Il sogno marsigliese di Manu Theron. Intervista al leader di Lo Còr de La Plana

Da diciassette anni Lo Còr de La Plana sono ambasciatori della città di Marsiglia in giro per il mondo; una presenza costante nei maggiori festival d’Europa, uno show pirotecnico e coinvolgente, ancor più se si pensa che gli unici strumenti del quintetto sono le voci e i tamburi (bendir e tamburello). Manu Theron ci presta mezz’ora del suo tempo dopo il brillantissimo concerto nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, per la rassegna Populos et Cuncordos, che precede di un giorno la storica kermesse di Cantigos in Carrela (ambedue organizzate dal Cuncordu Lussurzesu, una delle eccellenze della polivocalità isolana), nel bellissimo borgo di Santu Lussurgiu nel Montiferru, in provincia di Oristano.  E fra un sorso di vino locale, una porzione (poi due, poi tre) di pizzotteddos e una fetta di casizolu, nel freddo polare della notte lussurgesi, Manu, col suo perfetto italiano, imparato fra Bologna, la Sicilia e Napoli, ci racconta vent’anni di vita e di musica, con alcune considerazioni prese di posizione per nulla banali e sempre esibite con leggerezza.

Anno nuovo, vita nuova: è bello vedere Còr de La Plana di nuovo insieme. La sensazione che avevo è che negli ultimi anni avessi anteposto  al gruppo i tuoi progetti personali.
Theron: E avevi la sensazione giusta: mi sono allontanato dal progetto perchè ci sono stati dei litigi riguardanti la direzione artistica; ci vogliamo bene, stiamo insieme da diciassette anni ma capita nella vita di avere dei momenti in cui ci sono dei dissapori. Dopo diciassette anni in cui ci vedevamo di più di quando vedessimo i nostri familiari, abbiamo avuto tutti bisogno di allontanarci per poi ritrovare la stessa voglia e lo stesso piacere di prima nell’incontrarci. 
Ho fatto altri progetti come Chin Na Na Poun con Patrick Vaillant e Daniel Malavergne e altri in cui non ho potuto coinvolgere Lo Còr perche i ragazzi non volevano o perchè non mi sembravano il gruppo giusto, come il lavoro Polyphonic System insieme al beat-boxer Ange B. dei Fabulous Trobadours, al polistrumentista Henri Maquet.e al cantante Clement Gauthier: un progetto per far ballare la gente, per fare “lo baleti” come si dice da noi, che mischia balli tradizionali (mazurka, farandola, valzer) a elettronica e funk. Finalmente abbiamo fatto il disco che si chiama “Totem Sismico”, tutto per fare “lo viralengo” (lo scioglilingua) “Totem Sismique de le Polifonic System”... è quasi impronunciabile. Abbiamo già girato da qualche anno in Provenza, Occitania e anche Piemonte e la risposta del pubblico è stata molto forte. Poi ho fatto Sirventes con il suonatore di oud Gregory Dargent e il percussionista palestinese Youssef Hbeish, che mescola la poesia dei trovatori a sonorità arabe.

Con Còr de La Plana avete in cantiere un nuovo disco.
Theron: Sì, stiamo mettendo su il repertorio. Ti dico che sarà un disco su Marsiglia. Abbiamo già il titolo, si chiamerà “Tafori”, che è un bordello sonoro: quando la gente fa troppo rumore si dice che fanno “tafori”. Parlerà di Marsiglia, della sua storia, della sua parlata, che include parole di origine greca, della sua cultura e di tutto quello che succede (e che non succede)

Siete un gruppo per così dire schierato e fate una musica che una connotazione politica forte. Un artista militante o impegnato paga qualcosa per questo in termini di notorietà o di accesso a certi canali e circuiti?
Theron: La nostra posizione è chiara a tutti. Non paghiamo nessun prezzo per questo, suoniamo dappertutto, anche in paesi e città amministrati dalle destre. Io stesso faccio parte di una commissione per l’attribuzione dei fondi pubblici per lo spettacolo e mi siedo vicino ai membri del ministero che, metaforicamente, con la mia musica, sputo in faccia. In Francia siamo fortunati: c’è questa apertura di idee per cui se fai bene il tuo mestiere puoi dire quello che pensi e ed essere giudicato solo per come fai il tuo lavoro. Il nostro concerto viene spesso comprato da amministrazioni di destra che sono anche contente che la gente vada in massa al concerto e che la musica sia di qualità. Facciamo eccezioni sui paesi governati dal Fronte Nazionale. Abbiamo fatto un’eccezione: un teatro di uno di questi paesi ha chiesto la mia produzione “Maddalena”; altri gruppi hanno rifiutato, noi siamo andati perchè non credo che chi vota FN siano i nostri nemici: sono gente e in quanto gente li dobbiamo rispettare e provare a fare proposte che loro possano prendere in considerazione, accettare e possano magari far cambiare idea. Dialogo e discussione sono il vero senso della società, credo molto a questa cosa. Con Còr de La Plana siamo molto sensibili al discorso della lingua provenzale. Pensa che hanno creato la regione Occitania e la Provenza è rimasta fuori così come l’Auvergne e la regione di Limoges: è uno scandalo. 
Hanno svuotato il concetto di Occitania: Ci siamo opposti con grande convinzione, magari non ci inviteranno più ai loro Festival, ma la cosa non mi disturberà. L’Occitania non è solo un territorio, è una questione che riguarda soprattutto la costruzione comune di un utopia, un’idea attraverso la quale si possano affermare delle cose artistiche, estetiche e politiche. Nessuno mi può dire che lui è occitano e io no, è una cosa forse più astratta che non si può decidere con un decreto. Esiste una parola marsigliese che ha una radice greca che è “lo pantài” che vuol dire il sogno, ma anche la realizzazione di esso: questo è il concetto su cui conformiamo i nostri ragionamenti. Insomma nel disco si parlerà di Marsiglia, della città ma anche dello scarso spessore politico, della mancanza di visione di una vita in comune e del fatto che gli esclusi, quelli che sono rimasti fuori, non sono i poveri ma sono i ricchi, si sono autoesclusi dalla società ma vogliono ancora più soldi per stare ancora più lontani dal mondo reale; anche in Italia avete Berlusconi, la Santanchè, che ho sentitto dire cose orribili alla gente, soprattutto ai poveri. Lei per me è la personificazione del male al femminile. Insomma voglio che il mio disco faccia paura a questa gente.

Marsiglia è la città del metissage, della multiculturalità e della tolleranza, nonchè della molteplicità di forme d’arte, soprattutto musicali, provenienti da diverse parti del mundo. Cosa pensi della chiusura di Babel Med, una delle fiere e dei Festival più importanti d’Europa?
La decisione è di Muselier, presidente della regione, nipote di un celebre generale della seconda guerra mondiale. Lui ha preso la nazionalità delle Mauritius per poter aprire lì delle cliniche per curare i ricchi che vanno lì in villeggiatura. Noi ci siamo opposti, dicendo che se prendeva la nazionalità straniera non poteva fare il presidente della Regione perchè incompatibile con la nazionalità francese. L’annullamento di Babel Med fa parte delle sue vendette personali. Muselier è proprio di destra e la destra vuole separare e fomentare il conflitto sociale: è una scelta politica perché non vogliono vedere mescolanze di cultura, vogliono dividere. Pazienza, faremo un’altra manifestazione al posto di Babel Med; e proprio su Babel Med ho sentimenti misti, forse il baricentro era troppo sulla Francia, una cosa un po’colonialista, molti, troppi musicisti provenienti dalle ex colonie francesi. Gli operatori africani e non francesi in generale erano un po’ marginalizzati, ma si trattava comunque di una bella situazione; poi la Francia per le musiche del mondo è un posto importante, molti dei migliori musicisti arabi e africani vivono da noi, in Francia è possibile vivere suonando musica araba o africana, non credo che in altri paesi sia possibile.

Quando c’è di tradizionale nella polifonia occitana? Cosa c’era prima di voi e quanto c’è dopo Lo Còr de La Plana?
Non c’è niente di tradizionale. Eh, prima di noi niente e dopo di noi c’è di tutto e di più... non ho fatto figli ma almeno ho ugualmente lasciatò un’eredità, di questa cosa sono molto contento. 
Dalle nostre parti, se togli le Alpi al confine con l’Italia, dove c’è una tradizione polifonica alpina di stampo ottocentesco e nella valli di Bearne e Bigorre (nei Pirenei) non c’è una tradizione polifonica, la tradizione vocale è monodica, le melodie sono bellissime ma cantate a voce sola. Io ho iniziato nel 1995 con il trio Gacha Empega, con Samuel Karpenia e Barbara Ugo, che ora vive in Corsica. Proprio in Corsica la polifonia era un fattore fondamentale della presa di coscienza identitaria e culturale, fin dagli anni ‘70, con Canta U Populu Corsu, Chjama Aghjalesi e altri. Il canto era parte del sentimento culturale nazionale e avevamo deciso in qualche maniera di ispirarci a loro per far nascere con il canto polifonico unsentimento di consapevolezza forte. La polifonia occitana è una nostra invenzione e per due anni abbiamo suonato dappertutto davanti a un pubblico meravigliato; Còr de La Plana è la continuazione del discorso: la creazione di una polifonia mediterranea che ha come sfonda la Marsiglia di oggi. Negli anni a seguire sono nati ensemble polifonici ovunque, a Montpellier, a Toulouse, fino a Clermont Ferrand. Non lo fanno per soldi, anche se alcuni di loro guadagnano bene, ma lo fanno per portare avanti un discorso che è culturale. Abbiamo creato un nuovo mestiere, il cantante polifonico occitano... Scherzi a parte, qualcuno di loro è diventato veramente bravo, con grande inventiva e creatività come i San Salvador e le donne de La Mal Coiffee. La maggior parte di questi artisti hanno fatto l’Università di Studi Occitani a Montpellier, quindi sono molto legati al tema della lingua e della cultura occitana. Il canto è una sublimazione della parola, la sublimazione è un’operazione chimica, a anche il canto.

Se ti rimane del tempo per ascoltare della musica, cosa ascolti?
Tanta musica classica, soprattutto dei primi del novecento, Debussy, Milhaud, mio conterraneo, e poi Janáček che è di grande ispirazione, soprattutto la musica da camera. E poi registrazioni sul campo, Francia, Sud Italia, Sardegna, mi ricordo delle belle registrazioni sul campo registrate in Sardegna degli anni ‘50/’60. Ho da queste registrazioni la stessa ispirazione che i musicisti di rock’n’roll hanno avuto dai vecchi cantanti di blues o di gospel.  Della musica sarda ricordo una bellissima “corsicana” di Elena Ledda da un vinile degli anni Ottanta.



Gianluca Dessì
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