Eleonora Bordonaro – Cuttuni e lamé (Finisterre/Felmay, 2017)

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Dalla Sicilia e oltre l’isola: è “Cuttuni e lamé”, il nuovo lavoro di Eleonora Bordonaro, cantante dal grande temperamento, dalla voce duttile, aguzza e volitiva, autrice con il polistrumentista Puccio Castrogiovanni  dell’album edito da Finisterre e distribuito da Felmay.  Si fa fatica a parlare di esordio per un’artista che è la vocalist dell’Orchestra Popolare Italiana, diretta da Ambrogio Sparagna, che  ha fatto parte del Parco della Musica Jazz Orchestra, è interprete di tradizione orale contadina, sacra e profana, compositrice che si spende tra memoria e proiezione sul futuro: il suo è un canto che è soffio antico e vento nuovo. Tra i tanti progetti in cui si è immersa, Eleonora ha partecipato a Skanderband, ideato da Michele Lobaccaro dei Radiodervish; ha dato voce a “Le lingue di Pitrè. ‘Vinni la bedda’. Le donne nella poesia siciliana”; ha lavorato in colonne sonore con il compositore Pasquale Catalano e cantato nelle musiche dei docu-film di Gianfranco Pannone. Nel 2013 ha inciso “La custodia del fuoco” con il Majarìa Trio, unione di espressività tradizionale e pulsazioni contemporanee ed etno-jazz.  “Trame streuse di una canta storie” recita il sottotitolo del nuovo disco: in siciliano “streuse” significa bizzarre e originali, “canta storie” perché Bordonaro viene da Paternò, dove ha fondato la Casa Museo del Cantastorie, un centro di produzione e creazione dell’arte della narrazione, dove è anche ospitata un’esposizione permanente sulla pratica dei cantori popolari di scuola etnea.  
Dunque un textum di narrazioni stravaganti, sottili e potenti, ironiche, amare e divertenti che fanno risaltare la ricerca letteraria e musicale di Bordonaro. Un album permeato dall’intensa musicalità delle composizioni, dodici in siciliano e una nel gallo-italico di San Fratello (provincia di Messina). Sono brani tradizionali ed originali, firmati da poeti contemporanei e dalla stessa artista paternese, a comporre un ordito che getta lo sguardo sull’universo femminile, prima più ampio poi stringendo il fuoco verso un ritratto più intimo e personale;  sono donne contemporanee che si specchiano e si confrontano con ironia con quelle del passato, tra passioni carnali e bisogni di indipendenza. Le trame sonore si riempiono di espressioni popolari isolane, di sfumature latine, di nuance manouche, di canzone classica e di suoni di banda. Un album allestito a quattro mani con Castrogiovanni, leader dei Lautari, la storica band di folk d’autore di gran pregio, collaboratore di Carmen Consoli, Oltre agli stessi Lautari, partecipano al disco l’anima “ngnignusa” Alfio Antico. Di “Cuttuni e lamé” abbiamo parlato con Eleonora Bordonaro.

In fin dei conti “Cuttuni e lamé” non è proprio il tuo esordio discografico: rappresenta il prosieguo o è un nuovo capitolo della tua vita artistica?
Sicuramente è un prosieguo, nel senso che nel corso della ricerca gli interessi si precisano. Quello che avevo fatto finora era lavorare su testi e melodie tradizionali, avendo adattato al mio gusto interpretativo melodie già conosciute o che venivano dal repertorio di Rosa Balistreri. Col tempo ho avvertito la necessità di rinnovarmi: dunque il disco rappresenta una mia evoluzione, una crescita, un affinamento dei miei interessi perché raccoglie testi e melodie tradizionali e brani originali, sebbene suonati con strumenti tradizionali. 

C’è un filo rosso che lega i tredici brani?
Nella mia ricerca è costante l’immagine della donna: è una mia ricerca personale, che mi ha indirizzata da sempre verso un certo tipo di repertori popolari che raccontano una serie di tipologie umane femminili. Tutto il disco è come se scorresse come un film, e soprattutto, come in un film, se passasse da un’inquadratura larga in cui viene inquadrata la donna tradizionale, con gli stereotipi e i vizi che genericamente le sono attribuiti: ciò avviene nei primi brani, come ad esempio “Li Fomni”, che è un testo antico in gallo-italico. Si passa a poco a poco da una camera lontana a un’inquadratura sempre più da vicino; l’indagine diventa sempre più personale: non sono più le donne ma è la donna. Da quel punto in poi diventa l’immagine della vita intima e di me stessa, l’immagine delle mie reazioni, dei miei misteri, delle mie paure e delle mie passioni… Si passa dal mondo generico delle donne all’analisi di una donna che guarda le altre donne  e, infine, di una donna che guarda se stessa. Nel disco questo percorso corrisponde al passaggio fluido dai brani tradizionali a quelli originali.

Disco concepito a quattro mani con Puccio Castrogiovanni, il cui lavoro compositivo e di produzione incide molto sul textum sonoro: c’è una ricerca di suono contemporaneo…
Sia Puccio che io ci troviamo nell’abitudine e nella necessità, che deriva anche da tutti i nostri ascolti, di imporre un tratto contemporaneo ai suoni e agli strumenti tradizionali. Così lo strumento viene portato ad avere atmosfere ed accenti contemporanei o viene tenuto un ritmo che nella tradizione è differente.

Il portato delle forme tradizionali non è messo in secondo piano, l’iniziale “Sentimi Rosa” è una poesia d’amore…
È una poesia d’amore, ma  molto violenta! Tutto il disco dichiara le mie origini geografiche, perché vengo da Paternò, è la casa dei cantastorie di Sicilia: quelli che, con la chitarra e il cartellone, andavano in giro per le piazze e il tetto dell'auto era il loro palco. La scuola di Paternò è stata più ricca. È vero che io appartengo a un’altra categoria, ma in qualche modo vengo da quella tradizione, anche se mi sono evoluta. “Sentimi Rosa” è una poesia di Ciccio Rinzinu, un cantastorie, che comincia come una poesia dolcissima, che paragona l’amore di Rosa a quello di Romeo e Giulietta. Ma finisce con una frase che tradotta diventa: “Se non potrò averti come mia sposa / Ti ucciderò e mi ucciderò dopo di te!”. Dirlo adesso fa venire i brividi, perché è un amore violento, ma prima era interpretato come un amore passionale. Però, nel disco non ci sono riferimenti alle donne violate, picchiate: non era questo il mio intento. 
Per me era interessante dire come quella morale, cantata dai cantastorie, che per noi oggi è così lontana, ancora oggi condiziona quello che siamo, anche se la Sicilia è cambiata completamente da quanto espresso in quella canzone. Sempre per omaggiare i miei avi cantastorie , l’ho registrata con un iPhone a casa mia: l’ho suonata io che non so suonare, un po’ come loro, che non erano eccellenti chitarristi. 

In “Tri Tri Tri” suoni con Alfio Antico. Come nasce questo brano? 
Mi sono appassionata a una poesia di Mauro Cavallo, un poeta vivente, che è un amico nostro di Modica, affascinate e misterioso, che racconta di morte e di diavoli… Vive nell’antico quartiere ebraico e compone in forma di poesia in una grotta posta accanto a un giardino e dove ha delle poltrone e migliaia di soldatini di piombo. Mauro scrive poesie forti nell’immaginario, ma produce anche tutt’altro tipo di poesie, che parlano di consolazioni familiari, di conforto delle piccole cose. Racconta questa storia, che è “Tri Tri Tri”, di tre fratelli gemelli che portano lo stesso nome, che giocano, litigano, si picchiano e si difendono a vicenda. È una filastrocca allegra e il modo di scrivere di Mauro porta già dentro la musicalità, come per gli antichi aedi. Ho chiesto ad Alfio di accompagnarmi e non poteva che essere lui. 
L’abbiamo incisa a Lentini, in un agriturismo rurale, che è il luogo dove Alfio faceva il pastore da bambino. L’abbiamo registrata in diretta, uno di fronte all’altra, in una stanza enorme in un posto bellissimo, guardandoci e parlandoci con  il ritmo: con Alfio è un’esperienza sia musicale che umana. Io ho sentito di fare da tramite tra due persone speciali, Mauro Cavallo e Alfio Antico; senza l’uno o l’altro la cosa non avrebbe retto. 

Oltre a Alfio Antico e ai Lautari, c’è un altro grande musicista come Mario Incudine, il quale ha composto la musica di “Lamento di Maria” su un testo tradizionale raccolto da Lionardo Vigo: qui entriamo nel mondo straordinario del Venerdì Santo.
Il mio lavoro di ricerca sui testi antichi dura da tanto tempo, sono molto appassionata del venerdì santo, perché sono interessata alla figura della Madonna:  è un’immagine femminile che ha bisogno di essere confortata. Durante le processioni dei riti sacri, mi ricordo che da piccola mi faceva commuovere non il Cristo morto, ma la Madonna che lo seguiva, intorno a cui girava l’emozione collettiva. Perché tutti erano lì per la Madonna, per onorarla, per cercare di consolarla, perché lei era ancora viva! Ci sono due pezzi: un tradizionale che è una ripresa di “U mètiri”, già registrato da Alan Lomax, e un altro che è questo “Lamento di Maria”, musicato da Mario Incudine e arrangiato per violini da Adriano Murania che ha suonato violino e viola, mentre ai violoncelli ci sono 
Lucia Inguscio e Gerardo Maida. L’idea di arrangiarla con gli archi è stata di Puccio; volevamo renderla dolce ma ritmica perché è una Madonna carnale, che chiede compagnia, non chiede miracoli: non ci sono dogmi, ci sono esseri umani. Ti racconto una curiosità: nel brano “Maria passa ppi na stata nova”, che è appunto il rifacimento del brano registrato da Lomax, abbiamo aggiunto una cosa alla fine. Stavamo registrando a Palagonìa proprio durante la Settimana Santa: Michele Musarra è sceso e ha chiesto alla banda di poter registrare. Così abbiamo messo nel pezzo un inserto della banda che suona il venerdì santo!

Minimale e intenso è “Disisidiru mangiari jancu pani”: bastano voce e marranzano…
Proviene dalla raccolta di Vigo di metà ‘800, ma è più antico. La melodia è ispirata molto liberamente a una melodia dei solfatari; è un intreccio con il marranzano, che è uno strumento completo, che non ha bisogno di niente, nonostante sia così raro sentirlo oggi.

Ci parli del brano che dà il titolo all’album, che è anche un video: un tango in cui esce fuori anche la tua verve teatrale, che fa parte della tua formazione?
Teatrale, anche perché sul palco sono naturalmente comunicativa. Il video è stato girato a Lentini. Tutto il disco è stato fatto in Sicilia, si respira quell’aria là; i musicisti sono tutti siciliani, tranne la trombettista lucana, Marina Latorraca. “Cuttuni e lamé” viene dalla mia analisi sulle donne: la vera nemica delle donne della mia generazione è l’idea di una donna che, fingendo di essere debole, manipola tutti. Sono due donne, una finta debole e manipolatrice, l’altra pacchiana e generosa, la donna lamé, eccessiva nell’abbigliarsi per paura di non essere adeguata. Mi sono molto piaciuta nel video del brano. Io mi sento più come quest’ultima, ma a tratti sono entrambe. È una duplicità che ha trovato l’equilibrio nella verve ironica della canzone. È la seconda fase del disco, quella dell’evoluzione. Questa canzone la cantavo da sempre, tornava ogni mattina nella mia testa e ho capito che era un tango. Ho deciso di farla suonare da Seby Burgio (piano) e Denis Marino (chitarra), che sono due jazzisti ed esperti di tango.

Il tuo è anche un lavoro di ricerca della lingua?
 Uso un siciliano medio-antico, che è il siciliano che avrebbe parlato mia nonna. Per me, è molto fastidioso sentire canzoni in siciliano attuale che è misto con l’italiano, una contaminazione fin troppo evidente. Perché si può fare altro, con gusto, rispettando la lingua. La vera difficoltà del disco è stato tradurre le canzoni… perché la traduzione non sempre riesce a trasmettere l’originale siciliano. 

Ti esprimi anche come autrice in altri tre brani molto diversi per fattura e atmosfera: “Vuci”, “‘A partita”, “Ucch’i l’arma”…
Le canzoni sono diverse perché è come se chiedessero di essere diverse. “’A partita” racconta di un desiderio di comunicare, la condanna di essere una cosa che non è nella natura. Ho sentito di scegliere un blues sobrio ma profondo, non poteva essere un’altra cosa. Non era una canzone che necessitava di uno sforzo di voce particolare, doveva andare diritta, esattamente come la comunicazione che manca, essere sobria al contrario di quello che stava dichiarando. Invece, “Voci” è sulla mia relazione con la mia voce, un omaggio al perché la voce mi salva sempre la vita. Perché la voce è sempre più intelligente di me, anche se ho sempre pensato il contrario. La voce, cantando le cose, sublima ogni emozione. Infine, “Ucch’i l’arma” è una visione, una fantasia che ho fatto sempre da ragazzina: immaginare delle stanze nella bocca della gente: una grotta, una cucina di legno massello, un negozio di frutta e verdura. Mi capita con tante persone diverse: è il mio metro per valutare la compatibilità con una persona… Ed è una canzone d’amore, una canzone sull’essere confortato, immaginando di essere libero di scorrere su un fiume dentro qualcun altro. Il suono più moderno di tutti: voce e tre marranzani diversi e basta. Poi, c’è la ghost track di Michele Musarra, che ha suonato il basso e ha fatto la parte di registrazione mixaggio. 

In “Li fomni”, ti cimenti con il dialetto gallo-italico di San Fratello in provincia di Messina, un paese arroccato sui Nebrodi. Qui costruisci un’ambientazione manouche…
Nella mia ricerca sui testi di poesia popolare antica ho incontrato le poesie in gallo-italico, una lingua mista portata dai coloni del nord venuti al seguito dei Normanni. Coloni che venivano da Piemonte, Liguria, Lombardia, Francia e che una volta in Sicilia fusero lingue diverse. La lingua si è conservata intatta a San Fratello, nel messinese. Arroccati sui Nebrodi, i sanfratellani parlano questa lingua streusa, che a 20 km da loro non capiscono. La lingua è il centro della loro “identità”, una ricchezza che ti dice chi sei e da dove vieni; ti puoi allontanare, ma sai da dove vieni. Il fascino è fortissimo e stanno facendo una battaglia per mantenere in vita questa lingua che ha un repertorio poetico ma non musicale. L’umore manocuhe viene dalla necessità di giocare, perché le parole sono così violente – il testo è molto feroce contro le donne – ma anche per un’assonanza generica con il francese. Era necessario un arrangiamento che fosse allegro. 

Altre due canzoni vengono da poeti della Sicilia contemporanea…
“Lu cielu unni” è stata scritta da due giovani poetesse catanesi, Claudia Barcellona e Francesca Fichera, su una musica di Puccio; il brano è parte della colonna sonora di uno spettacolo teatrale per la regia di Mimmo Cuticchio. “E poi ci su i paroli”, invece, è tratta da una raccolta di Giuseppe Condorelli, poeta di Misterbianco, che ha un modo di scrivere molto dolce e molto intenso; è una poesia d’amore. 

Quanto è difficile cantare la tua terra oggi?
In effetti, non ho l’idea esatta di cantare la mia terra: io canto me, e tramite me, canto delle cose che per me sono naturali e che magari altri individuano come caratteristiche di una persona che viene da quella terra. A me interessa il gusto per le cose antiche, ma non è un gusto generico, è un gusto che mi serve a capire chi sono io adesso. Con gli strumenti tradizionali e i suoni acustici mi sento a casa, ma non è il mio intento raccontare la mia terra: gli strumenti vengono da quella terra, la mia lingua viene da quella terra, i temi vengono da me, che vengo da una storia.


Eleonora Bordonaro – Cuttuni e lamé (Finisterre/Felmay, 2017)
Attacca con voce e chitarra, intime e solitarie, ricalcando lo stile esecutivo dei cantastorie etnei: è “Sentimi Rosa”, canto di un amore passionale e violento di Cicciu Rinzinu, un cugino, reietto, che aveva il gusto per il racconto, proprio come Eleonora. “Cuttuni e lamé” è un lavoro allestito a quattro mani con Puccio Castrogiovanni. Senza soluzione di continuità si sfocia in “La tassa di li schetti”, storia di matrimonio ai tempi del regime, con la pattuglia di compagni di suono dei Lautari (contrabbasso, chitarra, batteria, clarinetto e sax), guidati da Puccio Castrogiovanni (fisarmonica e mandolino), arricchita dal fraseggio piacevolmente invadente dei fiati di Marina Latorraca (tromba  e trombone). Con “Tri Tri Tri” si palesa l’incontro tra il canto intenso di Eleonora e il pulsare di pelli e cimbali dei tamburi dell’anima ngignusa Alfio Antico. Gli strumenti si compenetrano nella filastrocca scritta dal poeta del popolo Mauro Cavallo. Melodia regina, monta il pathos tra  arpeggi di corde e cuore di basso in “Lu cielu unni si tu”, mentre le venature in modalità swing-manouche della chitarra di Rosario Moschitta in “Li Fomni” ci portano d’improvviso sui Nebrodi a confronto con l’idioma gallo-italico di un borgo del messinese, testimonianza di antiche migrazioni e mescolanze. Riluce il testo proveniente dalla storica raccolta di canti di Lionardo Vigo, “Disisidiru mangiari jancu pani”, sposato a una melodia degli zolfatari, per la sola voce suadente di Eleonora e il trionfo di armonici del marranzano di Castrogiovanni: una matrice sonora minimale che esalta la vocalità dell’autrice. Cambio di registro e di atmosfere con la finestra aperta sulla Via Crucis isolana, archetipo del dolore universale, dal “Lamento di Maria”, musicato da Mario Incudine e arrangiato per archi. “Maria passa ppi na starta nova” è la rilettura a cappella del canto di mietitura “U mètiri”, registrato da Alan Lomax nell’isola negli anni ‘50. Il trittico che segue vira verso la scrittura autorale e riservata della cantante paternese, e fa emergere la sua crescita interpretativa e la rotondità vocale. Si inizia con la fisionomia blues de “‘A partita”; si prosegue con il calore della canzone “Vuci”, per trio di chitarra, corde e basso; infine, arriva il portamento tanghero della title-track, “Cuttuni e lamé”, intreccio davvero ‘streuso’ di ironia e amarezza. Cambio di organico e la melodia che si riprende la guida in “E poi ci su i paroli”, duetto vocale con Castrogiovanni su una lirica musicata del poeta di Misterbianco Giuseppe Condorelli. Il mosaico di Bordonaro trova degno completamento in “Ucch’i l’arma”, il brano più immaginifico e sperimentale – anche il più lungo con la reprise nella ghost track – dell’album, voce tagliente, appoggiata sull’incrocio dei metalli dei marranzani e di manipolazione elettronica.


Ciro De Rosa
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