“Lascia stare i santi”: il viaggio di Gianfranco Pannone nell’Italia profonda della devozione popolare

Merita attenzione “Lascia stare i santi”, l’ultimo film di Gianfranco Pannone, cineasta di origine napoletana trapiantato a Roma. Parliamo di un autore che è soprattutto un documentarista sperimentatore. Pannone ha girato corti, medi e lungometraggi che hanno raccolto consensi in numerosi festival. Tra i suoi titoli, vogliamo ricordare: “Trilogia dell’America”, “Il Sol dell’avvenire”, “Latina”, “Scorie in libertà”, “Sul Vulcano” e “Ma che storia”. Circolato in poche sale, come accade purtroppo in Italia per i docu-film, “Lascia Stare i santi”, prodotto dall’Istituto Luce Cinecittà, è con felice tempismo già in distribuzione in un bel cofanetto contenente un DVD, un CD audio e un booklet di una ventina di pagine con interventi di Antonio Pennacchi, Igiaba Scebo, Anton Giulio Onofri, dello stesso Pannone e di Ambrogio Sparagna, che è il coautore del viaggio nella devozione popolare attraverso lo Stivale. Il DVD contiene anche degli extra: un denso dialogo tra Pannone e il musicista-ricercatore Ambrogio Sparagna sul senso del film, il cortometraggio Luce “La macchina luminosa” (1951), per la regia di Camillo Mariani dell’Anguillara sul trasporto della macchina di Santa Rosa a Viterbo e materiali prodotti dallo stesso Pannone (l’intervista a Francesco De Luca sulla festa dell’Immacolata a Ponza, “Sonasò” sulle zampogne in area laziale, “Le pietre sacre della Basilicata” e “Tammurriata” sulla festa della Madonna Avvocata). 
“Lascia stare i santi” è una «galoppata nella storia» delle manifestazioni di fede, favorita da quell’enorme giacimento antropologico di materiali che è l’archivio Luce, ma ampliata andando sul campo con il musicista ed etnomusicologo Ambrogio Sparagna a documentare le feste e i rituali di oggi. Gli attori Sonia Bergamasco e Fabrizio Gifuni danno voce agli inserti di nobili autori: Ignazio Silone, Alan Lomax, Mario Soldati, Rocco Scotellaro, Pierpaolo Pasolini, Danilo Dolci, Vittorio De Seta (in una lettera a Diego Carpitella), Antonio Gramsci e Enzo Bianchi. Non nuovo alle collaborazioni con Pannone, il compositore e organettista laziale è stato centrale in questa ricerca che mette a fuoco persistenze di pratiche musicali, di espressioni canore uniche, di strumenti tradizionali, che si rinnovano nell’uso delle giovani generazioni. Fondamentale il rapporto suono e immagine con la musica, che non solo accompagna ma armonizza e sottolinea le sequenze del film, cosicché il CD contenuto nel cofanetto ha valore in sé, visto che propone diciotto brani che sono entrati nella colonna sonora del film. Accanto ai canti penitenziali della Settimana Santa di Sessa Aurunca – il magnifico “Miserere” (eseguito dai cantori Tonino Aurola, Vincenzo Ago  e Emilio Galletta) – e la “Lamentatio Jeremiae Prophetae” e alla “Tarantella Tosta” dei lucani Totarella, 
incontriamo musiche tradizionali e composizioni d’autore e dello stesso Sparagna, interpretate dalla crème de la crème del folk e non solo: Raffaello Simeoni, Mario Incudine, Caterina Pontrandolfo, Enerbia, Lucilla Galeazzi, Gabriella Gabrielli, Eleonora Bordonaro, Actores Alidos, Orchestra Sparagnina, Orchestra Popolare Italiana e Peppe Servillo. In occasione di un suo passaggio a Napoli, lo scorso luglio, prima di raggiungere l’isola di Ischia per l’Ischia Film Festival, abbiamo incontrato Gianfranco Pannone, con il quale abbiamo conversato del suo ultimo film, ma anche del suo approccio al cinema del reale, all’importanza del suono. Non da ultimo, Pannone ci parla del suo rapporto con la musica, suggerendoci una sua personale playlist.

Che domande si pone un registra e autore di fronte agli archivi?
Gli archivi sono una sorta di memoria aperta, perché li possiamo vedere come qualcosa di chiuso e confezionato – specialmente i cinegiornali o certi documentari del periodo del regime fascista – oppure possiamo  avvicinarci agli archivi interrogandoci. Di solito non attingo a documentari d’autore, ma per “Lascia stare i santi” ho avuto il privilegio di lavorare su materiali grezzi come quelli contenuti nell’archivio Quilici, dove ci sono scene mai montate, e sugli scarti dei vecchi cinegiornali che si possono ancora rintracciare nei magazzini dell’Istituto Luce. 
Lavorando con i materiali grezzi ci si sente meno ‘predatori’. Insisto molto sul discorso della memoria aperta: gli archivi vanno raffrontati alla contemporaneità, sono pezzi di archeologia recente, come può essere una fabbrica industriale, ma in qualche modo possono essere riadattati, rimessi in gioco attraverso la comparazione. Nel caso di “Lascia stare i Santi”, da un lato esistono tradizioni che sono rimaste ferme nel tempo, dall’altro ci sono quelle che si sono evolute pur conservando un legame con il passato. Per esempio, a Cocullo, dove c’è la festa dei serpenti.  Confrontare materiale di ieri e di oggi, significa capire che c’è una continuità: fondamentalmente il rito è rimasto lo stesso. In più, c’è la consapevolezza che un tempo la ritualità era legata al luogo, al ‘locum’, visto che la cerimonia o la festività venivano gestite da chi era del posto. Oggi non solo ci sono le presenze esterne, ma c’è anche un elemento importante che sono i giovani appartenenti a quel paese del sud, che vengono dal nord o dalle università in cui studiano apposta per festeggiare. Succede a Catania o a Sessa Aurunca, luoghi dove sono rimaste forti tradizioni religiose. Qui i giovani, anche da laici, sentono l’importanza della festa. Confrontare passato e presente significa non considerare mai il passato come qualcosa di ingessato, ma qualcosa di vivo. Dunque, l’archivio è sempre un materiale vivo, invece spesso viene messo in una teca di cristallo. 

In che misura l’innovazione tecnologia ha cambiato il modo di fare documentario?
Le cose sono cambiate molto con l’arrivo del digitale, che garantisce bassi costi per le riprese e qualità che può essere molto alta. Cambia il modo di girare: si accumula di più, come faceva Wiseman con la 16mm al tempo del ‘cinema diretto’. Più riprese significa non solo avere più materiali disponibili per il montaggio, ma anche avvicinarsi con maggior riguardo alla realtà, evitando, per esempio, di interferire con i propri testimoni quanto meno possibile. Non da ultimo, a fronte di una certa economicità a effettuare riprese, la possibilità di girare come con i film in pellicola ma a basso costo, migliora le nostre teste: insomma, si ragiona di più. Gli obiettivi intercambiabili, il sonoro in presa diretta separata dalla telecamera, il ritorno al ciak (quando serve), le schede di registrazione di breve durata (quasi il tempi di un rullo di pellicola!)... finiscono per arginare l’approssimazione con cui spesso si gira un documentario, assecondando la realtà ‘ per accumulazione’, delegando di fatto tutte le scelte al montaggio.

In parallelo all’uscita nelle sale, “Lascia stare i santi” è stato pubblicato in formato DVD.
Abbiamo pensato di lavorare sulla continuità, avendo avuto una bella reazione all’uscita del film nelle sale. È una scelta editoriale ben chiara, una tendenza molto americana: gli americani tendono molto ad accompagnare l’uscita del film, specialmente nel caso di film di nicchia, facendo seguire il DVD all’uscita nei cinema.

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