Arturo Stàlteri – ...e il pavone parlò alla luna (Soave, 2017)

A qualche tempo dalla pubblicazione di “Prèludes”, torniamo a parlare di Arturo Stàlteri, lo facciamo in occasione della recentissima ristampa di “...e il pavone parlò alla luna, secondo album del compositore, pianista, sessionman e conduttore radiofonico romano, originariamente pubblicato nel 1987 per LYNX Records e ristampato in vinile da Soave Records, il primo settembre 2017. Dopo l’esperienza con i “Pierrot Lunaire” e il promettente esordio discografico, Stàlteri si dedicò a questo nuovo progetto dalla lunga gestazione che concluse un importante capitolo della sua storia... Registrato tra il 1980 e il 1981, “e il pavone parlò alla luna” segnò un ulteriore passo nel lungo percorso del musicista; le intuizioni passate lasciarono spazio a nuovi influssi e spunti di riflessione... Abbiamo intervistato Arturo Stàlteri, che di seguito ci racconta storie e curiosità legate a questo interessante progetto.

I tuoi esordi come musicista nei primi anni settanta, vantano importanti esperienze come fondatore e tastierista dei “Pierrot Lunaire”, una delle formazioni più curiose della nostra ricca scena Progressive. Dopo due ottimi album e svariate collaborazioni come sessionman per Rino Gaetano e Grazia Di Michele, tra i molti, hai iniziato il tuo percorso da solista… Come e in che contesto è nato il tuo storico debutto discografico “Andrè sulla luna”, c’è un filo conduttore tra questo progetto e le tue precedenti esperienze musicali?
“André sulla luna” è nato subito dopo lo scioglimento dei Pierrot Lunaire. Onestamente non ricordo bene per quale motivo  la band si è fermata dopo “Gudrun”. In realtà stavamo lavorando al terzo disco! In tutti i casi, alcuni brani concepiti per quel progetto, come “Viaggiando tra i riflessi” e “Gli Hins” sono confluiti in “André”. Quindi direi che è sicuramente legato alla mia precedente esperienza con il gruppo.

“Blogfoolk” ha recentemente raccontato il tuo nuovo lavoro “Préludes” pubblicato da Felmay Records nel 2016, oggi però spostiamo le lancette dell’orologio indietro tornando al tuo secondo album da solista. Il primo settembre 2017, l’etichetta italiana “Soave” ha ristampato in vinile “...e il pavone parlò alla luna”, un album con una genesi particolare, ascoltandolo si percepisce un’energia nuova, sembra che l’impeto di “Andrè” abbia lasciato spazio a una nuova consapevolezza,  vorresti raccontarci cosa ti ispirò e come si sviluppò il tuo secondo progetto?
Album assolutamente non programmato!  Dopo il diploma in pianoforte  (Giugno 1979),  decisi di dedicarmi interamente alla musica classica, approfondendo la tecnica e il repertorio. Mi concessi però una pausa di due mesi e, nell’agosto dello stesso anno,  partii  per l’India. È stata un’esperienza sconvolgente, non avrei mai voluto tornare in Italia! A Mumbai (a quei tempi Bombay) acquistai tanpura, tabla e harmonium indiano (il sitar lo avevo già, ma non l’ho usato nel disco). 
Proprio in India, sull’harmonium, cominciai a tratteggiare delle melodie per me inusuali. Tornato in Italia pensai che sarebbe stato bello pubblicarle, così decisi che avrei inciso un ultimo disco “prog”. Grazie al mio amico  Walter Lefévre, che mi permise di registrare su un otto tracce TEAC; così è nato “…e il Pavone”.

“… e il pavone parlò alla luna”, cosa ti ha suggerito questo titolo? Esiste forse un “concept” o un filo narrativo che lega le sette tracce dell’album?
Una notte (ero a Jaipur), venni svegliato da uno strano miagolio. La mia stanza era  a pianterreno e si  affacciava su un grande giardino. Incuriosito, uscii dalla camera e vidi un bellissimo pavone, con il collo teso verso la luna (una luna gigantesca); emetteva uno strano suono, quasi un canto ipnotico e ancestrale. Mi colpì moltissimo. Direi che senza dubbio il filo narrativo, a parte pochi brani, come “Morceau” e “Mulini”, è la ricerca di una dimensione interiore libera dai condizionamenti della civiltà occidentale.

Una curiosità; qual è il processo compositivo che in generale adotti in questi primi brani, prediligi la scrittura o lasci anche spazio all’improvvisazione…?
In realtà sono  brani molto “pensati”. L’unica composizione quasi completamente improvvisata è “Raga Occidentale”.

Le registrazioni originali di " ...e il pavone parlò alla luna” risalgono al 1980, come mai hai deciso di pubblicarlo privatamente solo nel 1987, c’era forse qualcosa che al tempo non ti convinceva totalmente e ritenevi dovesse essere rivista o perfezionata?
No, il disco mi convinceva, infatti lo proposi alla IT e alla Ascolto, ma non suscitò interesse. La Cramps aveva detto di sì, ma poi cambiò idea. La stessa cosa fecero l’etichetta tedesca SKY, la giapponese Belle Antique (che  ne aveva  tra l’altro già annunciato la pubblicazione sulla rivista Marquee, ma poi ci ripensò) e una label statunitense di cui ho rimosso il nome, che mi fece perdere un sacco di tempo.

Il disco è dominato da pianoforte e organo, ci racconti qualche curiosità riguardo a quelle sessioni, dove e come hai registrato i brani ?
Ho registrato in due periodi e in due luoghi diversi. Tra Gennaio e Marzo incisi  a casa mia, e Walter fu il tecnico della registrazione. Tra Maggio e Luglio invece mi trasferii nello studio di Dante Majorana, e lì aggiunsi gli ultimi strumenti. Il lavoro venne però definitivamente mixato solo nel 1987 a Firenze, nello studio di Maurizio Pieri, che mi aveva messo in contatto con Roberto Donnini della LYNX, il quale poi pubblicò il disco, con una copertina da dimenticare. 
Da dimenticare è anche una frase che lo stesso Donnini aggiunse (senza dirmi nulla) sul retro della stessa, in cui si dichiarava non convinto del disco; in pratica era avvenuto questo: non gli piaceva “Nel Palazzo dei venti” e mi aveva chiesto di toglierla, cosa che ovviamente non feci. A questo punto mi domando perché abbia pubblicato comunque il lavoro. Ho un pessimo ricordo di quell’esperienza.    

“Goa di Fronte all’oceano” è un pezzo che ho molto apprezzato, spesso ho un po’ di nostalgia per questi suoni, qui e in altri brani mi sembra di riconoscere chiaramente un Farfisa, è possibile? Quali tastiere hai utilizzato?
Avevo un organo Farfisa VIP 233, che permetteva una grande varietà di combinazioni timbriche. Adoperai anche un organo Crumar 203, un sintetizzatore ARP SOLUS,  un pianoforte mezza coda KAWAI e, ovviamente, l’Harmonium Indiano.

Nello stesso periodo Philip Glass utilizzava il Farfisa di frequente se non erro… Tu che a Glass nel 1998 hai dedicato “Circles” in cui esegui  suoi pezzi per pianoforte ed elabori nuovi arrangiamenti appositamente pensati per lo strumento, cosa ne pensi quando i tuoi primi lavori vengono accostati al “Minimalismo”?  Secondo te al tempo in Italia, c’era una reale consapevolezza condivisa dagli artisti che coscientemente o meno vi si accostavano, o si trattava semplicemente di un’etichetta?
Condivido: ero molto influenzato dai minimalisti statunitensi, soprattutto da Riley e da Glass. Direi che, sì,  ci sentivamo parte di una scuola, ovviamente ognuno con la propria personalità.

Oltre a Glass, quali sono i musicisti, o più in generale le persone che ti hanno ispirato per questo progetto e che magari continuano a farlo tuttora?
Oltre al già citato Terry Riley, in quel periodo ascoltavo un disco pubblicato dalla SHANDAR, di Vincent Le Masne  e Bertrand Porquet, si intitolava “Guitares dérive”. Mi piacevano molto anche le “Inventions for electric guitar” di Manuel Göttsching.

Oggi, come artista maturo e con un bagaglio di esperienze vasto che tocca ambiti più disparati, ascolti ancora i tuoi primi lavori? Riescono sempre a stupirti e magari a insegnarti qualcosa?
Non ascolto neanche l’ultimo disco che ho inciso. 



Arturo Stàlteri – ...e il pavone parlò alla luna (Soave, 2017)
Il primo settembre 2017 è uscita la ristampa di “...e il pavone parlò alla luna”, secondo album del pianista, compositore e conduttore radiofonico Arturo Stàlteri edito dall’etichetta italiana Soave, di cui abbiamo già parlato nelle nostre recensioni di “The Loa Of Music” di Roberto Musci e “Riflessi” di Riccardo Sinigaglia. Registrato tra il 1980 e l’81 “...e il pavone parlò alla luna” è un lavoro particolare fortemente influenzato dal viaggio in India che Stàlteri fece nel 1979, poco dopo il suo diploma in pianoforte. Diverse idee poi finite sul disco nacquero proprio nel corso di questa bellissima esperienza, come ci ha personalmente raccontato il musicista. Le sette tracce dell’album, in particolare “Raga occidentale” nei suoi diciassette minuti e sedici secondi, rivelano chiaramente l’influsso di sonorità sino a quel momento atipiche per gli orizzonti di Stàlteri. Il disco nacque come progetto assolutamente non programmato... Tornato dal viaggio, Stàlteri pensò che l’idea di lavorare a questi nuovi spunti immaginandoli in un possibile album, l’ideale conclusione di una fase inaugurata con l’esordio “Andrè sulla luna”, potesse essere molto interessante. Iniziò così la lavorazione che portò alla futura realizzazione di “...e il pavone parlò alla luna” pubblicato diversi anni dopo, nel 1987 per la LYNX Records. Quello che ascoltiamo oggi è un lavoro molto bello, dove pianoforte e organo sintetizzano spunti e influssi diversificati. Il “Minimalismo” di Glass e Riley assume tinte melodiche del tutto peculiari incrociandosi con il misticismo di Popol Vuh  e Deuter, originando qualcosa di personale e per certi versi pionieristico... Le intuizioni del bellissimo esordio “Andrè sulla luna”, qui, lasciano spazio a una nuova consapevolezza ampliando ulteriormente possibilità e palette cromatica. Si segnalano in particolare “Goa Di Fronte all’oceano”  costruita mediante continue sovrapposizioni d’organo, oppure l’originale esecuzione pianistica di “Mulini” gradualmente integrata con interventi alle tastiere. Nel panorama degli album italiani del periodo “...è il pavone parlò alla luna” occupa un posto del tutto speciale. Un disco eclettico e sorprendentemente godibile nella sua varietà, che riesce a fondere senza contrasti sonorità acustiche, elettriche ed elettroniche... Da custodire e ascoltare con attenzione.


Marco Calloni
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