ha, in questo caso possibilità di esprimersi al meglio e in tutta la sua complessità. I tre movimenti di 2Quartet” (I Fast – II Slow – III Fast) sono un interessante esempio delle infinite possibilità di un “metodo compositivo” che pur risultando familiare all’ascolto, riesce sempre ad espandere i propri orizzonti grazie a continui e inattesi sviluppi. Il brano è dedicato da Reich proprio al percussionista Colin Currie, che qui lo esegue su disco per la prima volta. Dopo “Radio-Rewrite” nel 2014, in collaborazione con Jonny Greenwood dei Radiohead, Reich torna in gran forma con Pulse/Quartet, un’ottima prova che non ha bisogno di stupire o rivoluzionare, ma solo di essere ascoltata. 


Marco Calloni
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