Italian Sounds Good: Roy Paci & Aretuska, Après La Classe, Vallanzaska, Saber Système, Chiara Giacobbe Chamber Folk Band, Mirco Menna, Mauro Pina, Edoardo Pasteur, Marco Rò, Luca Bash, Yato

Chiara Giacobbe Chamber Folk Band – Lionheart (Sciopero Records, 2017)
Violinista e cantautrice, formatasi presso il Conservatorio di Alessandria, Chiara Giacobbe nel corso della sua carriera ha collaborato con numerosi musicisti e gruppi sia italiani che esteri (Richard Lindgren, Lowlands, Paolo Bonfanti, Jesse Terry e Gnola Blues Band), ma soprattutto è ben nota per essere da diversi anni parte della line up degli Yo Yo Mundi con i quali ha realizzato lo splendido “Evidenti Tracce di Felicità”. Dopo aver dato alle stampe nel 2012 per la Rigo Records il suo ep di debutto “Ready To Go”, l’anno successivo ha dato vita alla Chiara Giacobbe Chamber Folk Band che la vede accompagnata da Alessandro Balladore, Gianluca Vaccarino, Alessandro Diaferio (chitarre), Eugenio Merico (batteria), Andrea Negruzzo (pianoforte, organo e harmonium) e Rino Garzia e Andrea Cavalieri (basso). Proprio con questa formazione ha dato recentemente alle stampe il suo nuovo album “Lionheart" nel quale ha raccolto dodici brani che raccontano l’universo femminile, mettendo al centro le donne che si raccontano, che suonano, gridano, amano, piangono, sussurrano, sorridono, lottano. In ogni canzone declinata al femminile, infatti, c’è una fase di vita o una scelta, obbligata o meno, c’è una dichiarazione di intenti, c’è un pensiero che si muove, e non di rado, c’è la descrizione in musica e sostanza di sogno delle piccole cose essenziali. Inciso presso lo studio Suoni & Fulmini di Rivalta Bormida dall’ingegnere del suono Dario Mecca Aleina, per la produzione della stessa Chiara Giacobbe e con il contributo artistico di Paolo Enrico Archetti Maestri degli Yo Yo Mundi, il disco si caratterizza per un suono elettrico, anche se non mancano alcuni eleganti spaccati acustici. L’ascolto si apre con una serie di piccole grandi perle come l’iniziale “Let You Breathe”, il country rock di “No More Bluee” e la title-track, ed entra nel vivo con il crescendo di “Pet Lion” e la trama irish folk di “Particlae Physics” e l’evocativa “Alice” con il violino della Giacobbe in grande evidenza, tuttavia il vertice del disco arriva con la canzone d’amore “I can’t get over you” nella quale emerge con forza tutto lo spessore del suo songwiting. Completano il disco lo strumentale “My Mexico”, il gioiello acustico “Blessed Be” e la ballata “Song For M.” ma c’è ancora tempo per la bonus track “Like a Light (Into The Darkness” che suggella un lavoro prezioso da ascoltare con grande attenzione per scoprire una cantautrice in grado di misurarsi ad armi pari con le colleghe di oltre oceano. 

Mirco Menna – Il Senno Del Pop (Volume!, 2017)
Bolognese, classe 1963, Mirco Menna si è segnalato negli anni non solo per la sua produzione discografica fatta di ottimi lavori come l’esordio “Nebbia di Ide” ed il successivo “Ecco”, ma anche per tanti progetti paralleli in ambito teatrale, cinematografico e letterario. A tre anni di distanza dal pregevole “Io, Domenico e tu” in cui rendeva omaggio al repertorio di Domenico Modugno, lo ritroviamo con “Il senno del Pop”, disco nel quale ha raccolto otto brani inediti e due bonus track che nel loro insieme compongono una sorta album fotografico in forma canzone come lui stesso scrive nella presentazione: “Esprimendomi in prima persona e dovendo inevitabilmente parlare delle “influenze”, dirò che altri le scoveranno; io, per me, sono influenzato dagli anni passati suonando a matrimoni e sansilvestri, e poi alle feste di piazza e di osteria (ce ne sono ancora alcune) e di pub e club, e dalla pratica coi musicisti amici. Ecco, sono influenzato soprattutto dai musicisti con cui suono. Non per caso la produzione artistica di questo album siamo noi stessi, in totale indipendenza, anche di mezzi. Infatti è stato un lavoro lungo, dilatato nel tempo, che si costruiva man mano che le possibilità lo permettevano. Anche in questo senso è una specie di album di fotografie, frammenti di vita fermati durante l’arco di tre anni. Finché abbiamo deciso che queste otto canzoni (più due, ripescate da tempi ancor più antichi) erano un risultato soddisfacente, che ripagava dello sforzo compiuto per produrle, e ci siamo fermati. Sono canzoni che mi assomigliano, anagraficamente parlando. Del resto sono stato un esordiente tardivo, ero un “giovane cantautore” in odore di anzianità fin da subito”. “Il senno del Pop” è, così, una raccolta di istantanee in cui Menna cattura un momento, un soggetto, un fatto tratteggiandolo con colori musicali, toni e suggestioni differenti. In questo senso fondamentale l’apporto degli strumentisti che lo affiancano, ovvero la sezione ritmica composta da Cammilla Missio e Roberto Rossi, il chitarrista Giancarlo Bianchetti e i fiati di Maurizio Piancastelli. Durante l’ascolto a colpire sono l’inziale “Portati da un fulmine”, la canzone d’amore “Arriverai” e “Sole Nascente” ispirata da dipinto omonimo di Giuseppe Pellizza da Volpedo ed impreziosita dalla fisarmonica di Gianni Coscia, tuttavia il vertice del disco arriva con il bel duetto con Zibba in “Prima Che Sia Troppo Tardi”. Completano il disco le gustose “Da qui a domani” nota nella versione con Banda di Avola e “Chiedo scusa se parlo di Maria” dal repertorio di Giorgio Gaber. “Il senso del pop” è, insomma, un disco disco da ascoltare con attenzione, per cogliere le tante sfumature che caratterizzano i suoi brani. 

Mauro Pina – L’ho scritto io (Dreamcastle Records, 2017)
Cantautore, polistrumentista e paroliere italiano, Mauro Pina vanta una articolato percorso artistico che lo ha portato, negli anni, a collaborare con Dario Baldan Bembo e Lucio Dalla, nonché ad incidere agli Abbey Road Studios per un progetto dedicato ai Beatles. Complice la collaborazione con una amica d’infanzia, pian piano ha cominciato a prendere forma “L’ho scritto io”, il suo disco di debutto che è stato finalizzato grazie all’incontro con Efrem Sagrada (ex Celentano’s-Club). Composto da dodici brani più due remix, il disco percorre le tre diverse fasi della vita dell’artista proponendo un approccio alla canzone d’autore declinata nelle varie sfaccettature del pop. Dall’iniziale pop-rock di “Sei fantastico” con il featuring di Rosalinda Celentano, al prog de “La risposta” passando per lo swing di “Credi in te”, scopriamo le tante sfaccettature del songwriting di Mauro Pina, che non disdegna di incontrare anche la bossa nova ne “Un cuore di colori”, il funky ne “L’uragano” e il brit-pop in “What can I Do”. “L’ho scritto io” è certamente un buon punto di partenza per un percorso discografico che certamente metterà in luce tutte le potenzialità di Mauro Pina. 

Edoardo Pasteur – Dangerous Man (Autoprodotto, 2017)
Cantautore genovese, ma prima ancora maratoneta, Edoardo Pasteur dopo aver abbandonato l’attività agonistica si è dedicato anima e corpo alla musica, mettendo a frutto la sua vecchia passione per la scrittura e ha dato vita a “Dangerous Man”, album di debutto inciso con i Rolling Dice, una band di eccellenti strumentisti composta da Luca Borriello, Giacomo Caliolo, Toni Colucci, Pino Di Stadio e Stefano Molinari, ed ispirato dal suo amore per i dischi di Bruce Spingsteen, Bob Dylan e Robbie Robertson. Composto da tredici brani dai testi intrisi di citazioni cinematografiche e letterarie, il disco si apre con il rock di “Big Fish”, ispirata al film omonimo di Tim Burton e ci conduce attraverso atmosfere sonore e poetiche di grande intensità. Durante l’ascolto spiccano, così, l’onirica title-track, ispirata da Seven Pillars of Wisdom di T.E. Lawrence alla toccante “Brothers (Paris, 13th November 2015)”, dedicato alle vittime del Bataclan, la ballad “Let It Rain” e quel gioiello irish folk che è “Princess Gaze” , ma il vero vertice del disco arriva con la dilaniana “Hey Hey You (The Warriors” e la struggente rock ballad “Carry the fire”, ispirata dalla lettura di “The Road” di Cormac McCarthy. “Dangerous Man” è, dunque, un bel disco che si inserisce di diritto tra gli ascolti più interessanti di quest’anno della scena roots rock italiana. 

Marco Rò – A un passo da qui (Romabbella Records, 2017)
“A un passo da qui” è questo il titolo del nuovo disco del cantautore romano Marco Rò, artista dal solido background musicale e già attivo con la rock band Clyde” e da qualche anno attivo come solista. Nato dalla collaborazione con la  giornalista   Laura   Tangherlini (Rainews24)   per un  progetto   di sensibilizzazione itinerante dedicato ai rifugiati e ai profughi dalla guerra in Siria, il disco propone dodici brani che nel loro insieme ripercorrono le tappe del viaggio musicale del cantautore romano che dall’Italia lo hanno condotto prima in Gran Bretagna poi in  Russia ed in fine in  Siria. Prodotto da Stefano Bacchiocchi, con gli arrangiamenti di Fabrizio Palma, l’album vede il cantautore accompagnato da diversi strumenti che si alternano al suo fianco: Lino Esposito, Yuki Rufo e Davide Massari (chitarre), Lino De Rosa (basso), Nicola Polidori (batteria), Aidan Zammit (tastiere), Rossella Zampiron (violoncello), Rossella Ruini e Claudia Arvati (cori). Caratterizzati da una impostazione sostanzialmente pop-rock con alcune incursioni nel blues e nella roots music, i brani mescolano tematiche differenti come le riflessioni sulla vita dell’iniziale “La lista”, la critica ai pregiudizi di “Immagini a righe” cantata in duetto con Marco Conidi, la speranza di ritrovare la fiducia dopo una malattia (“Ale”), ed ancora la canzone d’amore “Dune”, scritta e cantata assieme a Laura Tangherlini, e la toccante “Ad Un passo da qui” ispirata alla testimonianza della piccola profuga. Un bel lavoro, dunque, che non mancherà di toccare il cuore di chi avrà modo di ascoltarlo. 

Luca Bash – Oltre Le Quinte/Keys Of Mine (Autoprodotto, 2017)
“Keys of mine" è un gioco de parole: i mie amici in inglese si dice "Friends of mine", ma loro sono le chiavi di questo disco, dedicato a loro. Da qui il titolo. In italiano invece questo gioco di parole non era possibile, e il titolo sta semplicemente ad indicare che "oltre le quinte" del teatro di tutti i giorni che mi vede attore e spettatore esiste tutto ciò che si può trovare ascoltando questo LP”. Così Luca Bash, presenta “Oltre le quinte/Key of Mine”, interessante progetto discografico, proposto in italiano e in inglese, che ha preso forma senza direzione artistica ma piuttosto in maniera sequenziale, chiedendo ad ogni musicista di arrangiare e registrare in remoto nella propria città i vari brani. A riguardo l’autore, nella presentazione, scrive: “Per quanto una persona possa partecipare ad un progetto per sperare che succeda qualcosa o per tentarle tutte, loro (i musicisti) sono gli unici che con un semplice gesto quale suonare e amare le mie canzoni, hanno di fatto reso possibile il dare una forma a quello che io semplicemente sono: uno stupido artista che non ce la fa a rassegnarsi a vivere senza fare ciò che lo rende felice”. Il risultato sono quindici brani dal sound indie-rock che incorniciano un songwriting dalla originale cifra stilistica, impreziosito dall’apporto creativo dei vari musicisti coinvolti. Dall’ascolto comparato dei due dischi, certamente, la versione in inglese si lascia preferire a quella in italiano, non solo per la maggiore fluidità dei testi, ma anche per l’approccio vocale più ispirato. In ogni caso, questo doppio disco è una bella sorpresa perché mette in luce tutta la sensibilità artistica di Luca Bash. Una felice scoperta!

Yato – Post Shock (Autoprodotto, 2017)
Ambientazioni dance ed un funk rivisitato sotto il velo del rock e dell’elettronica sono questi gli ingredienti di “Post Shock” di Yato al secolo Stefano Mazzei, cantante toscano dal solido background artistico e con alle spalle una solida formazione e diversi progetti susseguitisi negli anni. Composto da otto canzoni dirette e ricercate nei groove, il disco è un concentrato di emozioni e colori sonori che affondano le proprie radici nel synth rock e nel synth pop nelle varie declinazioni newyorkesi, londinesi e berlinesi. Durante l’ascolto si attraversano, così, atmosfere differenti che vanno dalla musica aliena dal beat leggero di “Electro Hardcore” al dialogo su sincopati ritmi dance tra chitarre distorte e synth di “Idolatrina”, per giungere allo strumentale denso di groove “Dub-bi Song” e il dark rock de “Le Teorie Possibili”. Si prosegue con il funk di “Consciock” che ci introduce prima allo strumentale “Intro Me” e poi a “Post” che spicca per il suo testo incisivo ed ammaliante. Il gustoso remix di “Ormonauti” chiude un disco accattivante nei ritmi e nelle melodie.


Salvatore Esposito


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