Quercus – Nightfall (ECM/Ducale, 2017)

Giunge al secondo capitolo, targato ECM, il sodalizio tra June Tabor, la storica, meravigliosa interprete del folk revival britannico, “the dark voiced queen of English folk music”, secondo il quotidiano britannico The Times”, sulla soglia dei settant’anni (autrice di pietre miliari folk quali “Silly Sisters”, in coppia con Maddy Prior, “Airs and Graces” e “A Cut above”), il pianista gallese Huw Warren e il sassofonista (tenore e soprano) inglese Iain Ballamy. Warren lavora con Tabor da molti anni e già in “From The Wood’s Heart” (2005) aveva portato Ballamy a collaborare con la cantante di Warwick. Non sembri strano che il trio si ritrovi insieme (il primo disco eponimo è stato pubblicato nel 2013 ed ha ricevuto unanimi consensi), giacché stiamo parlando di una delle vocalist più propense, sul piano dei repertori, ad espandersi oltre i confini del folk britannico – si pensi a dischi come “Abyssinians” o a “Some Other Time” – e di due strumentisti portabandiera del jazz più aperto ed esplorativo. “Nightfall” – il titolo deriva dal verso iniziale di “In Memoriam (Easter 1915)”, poesia di Edward Thomas – è stato registrato nel corso di un concerto (al Cooper Hall di Frome nel Somerset, prodotto da Warren e Ballamy), ma ha il suono di un album da studio. Il programma si apre con una versione trasfigurata della celebre “Auld Lang Syne”, melodia scozzese su liriche di Robert Burns, tipicamente intonata nelle feste di fine anno ma qui ricondotta al suo primigenio significato di canto di separazione, dal tratto melanconico e nostalgico, rafforzata dalla limpida serenità del piano e dal calore del sax tenore. L’interpretazione vocale della broadside ballad “Once I Loved You Dear (The Irish Girl)” aderisce ai canoni della ballata tradizionale, ma il piano di Warren asseconda liberamente la voce scura della cantante, mentre l’interplay tra piano e sax nel bridge, che intervalla le strofe della ballata, contribuisce al fascino del brano. In un altro classico motivo, “On Berrow Sands”, il racconto della nave di pescatori affondata nelle infide acque del Canale di Bristol, il canto di June è minimale e austero, con il sax tenore a richiamare il grido dei gabbiani, che nella credenza popolare personificherebbero le anime degli annegati. Lo strumentale di “Christchurch”, firmato Warren, dal pianismo lirico e leggero nel tocco, fa da perfetto preludio al trattamento emozionale dello standard jazz “You Don’t Know What Love Is”, nel quale si resta rapiti dalla capacità di June di entrare nelle canzoni, farle proprie e viverle (da magistrale folk singer e interprete di ballate popolari). Si ritorna ai materiali britannici tradizionali con un’altra superlativa interpretazione di “The Manchester Angel”: la vicenda tragica che lega un soldato giacobita (siamo nel Settecento) e la sua ragazza del Lancashire. Piano e tenore dialogano nel secondo interludio, lo strumentale “Emmeline”, scritto da Ballamy. Diventa una squisita ballad di aroma jazz la dylaniana “Don’t Think Twice It’s Alright”, mentre anche nel tradizionale “The Shepherd And His Dog” il trio garantisce il senso melodico, con il sax che agisce da seconda voce. La folk singer Rom del Dorset Caroline Hughes (1902-1971) è la fonte della versione piena di pathos di “The Cuckoo”. Il finale è per la bernsteiniana “Somewhere”, da “West Side Story”. Non è solo questione di assoluta padronanza di mezzi, per June Tabor e i due strumentisti, ma anche una faccenda di interazione chimica: “Quercus” è folk-jazz-cameristico di elevato livello. 

Ciro De Rosa
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