Lankum – Between the Earth and Sky (Rough Trade, 2017)

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Si chiamavano Lynched fino a poco tempo fa, ma si sono ribattezzati Lankum e “Between the Earth and Sky”, il loro secondo album, esce per la rinomata label Rough Trade. Cambiare il nome della band i membri fondatori Ian e Deragh Lynch (da qui il gioco di parole nel nome originario del gruppo) l’hanno ritenuto indispensabile per le sinistre associazioni alla violenza razziale, di cui si poteva caricare il termine “Linciato”. Formatisi a Dublino sul volgere del nuovo millennio come duo folk-punk-psichedelico, negli anni i fratelli Lynch si sono accostati alle fonti discografiche che hanno cambiato il corso della musica tradizionale irlandese negli anni Settanta del secolo scorso (Planxty e Bothy Band in primis) e iniziato a frequentare le session nei pub dublinesi. Diventati un quartetto intorno al 2012, la loro reputazione è cresciuta con la pubblicazione del disco di debutto “Cold Old Fire” (2014). In seguito, è arrivata la scelta della nuova denominazione, derivata da un personaggio dannato di una non meno violenta e tenebrosa murder ballad, “False Lankum”, proveniente del repertorio del Traveller irlandese John Reilly Jr. Con i Lynch, Ian (voce, uilleann pipes, English concertina) e Daragh (voce, chitarra, piano), suonano Cormac MacDiarmada (voce, violino, viola) e Radie Peat (voce, concertina, harmonium, bayan, piano, arpa). Si definiscono “Dublin Folk Miscreants”, ed eretici del folk e furfanteschi per attitudine musicale lo sono davvero, eppure tra i padri putativi menzionano The Dubliners, The Watersons, Swan Arcade, Planxty, il balladeer Frank Harte e The Pogues. 
A dirla tutta, ci aggiungeremmo almeno altri due fini cantori e “song-catcher” quali Len Graham e Barry Gleeson. Il quartetto unisce armonie vocali a quattro parti a un tessuto sonoro organizzato intorno a cornamusa irlandese (con ampio uso di bordoni), mantici, violino e chitarra. Compongono musica che sulla base tradizionale innesta digressioni ambient e contemporanee, spaziando in un repertorio di ballate e canzoni urbane, molte delle quali scovate nell’archivio folklorico nazionale dublinese e brani old-time, che poi spesso hanno raggiunto il continente americano partendo proprio da questa parte dell’Oceano. Inoltre, la cultura orale dei Traveller irlandesi occupa un ruolo centrale nelle scelte estetiche della band per la mole di repertori, per la qualità melodica e interpretativa. Il set di “Between the Earth and Sky” – album che per chi scrive si pone tra i vertici discografici dell’anno – inizia con il tradizionale “What Will We Do When We Have No Money?”: il canto intenso di Radie Peat è adagiato sul bordone: un numero da brividi. L’organico strumentale si allarga nella successiva “Sergeant William Bailey”, combinazione di voci, corde, concertina, cornamusa e innesti marziali di fife (John Flynn), trombone (Alex Borwick) e rullante (Daire Garvin) per dare nuova fisionomia alla rebel song che racconta la storia dei vani tentativi di arruolamento fatti da un sergente reclutatore britannico. Nell’anthem “The Peat Bog Soldiers” il combo dà il meglio di sé nella polivocalità: è una versione inglese a cappella della canzone scritta da Johann Esser e Wolfgang Langhoff nel 1933 durante la prigionia nel campo di concentramento nazista di Börgermoor, nel quale erano rinchiusi gli oppositori del Terzo Reich: un canto divenuto un inno anti-fascista e tradotto in molte lingue (ne ricordiamo, tra tante, un’interpretazione di Pete Seeger). 
Dura sette minuti il successivo denso strumentale, “The Townie Polka”, magnetica composizione d’autore, che si sviluppa con lievi variazioni melodiche e armoniche sul dominante bordone. Di contro, si apre liberatorio il canto collettivo “Bad Luck to the Rolling Water” a rammentarci i migliori Dubliners. Un altro topos del canzoniere irlandese è l’emigrazione: qui “Déanta in Éirinn” è una canzone di Ian Lynch su un tema tradizionale, che in maniera provocatoria parodia gli stereotipi sull’irlandese emigrante: la ruvida voce maschile, un bordone e uno scuro fraseggio di violino dominano il brano fino al cambio di passo finale di umore beatlesiano, che evoca atmosfere da music-hall. “The Granite Gaze” porta la dedica alle donne e ai pargoli d’Irlanda del passato e del presente, ed è ancora una volta un riuscito numero d’impasti vocali, distesi su accordi di chitarra, con un inciso strumentale in crescendo, piazzato nel mezzo delle armonie canore del quartetto. È indubbio che “The Turkish Reveille” – oltre undici minuti di durata – sia l’episodio più ambizioso proposto dai Lankum, ma anche quello che meglio esprime la cifra contemporanea e la libertà d’azione della band. È una delle versioni di una ballata raccolta anche dal celebre Child. Finale con la murder ballad “Willow Garden”, che sebbene sia stata raccolta nell’area dei Monti Appalachi vanta origini nell’isola verde (“Rose Connolly”). Come si dice dalle loro parti: “Don’t miss them!”. 



Ciro De Rosa
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