Karolina Chica & Bart Pałyga - Płyta Tataraska/Tatar Album (Autoprodotto, 2017)

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Nella Podlachia, Polonia nordorientale, non lontano da Białystok, si trovano i villaggi di Kruszyniany e Bohoniki, antichi insediamenti dei tatari, popolazione di origine turco-mongola arrivata nel XV secolo, a cui furono donate delle terre dove installarsi a seguito della loro partecipazione a battaglie decisive per il Paese (1410 e 1683). Due moschee di legno e un mizar, un cimitero musulmano con lapidi settecentesche, consentono di scoprire la storia dei tatari-polacchi. Non essendo essendo rimasto alcun documento sonoro o scritto, non esiste una musica tradizionale tataro-polacca: ciò che resta sono i luoghi di culto islamici, una tradizione culinaria e la presenza nel polacco di parole di origine tatara. Privo di un canone musicale attestato, il lavoro dei polistrumentisti Karolina Chica (voce, fisarmonica, tastiere e percussioni) & Bart Pałyga (voce, dotar, morin khuur, kobyz, scacciapensieri, saz e violino di Płock: un violino ricostruito in seguito a ritrovamenti archeologici, suonato con la tecnica delle unghie alla maniera dei tartari, la cui origine sarebbe associata al villaggio di Radziwie, i cui abitanti operavano lungo il corso della Vistola ed erano chiamati tatari dagli abitanti di Płock), due degli artisti più innovativi della vivace scena folk & world polacca, non mira a ricostruire la musica dei polacchi di lontana origine turco-mongola, ma è un’operazione creativa. Tuttavia, consapevoli della responsabilità che si sono assunti nei confronti della minoranza, con i cui rappresentanti si sono confrontati in termini di attese e di ipotesi progettuali, Karolina e Bart sono partiti dall’ascolto delle musiche delle aree tatare della Crimea e del Volga, dall’utilizzo di strumenti che provengono dalle steppe dell’Asia centrale – tra l’altro già nel disco “9 languages” avevano inserito brani arrangiati per liuto dotar e viola ad arco morin khuur – e si sono avvalsi della consulenza di studiosi delle culture turche. Nondimeno, mettere insieme le musiche tatare di Crimea e quelle della Repubblica del Tatarstan non si è rivelato impresa agevole, dal momento che – spiegano i due musicisti – le prime sono più prossime alla musicalità turca e le seconde, dagli intervalli pentatonici, sono più prossime alle musiche dell’Asia centrale.
Il viaggio sulle tracce della cultura tataro-polacca ha portato Karolina non solo nei villaggi di Kruszyniany e Bohoniki, ma in altri paesini del Voivodato di Podlachia in cui in passato era rintracciabile la presenza tatara, nei musei in cui sono custoditi prodotti della cultura materiale tatara e nella stessa città di Białystok, oggi centro della cultura tatara, in cui sono organizzazioni culturali e religiose impegnate nel promuovere l’antico retaggio turco-mongolo. La coppia di musicisti lavora da anni traendo ispirazione da una regione di transiti tra mondo occidentale e orientale, ma porta con sé un più ampio spettro compositivo che va oltre la musica di tradizione popolare. Nelle note suggestive dell’iniziale “Kirfiklere”, rilettura di un tradizionale dei Tatari del Volga, il morin khuur contrappunta le note del piano, richiamando sonorità mongole. Anche “Jal kajen” proviene dalla stessa area; qui Bart interviene con il canto armonico che evoca ancora le steppe asiatiche. Si cambia registro in “Dahdan da endi bir kozu” e “Arnawutlar” originarie delle popolazioni della Crimea, che costituiscono il corpus centrale del disco. Difatti, appartengono alla stessa area culturale anche la percussiva “Bahczalarda” e “Tawga bardim”, dove scacciapensieri, fisarmonica, voce e canto armonico costruiscono una notevole tessitura di rimandi di bordoni e melodia. Con “Jaz cite” ci spostiamo nella regione del Volga, dalla stessa area proviene “Tipir Umyrzaja”, in cui Bart recita forme di divinazione e augurali tratte dal Corano. Il fatto è che nella sua ricerca Karolina si è imbattuta in documenti letterari che attestano come i tatari nel XVIII e XIX secolo usassero commentare il Corano in polacco ma con caratteri arabi. Si riascolta con piacere “Umyrzaja”, già contenuta in “9 languages”. Il brano successivo, “Ej guziel Kyrym”, una struggente canzone della Crimea dagli echi klezmer e la chitarra elettrica di Serwer Aliev, racconta della deportazione dei tatari, accusati di collaborazionismo con i nazisti in Uzbekistan, operata da Stalin nel 1944 (All’Eurovision Song Contest del 2016, Jamala, una cantante d’origine tatara, rappresentante dell’Ucraina, ha portato sul palcoscenico la vicenda della popolazione ricollocata dalla Crimea). Più prossima alla musicalità anatolica è “Ireksez jeszlehem” che sfocia nelle liriche di Gabdulla Tukaj, poeta tataro della Russia del XIX secolo. Un coro di bambini, membri del gruppo di danza Buńczuk e della più ampia comunità di discendenza tatara, intervengono in “Jestesmy, jestesmy”, un altro brano costruito sull’imitazione del ritmo degli zoccoli dei cavalli dei nomadi delle steppe, le cui liriche sono state scritte dal poeta Musa Czachorowskiatar per presentare la condizione contemporanea dei tatari. Il booklet contiene note esplicative del percorso di studio e di ricerca dei due musicisti, i testi tradotti dei canti e informazioni sulla minornza di origine tatara in Polonia. “Tatar Album” non è un esercizio intellettuale, ma una ricerca creativa che prova ad immaginare musiche perdute senza perdere contatto con la realtà culturale e un’estetica sonora di oggi. Info: karolinacicha.eu 


Ciro De Rosa
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