Visa For Music, Rabat, Marocco, 22-25 Novembre 2017

Visa for Music giunge alla sua quarta edizione: l’equivalente Africano del WOMEX offre un’occasione di incontro con operatori, festival, artisti di una parte del mondo che rimane abbastanza fuori dai circuiti della world music europea, anche se buona parte dei migliori artisti del continente nero e del Medio Oriente sono rappresentati da agenzie europee e nel vecchio continente sono frequentatori abituali della scena dei festival. Sotto l’alto patrocinio del re Mohammed VI, e sotto l’egida di Afrikayna, nuova struttura per la mobilità degli artisti africani all’interno del continente, la Fiera, la parte in teoria più caratterizzante dell'Expo di Rabat, si presenta in tono decisamente minore rispetto alle fiere europee di settore (non soltanto Womex, ma anche Babel Med), con una strana suddivisione per continenti che vede operatori arabi e africani posizionati ad un piano diverso rispetto a quello dove hanno sede gli addetti ai lavori europei, decisamente più numerosi. Fra questi spicca la presenza di Italian World Beat, consorzio di agenti, direttori artistici, musicisti e giornalisti italiani, ormai una costante nelle più importanti fiere. Quest’anno l'Italia ha anche avuto il privilegio di uno showcase, con il concerto del gruppo Italia Migrante, numerosa band romana dedita alla riproposizione, con originali arrangiamenti che spesso sconfinano nel prog, delle musiche del sud-Italia; 
il loro show è stato applauditissimo e frequentatissimo. Naturalmente alla parte fieristica si abbina un vero e proprio Festival, con cinquanta concerti divisi in quattro differenti location, fra cui il teatro Mohammed V, che ospita anche la fiera, e la tenda montata nel giardino del teatro medesimo, e otto performance di DJ nel suggestivo lounge del vascello “Dhow”. La qualità generale è stata buona, con alcuni picchi di eccellenza ma anche un paio di cadute di gusto al limite dell’imbarazzante (la band bhangra/punjabi E3UK e la star del pop televisivo Faissal Azizi fra queste). Fra le performance degne di rilievo, quella del trio 3MA (ovvero la valiha di Rajerì, la kora di Ballake Sissoko e l’oud di Driss Maloumi), musiche dal Madagascar, dal Mali e dal Marocco: grande interplay e indubbia classe e forza interpretativa. Poi, i Gnawa Racines di Hassan Boussou, performance di livello assoluto, fra gnawa, improvvisazione e rock, e il marocchino Farid Ghannam e il suo guimbri elettrico, anche lui fra funk ed espressioni delle comunità afro-maghrebine. Ottimi anche il torrido set del suonatore di kora Sekou Kouyatè e della cantante namibiana, ma residente in Olanda, Shishani, quest’ultimo grande esempio di combinazione fra tradizione, funk, strumenti di altre culture, un gusto eccellente per le suddivisioni ritmiche asimmetriche e un invidiabile affiatamento, con una menzione per il bassista/cellista/guimbrista (tutto con un solo strumento) Bence Huszar. 
Infine, forse il concerto più divertente dell’intera rassegna, i Mokoomba, dallo Zimbabwe, con la loro carica elettrica di Africa, ritmi caraibici, danze rituali e moderne e un gusto per la citazione (da “Thriller” di Michael Jackson a “You can Call me Al” di Paul Simon): stratosferici. Tra le cose che esulano dall’area etno/world, una menzione particolare per i giordani El Morabba 3, sorta di indie-pop-rock con un suono moderno e personale, idolatrati in tutto il mondo arabo ma perfettamente sconosciuti in Europa, e il bellissimo set di Siska, ex cantante dei Watcha Clan, un folk-soul con suoni trip-hop ed elettronici valorizzati dalla grande presenza scenica della protagonista, sinuosa come la Kate Bush dei tempi migliori. Buoni i set di Kardeş Türküler, numerosa e storica band turca, della senegalese Màrema, e della capoverdiana Elida Almeida, bravissima ma soffocata da arrangiamenti che definire ordinari è un eufemismo. Fra i piccoli concerti nel Club Cafè, segnalo la performance degli Yuma, sorta di Simon & Garfunkel o Kings of Convenience made in Tunisia; di loro si sentirà parlare presto. Così come molto bello sulla carta si presentava il concerto di musica devozionale persiana del suonatore di Tambour Alì Ashgar Rahimi; peccato che la chiacchiera e il rumore degli astanti ne abbiano impedito una corretta fruizione. Detto del bel concerto di Italia Migrante alla Salle Renaissance, anche i concerti nella tenda hanno riservato alcune gradevoli sorprese come Roro Kaliko, fisarmonicista della Martinica o i touareg Tarwa, autori di un “desert blues” forse un po’ di maniera ma efficace e coinvolgente. Una edizione tutto sommato ben riuscita, in un posto magnifico, Rabat con la sua medina, la fortezza e le sue kasbah è davvero una bella città, per una manifestazione che, se farà il salto di qualità dal punto di visto organizzativo e logistico, potrà diventare ancora di più un appuntamento fondamentale nell’agenda world music per i prossimi anni. 


Gianluca Dessì
Foto di Francesco Paolino 
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