Giovanni Vacca, Spettabili tutti: parole e musica di Gianfranco Marziano, Saicomé, 2016, pp. 159, Euro 14,00

Lasciati per una volta il folk revival britannico, lo studio delle forme della canzone napoletana e la cultura di tradizionale orale, ma non la prospettiva provocatoria, originale con cui osserva il rapporto tra trasformazioni urbane e produzioni culturali, il musicologo, saggista e giornalista Giovanni Vacca, con scrittura nel contempo concettuale e comunicativa, delinea i contorni e scava nel vissuto di una personalità musicale ostica, forse perfino indefinibile, perché collocata oltre gli schemi e l’ufficialità del produrre dischi, del fare concerti e del ricavare i diritti d’autore dalle proprie opere. Parliamo di Gianfranco Marziano, cantautore salernitano, scrittore e fumettista, compositore e polistrumentista poco più che cinquantenne, diventato fenomeno di culto malgrado sé stesso. Voce acuminata e sgraziata di chitarrista di talento, le cui liriche creativamente ‘mostruose’ (nel senso etimologico della parola), estreme e scurrili osano dove neppure il filone rock demenziale o gli epigoni del folklorismo cabarettistico locale si sono spinti (ai quali è stato superficialmente associato): pensiamo alla bestemmia, con cui l’eversivo Marziano infrange il massimo tabu dell’ipocrita comune sentire italico. Nei sedici sipari aperti sul pastiche artistico ed emozionale di Marziano, Vacca viviseziona l’opera dell’irriducibile performer salernitano, dalle sue prime canzoni prodotte agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso (diffuse su audiocassetta) a quelle dell’epoca dei CD (rigorosamente masterizzati), di “Internèt” e di Youtube, dalle poesie in forma di haiku fino ai racconti e ai lunghi monologhi, dall’humus sociale del Mercatello (il quartiere da cui proviene e in cui è cresciuto) al suo immaginario, che si esprimono in svariate forme d’arte. Quello di Marziano è, dunque, un repertorio enorme e vorticoso, sbrigativamente individuato come trash, quando, piuttosto, è parodia consapevole. Vacca lo descrive e lo esplora seguendo una chiave interpretativa che attinge alla filosofia e all’estetica, portando il lettore dentro l’universo di “Janfranco”, spiegando «il basso con l’alto» – come ha sottolineato – svelandone lo spessore e liberando dall’opacità dei luoghi comuni la personalità di un musicista visionario: «Dietro la volgarità o il turpiloquio ci sono analisi profondissime e universali», rileva ancora Vacca. In definitiva, il Faraone salernitano è un artista creativo e poliedrico da non ignorare. 


Ciro De Rosa
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