Lhasa – Live in Reykjavik (Audiogram, 2018)

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Non avrei mai creduto di ricevere nel 2018 un dono talmente prezioso come questa registrazione del concerto finale di Lhasa. La decisione di pubblicarlo è stata presa da suo fratello Mischa Karam. Purtroppo questo mi ha ripiombato nella tristezza mai placata per la sua perdita. Quella sera del 24 maggio 2009 nessuno poteva immaginare che sarebbe stata l'ultima volta che avrebbe cantato, che soltanto sette mesi dopo Lhasa se ne sarebbe andata. Tutto l'amore che questa meravigliosa figura e la sua voce sapevano generare in chiunque le incrociasse non è purtroppo stato sufficiente a trattenerla qui per il tempo di una vita intera, per impedire la volontà di un dio egoista che l'ha voluta solo per sé. Quando appena dopo la mezzanotte del primo giorno dell'anno del 2010, ha dovuto soccombere dopo 21 mesi di lotta col male, la neve ha iniziato a scendere e per quattro giorni di fila il cielo di Montréal ha pianto sulla città tutte le sue lacrime ghiacciate. Aveva 37 anni. Quando lo seppi, di getto le scrissi una dedica sulla copertina della mia copia de “La Llorona”: “Bianche e soffici/sulla terra dell'Ontario/scendono dal cielo/tutte le parole/che avevo ancora da cantare/Quattro giorni/e quattro notti/di faville silenziose/tutte le parole/che mi restavano da dire”. Poco dopo l'uscita del suo terzo omonimo disco, Lhasa de Sela e i suoi musicisti erano volati per due settimane in Islanda dove erano programmati due concerti al Reykjavik Arts Festival, il 23 il 24 maggio. 

Il gruppo era composto da Sarah Pagé all'arpa, Joe Grass alle chitarre, Miles Perkin al contrabbasso e Andrew Barr alla batteria. Prima però, il giorno 11 si erano fermati a Parigi per un concerto privato au Bouffes du Nord. Doveva essere l'inizio di una grande tournée e lo spettacolo non era ancora deciso completamente, c'era dello spazio per la definizione ulteriore delle canzoni ma lei era già malata, anche se cantava con grande ottimismo e tutte le sue energie erano concentrate nella buona riuscita della creazione artistica. Però si sentiva chiaramente la minor spinta sulla voce, prima della malattia il suo canto toccava dei picchi emotivi inarrivabili, con l'anima perennemente sulla punta della lingua, era impossibile per chiunque resistere ad una trama talmente affascinante. I capelli tagliati a causa probabilmente delle terapie, lo sguardo talvolta assorto anche se batteva le mani e sorrideva nel guardare il suo batterista accompagnarla suonando...una bottiglia mezza vuota di acqua minerale e il bacio lanciato al pubblico attento e rapito sono le ultime immagini che conserviamo di lei. Nel concerto di Reykjavik che questo spartano CD senza note testimonia, vengono presentati tutti i brani del recentissimo terzo disco, ad eccezione di “I'm going in” e di “Where do you go” e vengono ri-arrangiati “La confession” e 
“De cara a la pared” da “La Llorona” e “Con toda palabra” e “Para el fin del mundo o el ano nuevo” da “The Living Road”. Il suono è minimale e gli strumenti davvero accarezzati, mai percossi. Il pubblico islandese che all'unisono l'accompagna nel ritornello di “La confession”, è talmente intonato che perfino lei se ne stupisce e cessa di cantare. Però verso la fine del concerto, è davvero terrificante sentirla cantare la cover di “A Change is Gonna Come” di Sam Cooke, con quelle parole: “It's been too hard living, but I'm afraid to die 'cause I don't know what's up there, beyond the sky, it's been a long, a long time coming but I know a change gonna come, oh yes it will”. Lhasa era nata nel 1972 nella cittadina di Catskills, Big Indian, a nord di New York, figlia dello scrittore messicano e professore di spagnolo e letteratura Alejandro de Sela e dell'attrice e fotografa americana di origine ebraico-libanese, Alexandra Karam. Bizzarramente, il nome le venne messo dalla madre dopo ben cinque mesi di vita, in omaggio alla capitale del Tibet e durante i suoi primi sette anni di vita Lhasa e le sue tre sorelle abitarono in perenne viaggio con i genitori su un camper
ricavato da un vecchio scuolabus dismesso tra Stati Uniti e Messico, in un'esperienza di nomadismo che li marginalizzò dall'educazione formale e preservò dai condizionamenti televisivi. Quella dei suoi genitori fu un'educazione multiculturale, che aprì il suo spirito di bambina eliminando ogni sorta di confine, in un continuo esercizio di libertà, fantasia e sogno che mescolati formeranno la sua futura arte dai tratti così malinconici e oscuri. Lhasa cantò in pubblico da quando aveva 13 anni, innamorata di Billie Holiday e le sue sorelle fecero parte del Cirque du Soleil di Montréal (Sky è trapezista, Ayim è funambola e Miriam è acrobata) (per la cronaca ce ne sono altre tre: Gabriela de la Vega, Samantha de la Vega, Eden Sela e tre fratelli: Mischa Karam, Alex Sela and Ben Sela) dove nel 1991, grazie alla comune amica Suzanne Robillard, incontrò il compositore e arrangiatore Yves Desrosiers che sarà in gran parte responsabile di La Llorona, il disco che ce l'ha fatta conoscere. A quell'epoca mi trovavo a Parigi e la metropolitana era tappezzata dell'immagine di questo disco, il suo ritratto di una brutta “piagnona” pieno dei colori del sud del mondo che lei asseriva assomigliarle tanto, lei che era
invece al contrario, il ritratto della bellezza pura. La ricordo sul palco del Bataclan, sensuale, vestita di nero, con una magliettina aderente che le stringeva il seno prosperoso lasciandole scoperto l'ombelico, questa messicana dal viso esquimese, innamorata delle canzoni tristi, come lo sono io. Questa discendente di Chavela Vargas che sul diario scriveva, rivolgendosi a se stessa: “Vai dunque Lhasa, fai la tua “Llorona”! Divertiti, se ti diverte piangere”. E ancora la ricordo a Napoli tanti anni dopo, il primo agosto 2005, sugli spalti del Maschio Angioino, nel suo unico concerto da noi, leggere al pubblico la traduzione italiana di “La Frontera”. (...mi trascino sotto il cielo e le nuvole dell’inverno e il vento che le comanda e non c’è nessuno che le possa fermare, a volte combattono senza pietà, a volte danzano, a volte niente…) (Per chi volesse approfondire, tutte le traduzioni delle canzoni contenute nei primi due dischi, a mia cura, sono pubblicate qui). Quella sera interpretò anche “Aatini Al-Nay” dal repertorio della cantante libanese Fairuz, un testo del poeta Kahlil Gibran su musica di Najib Hankash, un omaggio alla bellezza della vita 
(..dammi il flauto e canta perché il canto è il segreto dell'eternità e il suono del flauto resterà quando tutto il resto sarà scomparso…). E la ricordo ancora interpretare “Who by fire?” di Leonard Cohen nel giugno 2008 al Place des Arts de Montreal o Amalia Rodriguez con “Meu amor, meu amor” inserita nella scaletta dei concerti dopo una tappa in Portogallo o Atahualpa Yupanqui assieme alla sua cara amica brasiliana Bia Krieger, la ricordo cantare “Nie bouditié” con l'accompagnamento dei Bratsch, incontrati quando lei aveva solo 19 anni... Era stata Anne-Marie Paquotte, giornalista musicale di Télérama, che l'aveva casualmente ascoltata, sconosciuta e ne era rimasta rapita, a segnalarla all'etichetta francese indipendente “Tot ou tard” che produsse immediatamente “La Llorona” nel 1997, solitamente accade il contrario ma questo altro non è che l'ennesima conferma del fascino irresistibile di Lhasa. Lhasa che credeva ai sogni viventi, che diceva che nei sogni non ci sono solamente immagini ma anche emozioni di cui il corpo conserva memoria: “Mi trovavo in una prigione con una delle mie sorelle. Una prigione molto confortevole, piena dei miei libri e delle cose che mi servivano, ma il desiderio di uscire si faceva sempre più grande e convinsi mia sorella a tentare la fuga nonostante tutto intorno ci fosse un alto muro con delle sentinelle armate. Ma io ero molto sicura di me: Non possono spararci perché sono talmente sicuri che non scapperemo che non hanno neppure caricato le loro armi. Così uscimmo e infatti nessuno tirò su di noi. Partimmo verso le montagne.” Ora a Montréal, il Parco Clark nel quartiere Mile-End ha preso il suo nome e una lapide nel cimitero di Santa Maria delle Nevi recita: “Tu hai fatto crescere il cuore del mondo”. 


Flavio Poltronieri
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