I Fratelli Mancuso: depositari e continuatori della tradizione siciliana

“La tradizione siciliana, intesa come uno scrigno aperto, che si mescola con i viaggi e le esperienze personali, biografiche, dei Fratelli Mancuso, li ha resi un elemento musicale e culturale unico per salvaguardare e rendere sempre più viva la musica popolare in Italia. Nella loro lunga storia, in mezzo a riconoscimenti e a collaborazioni importanti, alla partecipazione a concerti, a colonne sonore, a progetti di divulgazione e insegnamento rilevantissimi, spicca sempre il senso dell’appartenenza, non solo insulare, ma soprattutto umana, a una storia che fa del viaggio un elemento essenziale e delle radici la componente necessaria per andare avanti”. Questa la motivazione con la quale il Premio Nazionale Città di Loano per la Musica Tradizionale Italiana ha assegnato, nel corso dell’edizione 2017, il riconoscimento alla Carriera ai Fratelli Mancuso, depositari dell’immenso patrimonio della tradizione musicale siciliana, di cui si sono fatti continuatori attraverso uno straordinario lavoro di recupero che ha strappato dall’oblio preziosi materiali e moduli esecutivi, filtrati e reinventati in uno stile personalissimo. Nell’arco di poco più di trent’anni hanno attraversato mondi sonori solo in apparenza inconciliabili, partendo dai sentieri di campagna della natia Sutera (CI) dove hanno cominciato a cantare quasi senza accorgersene. Emigrati a Londra per cercare lavoro e migliori fortune negli anni Settanta, dopo un decennio sono ritornati in Italia, stabilendosi a Città della Pieve (Pg). Da quel momento hanno intrapreso un percorso artistico straordinario che dai primi concerti nel circuito ARCI li ha condotti nel 1986 ad incidere in Spagna “Nesci Maria”, il loro primo disco nato dalla collaborazione di Joaquin Diaz, seguito nel 1990 da “Romances de alla y de aca”. Tre anni dopo è la volta di “Sutera”, nel quale hanno reso omaggio al paese natio reinterpretandone i canti, ed ancora nel 1998 arriva l’incontro con il cinema con il debutto come attori e musicisti nella pellicola “Il talento di Mister Ripley” di Anthony Minghella. L’alba del nuovo millennio li ha visti dare alle stampe “Italian Odissey” nel 2000, seguito da “Cantu” nel 2003, ma fondamentale è l’incontro con la regista Emma Dante per la quale curano le musiche dello spettacolo “Medea”, prodotto dal Teatro Mercadante di Napoli. In parallelo arrivano le partecipazioni al Premio Tenco, numerosi riconoscimenti e tanti concerti speciali come “Requiem”, presentato alla LIX Sagra Musicale Umbra, il concerto di novene siciliane in diretta su RadioTre dalla Cappella Paolina del Quirinale, “Natale nel verso e nel canto” con l’orchestra da camera di Messina, Mauro Pagani, Roberto Fabbriciani e Arnaldo Vacca e l’opera “Sette storie per lasciare il mondo” per la regia di Roberto Andò e musiche di Marco Betta. Nel 2008 “Requiem” diventa un disco e quasi in contemporanea SquiLibri Editore pubblica il volume di testi poetici “L’isola timida” impreziosito dalle fotografie di Antonio Pennisi e da un DVD allegato. 
L’anno successivo i Fratelli Mancuso sono protagonisti dell’esecuzione in diretta per Radio France de “Il Naturale” di Luciano Berio con il violista Christophe Desjardins, mentre più recente è “La Via Dolorosa” proposta a giugno 2012 in apertura al Ravenna Festival. Lo scorso luglio, Loano con il suo splendido lungomare ha fatto da cornice, nell’ambito de “Il premio incontra”, a un concerto-intervista condotto da Enrico de Angelis che ha anticipato la consegna del riconoscimento alla carriera, nel quale i Fratelli Mancuso si sono raccontati tra aneddoti, storie e canzoni. Di quel bel pomeriggio nella cittadina del ponente ligure vi proponiamo una trascrizione integrale, con la suggestione delle le due voci che si alternano per diventare una sola nel raccontarsi al giornalista veronese. (S.E.)

Da dove nasce la vostra esigenza di cantare…
Il nostro canto nasce dalla fortissima necessità di cercare nella nostra memoria ancestrale ed in parallelo dal bisogno di incontrare il mondo. Abbiamo sempre cercato di affrontare le scelte artistiche e quelle di vita in modo, per così dire, radicale, cercando le persone che potevano far risuonare all’interno di noi una voce di verità. 

Dalla Sicilia, terra di migranti, siete stati voi stessi migranti. Oggi, però, è cambiato tutto con la Sicilia che è diventata al contrario terra di immigrazione. Immagino che anche voi stiate vivendo questo fenomeno così inquietante, che avete anche elaborato in musica…
C’è una canzone del nostro repertorio che ha per titolo “Mi chiamo Forse” e parla delle persone che attraversano il Canale di Sicilia, spingendosi verso le nostre coste per cercare di fuggire dalla guerra e dalla povertà. Qualche anno fa abbiamo ospitato una madre che aveva adottato un bimbo in Eritrea. Era una regista che era venuta a casa nostra perché voleva che le nostre musiche accompagnassero una sua opera teatrale. Ci raccontò questo fatto molto bello e significativo. Lei ha un figlio naturale e ha adottato un bambino eritreo. Insieme al marito era andata in Eritrea per portare a casa il bambino. Avevano preparato tutte le pratiche, il nome del bambino naturalmente era in lingua eritrea. Appena arrivati in aeroporto per fare il check-in gli dissero che era riportato solo il loro nome ma non c’era quello del bambino. Allora diede un’occhiata ai documenti e le fecero notare che c’era scritto solo: “Forse”. Il bambino si chiamava Forse. Un bambino che viene adottato e che per nome ha Forse, ha un destino segnato. Noi abbiamo composto questo brano per raccontare di tutti i profughi che scappano dall’Africa per raggiungere un futuro migliore sulle nostre coste.

“Quando lo videro sopra un legno fradicio 
le mani in aria in quel momento critico 
gridare quella scheggia umida
gridare per salvare il suo unico bene
quella scheggia umida strapagata le maledizioni
che se non affonda è per carità di Santi
delle Anime Sante che dal Paradiso scendono
cercando puntigliosamente le lacrime
gli buttarono addosso una coperta acida
Intrisa, bagnata di sventura
Oh tunica che ha visto cento e cento carni tremule
asciugare occhi arsi sotto un sole cenere e masticando
con i suoi denti teneri le prime ore di un giorno sopportabile
fece un sonno che era tra le mani di un angelo con la testa poggiata su un cuscino di nuvole
la voce stanca, roca, nera, sputò un nome che sembrava un’ingiuria
sputò una spina maligna e perfida da dentro il cuore dove aveva fatto radice
mi chiamo Forse, Forse e ancora Forse
figlio di una settimana senza domenica
di una grammatica dove la regola è fare giorno
come una bestemmia”

In un vostro documentario, a proposito del vostro soggiorno a Londra dite: “la lontananza riavvicina alle radici”. Nella vostra carriera avete sempre combinato la riscoperta delle radici con una creatività vostra con valori poetici molto alti. Dopo che in Inghilterra prese il potere Margaret Thatcher avete pensato di tornare in Italia. Perché non siete tornati in Sicilia ma vi siete stabiliti a Città della Pieve?
Non siamo tornati a Sutera perché dopo otto anni tornare senza ancora aver trovato un lavoro fisso sarebbe stato per noi e per tutto il paese una sconfitta. Enzo aveva fatto il militare con un ragazzo di Città della Pieve. Quando noi gli confidammo che volevamo tornare in Italia ci disse che era disponibile a darci una mano e ad ospitarci per il periodo necessario a trovare un lavoro e così è stato. Io, Enzo e un altro fratello, che purtroppo è scomparso lo scorso anno, e che lavorava in fabbrica con noi e ci siamo trasferiti a Città della Pieve con le nostre mogli. I primi mesi la vita là è stata molto dura perché il paese offriva lavori molto umili. Io ho fatto l’operaio edile per sei o sette mesi. Enzo faceva la raccolta del tabacco. Insomma facevamo quello che era possibile fare. Allora per incanto, per magia la musica ci è venuta subito in soccorso perché abbiamo pensato di mettere in piedi un concerto e presentarlo all’Arci regionale di Perugia. Siamo andati, abbiamo presentato il nostro progetto. Il titolo di quel concerto era: “Canto per una Sicilia Nuova”. Ci organizzarono cinque o sei date nei Festival dell’Unità. Il caso volle che una ragazza tedesca di Monaco di Baviera venne ad ascoltarci e le piacquero le nostre canzoni, e così ci chiese se volevamo andare in Germania a fare dei concerti. Così siamo partiti con due chitarre e un violino e ha preso vita la nostra avventura. I giornali hanno cominciato a parlare di noi. In questo spettacolo parlavamo della mafia, della condizione dei contadini, dell’emigrazione anche con interventi recitati. Dalla Germania siamo passati alla Francia e poi alla Spagna.

In effetti il titolo del vostro primo spettacolo “Canto per una Sicilia nuova” è molto significativo, come lo è il fatto che avete subito passato le frontiere: so infatti che un giorno avete preso l’autobus e siete andati in Castiglia per suonare. Lì vi ha scoperto un importante operatore culturale spagnolo…
Siamo arrivati a Soria, per cantare ad un congresso di etnomusicologia in questa cittadina. Partimmo da Firenze in autobus ed arrivammo a Barcellona, da lì prendemmo un altro autobus per Saragozza e poi giungemmo a destinazione. Fu un viaggio di quasi ventiquattro ore sempre in autobus. Avevamo dietro le due chitarre e il violino. Tra i congressisti c’era Joaquin Diaz, che in Spagna è famosissimo, il quale venne a salutarci dopo il concerto e ci chiese se avessimo con noi dei dischi. Ovviamente gli dicemmo che non avevamo dischi e lui meravigliato rispose che gli sembrava strano, così ci chiese da quanto tempo cantavamo. Noi rispondemmo che cantavamo sin da bambini. Lui rispose che solitamente in quel periodo prima si faceva il disco e poi si componeva il gruppo. Così ci disse che lui aveva una casa discografica con la quale produceva i suoi dischi e ci propose di produrre il primo disco con lui. Registrammo “Nesci Maria”, il nostro primo album. 

Poi anche il secondo lo avete registrato in Spagna. Avete registrato i vostri dischi prima in Spagna e poi in Italia. Avete suonato, tenuto lezioni, preso premi a Vienna, New York, Chicago, Parigi, in Polonia. C’è anche un bel film che è stato dedicato a voi dal centro sperimentale di cinematografia di Palermo…
E’ un docu-film che racconta il nostro percorso nella vita e nella musica con riprese a Città della Pieve. La troupe ci ha accompagnato nei nostri concerti e naturalmente a Sutera, il nostro paese di origine.

Avete scritto molte colonne sonore per il cinema, per la televisione e il teatro. Come nel caso del film di Anthony Minghella “Il talento di Mister Ripley”…
Alcune delle musiche del film erano nostre e abbiamo avuto modo di fare anche l’esperienza di attori. Anthony Minghella aveva comprato il nostro disco “Bella Maria” a Londra ancor prima di cominciare le riprese in Italia. Lui era anche un musicista e si occupava in prima persona della scelta delle musiche. Acquistò questo nostro disco e ci chiese di poter utilizzare due brani. Guardò attentamente anche la copertina e in un secondo momento ci fece chiamare dalla produzione chiedendoci se ce la sentivamo di recitare all’interno del film, cosa che abbiamo fatto con riprese ad Ischia e a Procida.

Per quel che riguarda il teatro voi collaborate con Emma Dante, una delle protagoniste più interessanti del nuovo teatro italiano. Ci potete parlare della collaborazione con lei?
Con Emma Dante ci siamo conosciuti in occasione del suo primo allestimento di “Palermo”, uno spettacolo con il quale si era fatta conoscere ed aveva vinto il premio “Scenario” che è un riconoscimento per le nuove figure del teatro in Italia. Per questo spettacolo aveva scelto le nostre musiche, poi ci chiamò perché dal Teatro Mercadante di Napoli aveva avuto la proposta di allestire “Medea” e quindi ci chiese le musiche e se avevamo voglia di eseguirle anche dal vivo. Lì è cominciata la collaborazione con lei che poi è andata oltre e ha utilizzato un nostro brano per il suo finora unico film che è stato presentato a Venezia e dove per nostra fortuna abbiamo vinto il premio come migliore colonna sonora. E’ una cosa molto strana perché in quel film c’è una sola canzone che è proprio quella che ha vinto. In giuria c’erano Giuliano Montaldo e Castaldo. In “Medea” c’è un brano, “Deus Meus” che cantiamo in una delle scene più toccanti e significative dello spettacolo, ovvero il momento del parto. Abbiamo pensato a questa musica e a questo testo in latino e greco con le sette parole di Cristo sulla croce: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”. Lo cantiamo come un canto di lamentazione appoggiando le nostre voci su questo bellissimo strumento che è l’Armonium indiano. 

La vostra straordinaria e lacerante tecnica vocale si rifà alla tradizione orale della vostra terra. Come e quando l’avete acquisita? Come l’avete sviluppata poi in seguito, attraverso quali fonti?
Questo stile vocale deve molto al repertorio delle lamentazioni del Venerdì Santo in Sicilia che è un corpus di canti molto importanti soprattutto nella zona dove siamo nati che è in provincia di Caltanissetta. Questo modo di cantare con il senso del tragico molto forte ci ha accompagnato sin da piccoli e naturalmente non poteva non influenzare la nostra sensibilità ma tutto quello che abbiamo vissuto da bambini per lungo tempo lo avevamo dimenticato. E’ risorto proprio quando ne avevamo necessità, quando siamo arrivati in Inghilterra di fronte alla realtà dell’immigrazione ci è venuta in soccorso questa tradizione che è riapparsa e piano piano l’abbiamo riscoperta dentro di noi. Naturalmente cantando insieme abbiamo solo due voci e forse la direzione era quella di lavorare con le voci per creare un effetto di polivocalità, aumentando a dismisura per quanto possibile il volume, il corpo, il timbro riportando la nostra voce all’origine.

Parlando di strumenti, voi vi siete aperti anche a strumenti di un’area più vasta che va dal Mediterraneo all’Europa all’Oriente. Sia dal vivo sia nei numerosi dischi usate chitarre, violino, fiati vari, l’armonium, la ghironda, la cifteli albanese, il saz  turco, il sarod indiano… Come li avete scoperti e messi insieme?
Molti di questi strumenti li abbiamo conosciuti insieme alle persone che li suonavano e questa è una cosa davvero bella. Nel periodo della nostra formazione a Londra scoprimmo questo mondo sonoro che è stato di fondamentale importanza. Ci siamo innamorati della poesia, dei poeti ma anche dei suoni dei musicisti che incontravamo e vedevamo in concerto. Incrociare queste storie con gli strumenti ha rappresentato per noi un momento importante e ha fecondato la nostra sensibilità, la nostra creatività e la nostra scrittura.

Nei vostri dischi avete ospitato anche musicisti e strumenti di gusto contemporaneo. Parlo del sax di Antonio Marangolo, la chitarra di Michele Ascolese, il pianoforte di Stefano Bollani, il clarinetto di Gabriele Mirabassi, il contrabbasso di Enzo Pietropaoli, la tromba di Enrico Rava, e la voce di Gianmaria Testa. Ho sentito in una vostra intervista raccontare come nella vostra cultura musicale ci sono influenze di altro genere da Phil Ochs alla 
canzone cubana…
Quando a Londra finivamo di lavorare in fabbrica, quando tornavamo a casa la prima cosa che facevamo era proprio quella di accendere lo stereo ed ascoltare tutte queste voci di cantautori, poeti che arrivavano da lontano da Cuba alla Russia all’America. Per noi era un grande nutrimento perché sentivamo di appartenere a quelle correnti così forti e poetiche e volevamo entrarci. Tornando in Italia è stato bello aver potuto conoscere e lavorare con quegli artisti, soprattutto quelli spagnoli come Paco Ibañez, in alcuni dischi. E’ stato per noi un bel momento di incontro con questi artisti.

Nel vostro canzoniere si parla spesso di amore, sono amori sofferti, estatici, erotici, ma sempre correlati agli ambienti naturali che voi avete vissuto: pietre, fiori, montagne, fiumi, cibi locali…
L’amore è esaltato e visto dentro un paesaggio che è fatto di bellezza, pietra, radice, montagna; tutto quello che ha influenzato la nostra vista sin da bambini riemerge mettendo la donna al centro di questo paradiso che è bellezza anche naturale. Un esempio è “Nesci Maria” una canzone che poi ha dato il titolo al nostro primo disco, inciso in Spagna.

I temi che trattate nel vostro repertorio sono davvero tanti, le ingiustizie sociali, il dolore dei perdenti, degli abbandonati, di chi nasce straniero, la fatica del lavoro, la solidarietà, l’amicizia, le “ali di carta” della fragilità umana, la condizione subalterna della donna, la musica stessa, il canto che voi chiamate “triste allegria”, il valore della poesia, e infine la morte a cui avete dedicato per esempio il disco “Requiem”. Voi avete dichiarato di non essere religiosi ma il sacro viene fuori continuamente dal vostro repertorio. Cantate molto il sacro come espressione di una comunità che a volte può non essere in sintonia con la religione ufficiale come nel caso dei lamentatori del Venerdì Santo che non vengono nemmeno accolti in chiesa. In un’intervista dite che il canto stesso è una religione…
Il canto è la forma più alta di preghiera. Quando noi diciamo che non siamo religiosi lo diciamo nel senso che non crediamo in una fede organizzata secondo gerarchie e riti che possono non interessare. Avere religiosità vuol dire avere attenzione per la vita e per gli uomini che ci circondano, avere cura di chi insieme a noi condivide questa esperienza di vita. L’attenzione per quanto riguarda la sfera del sacro è spiegabile perché quelli sacri sono repertorio che tradizionalmente si sono conservati meglio nelle chiese e quindi noi abbiamo ricevuto questo patrimonio, questa eredità e siamo persone che lo condividono attraverso il canto con altri nella speranza che dopo di noi ci siano cantanti e artisti che dedichino questa attenzione come l’abbiamo dedicata noi. Questo ci fa essere ottimisti perché proprio a Sutera esistono gruppi di cantori che eseguono repertori sacri con voci bellissime.

Recentissimamente in giugno avete ricevuto il Dottorato Honoris Causa in Scienze Cognitive e Arti Performative all’Università di Messina e avete tenuto una lectio magistralis da cui ho tratto una citazione che mi è piaciuta: “il canto è la nostra fratellanza”. Vi ha sorpreso questo riconoscimento?
Ci ha sorpreso tantissimo perché non ci aspettavamo un così alto riconoscimento dall’università. Avevamo fatto dei laboratori sulla voce e sulla musica lì a Messina ma molto probabilmente il preside e il senato accademico avevano capito che era importante dedicare a noi questo alto riconoscimento. Siamo andati a ritirare il dottorato e così dalla fabbrica ci troviamo con dottorato.


Intervista a cura di Enrico de Angelis
Trascrizione ed adattamento di Salvatore Esposito
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