giovedì 13 luglio 2017

Intervista con Simone Bottasso

Quando si è giovani e si diventa consapevoli di possedere un talento da valorizzare, arriva un momento in cui bisogna spostarsi in corsia di sorpasso e cominciare ad accelerare mettendo in fila quante più esperienze possibile. E’ il caso di Simone Bottasso, organettista e compositore, già anima del Duo Bottasso con il fratello Niccolò, che abbiamo incontrato durante la serie di Seminari di Musica, Canto e Danza Popolare della rassegna sulcitana Mare e Miniere. Nel corso della nostra lunga intervista ci ha raccontato i suoi nuovi progetti musicali, il suo percorso di formazione al CODARTS di Rotterdam, e la serie di stages con Folkestra&Folkoro che si terranno dal 18 al 22 luglio a Pregelatro (To), ma soprattutto ci ha dato qualche gustosa anticipazione sul prossimo disco degli Accordion Samurai.

Partiamo dal progetto Neighbours? Come è nata questa nuova avventura?
Come lascia intendere il nome che in inglese vuol dire “vicinato”, questo progetto nasce dall’incontro con i miei vicini di casa in Olanda che sono anche loro tre musicisti, anche loro studenti del CODARTS che ha diversi dipartimenti Music Theater, Circo, Danza e Musica, quest’ultimo ha un grande sottodipartimento dedicato alla World Music dove si studia la musica indiana, il flamenco, il tango, musica brasiliana, quella afrocubana per percussionisti, la classica ottomana. In particolare questo nuovo progetto nasce dalla collaborazione con Reza Mirjalali, figlio del celebre suonatore di tar Shahram Mirjalali. 
Per caso ho scoperto che anche lui suonava questo strumento, l’oud, le percussioni persiane, oltre ad avere una splendida voce, ed è scattata la magia. Abbiamo cominciato a suonare insieme, esplorando le difficoltà di interazione tra il mio organetto e gli strumenti che suonava lui, e questo non solo per quello che riguarda lo stile musicale chiaramente diverso ma anche dal punto di vista tecnico quindi l’intonazione, i quarti di tono e come riuscire a far incontrare due tradizioni musicale lontane. Nel delicato e fragile momento storico in cui viviamo, pensiamo che solo attraverso la musica e l’arte sia possibile superare le difficoltà, i pregiudizi e le paure che i media ci offrono quotidianamente. “Neighbours” è l’incontro tra la musica dell’Occidente e quella dell’Oriente e mira a creare un vero e proprio ponte per migliorare le reazioni di “vicinato” attraverso la condivisione e il riconoscimento dei nostri valori umani e culturali. Sul sito della radio di world music Concertzender è possibile ascoltare il nostro live .

Il tuo ciclo di studi al CODARTS è appena terminato…
Ho conseguito il diploma in composizione jazz. Ho studiato nel dipartimento di composizione con un insegnante jazz, lavorando sulla musica contemporanea, un campo molto aperto in cui ognuno cerca il proprio stile indipendentemente dal nome dell’insegnamento. 
I vari progetti in campo sono interfacoltà prevedono che ad esempio i ballerini lavorino che gli studenti di musica contemporanea, poi si dedicano alla musica ottomana e quindi c’è sempre modo di potersi cimentare con cose nuove in qualsiasi tipo di contesto. Personalmente, due anni fa ho preso parte al progetto Ottoman Daylights in cui dovevamo far interagire un gruppo di musica contemporanea e uno che lavorava sulla tradizione musicale ottomana. E’ lì che ho cominciato a frequentare Reza Mirjalali!

Quanto ti ha arricchito questa esperienza in Olanda?
Mi ha arricchito tantissimo, soprattutto punto di vista didattico e pedagogico e ciò nonostante loro dicano che la scuola sia la meno organizzata dell’Olanda e questo perché Rotterdam è una città dove si lavora molto sulla sperimentazione, l’avanguardia e la ricerca. Ciò ovviamente genera problemi imprevisti ma certamente è più organizzata dei conservatori italiani. Anche a livello di incontri questa esperienza mi ha arricchito moltissimo, anche se devo dire che personalmente a Rotterdam sono considerato più un compositore che un performer, quindi ho un ruolo più creativo e di direzione. Oltre a questo ho incontrato musicisti da tutto il mondo e il fatto di abitare con un ragazzo del Nepal mi ha arricchito anche a livello personale. Scoprire che certe cose banali che per me erano scontate, lui non le conosceva. 

Ci puoi raccontare la tua collaborazione con il gruppo electro-world Voodrish?
Ho suonato con loro in un pò di concerti, sostituendo il trombettista. Si tratta di un progetto con tutti musicisti Rotterdam based e sono molto legato a loro, perché questa collaborazione mi ha ricordato molto quanto fatto con Abnoba, anche se il loro organico è un po’ diverso. Non c’è una voce ma c’è sintetizzatore, basso, batteria, tromba, sassofono, violino, viola e a volte anche violoncello ed organetto. Dopo i concerti che abbiamo fatto insieme, ho scritto della musica per loro ed hanno suonato nel mio concerto finale al CODARTS il 22 maggio, il giorno del mio compleanno. Sono stato loro ospite anche nell’Ep “Picking Up The Pieces” in un brano che ha scritto il mio coinquilino nepalese che nella band suona il synth.

Parlavi del tuo concerto finale che ha concluso il tuo ciclo di studi. Adesso puoi raccontarci com’è andata…
Il mio Graduation Concert è andato molto bene. E’ un progetto su cui ho lavorato tutto l’anno. E’ chiaro che scrivere un ora di musica in un anno può sembrare poco ma la sfida è stata un po’ organizzare in modo coerente uno spettacolo che contenesse, come da requisiti, diverse sonorità. Questo concerto è stato importante anche perché era legato alla perdita lo scorso anno di un grande amico, Mammo Inaudi il bassista degli Abnoba, e tutta la musica che ho scritto per questo concerto è stata scritta dopo la sua scomparsa. 
Infatti, il titolo del concerto era appunto “Departes” ed era ispirato dal viaggio inteso in una accezione molto ampia e consisteva in un vero e proprio itinerario musicale. In apertura ho inserito la big band e a seguire un brano del Duo Bottasso con alcuni musicisti che hanno suonato con noi al teatro di Rotterdam per violino, tromba, organetto, contrabbasso e live electronics. Spazio poi alla musica elettronica sperimentale con un brano, nato dal viaggio che io e Niccolò abbiamo fatto in Perù lo scorso anno. Nella piazza di Cuzco avevo registrato delle campane e altri suoni che mi avevano colpito e questi sono stati la base per la costruzione del brano. Abbiamo proseguito ancora con un trio per violino, organetto e pianoforte per una composizione di musica classica contemporanea, e il brano con i Voodrish ispirato ad un libro sulle persone in crisi per la scomparsa di un amico che viene considerata come l’andar via da un party. La conclusione è stata affidata ancora alla big band con una sorta di atterraggio per un brano ispirato a “Balances”, una poesia di Paul Eluard.

Insomma è stata una vera e propria tesi di laurea in musica…
Al CODARTS ogni laureando deve fare un proprio concerto per il pubblico, organizzando - tra l’altro - tutta la parte relativa alla comunicazione partendo dai flyer, poi l’amplificazione quindi il service. Cose insomma che si fanno quando poi si lavora. 

Insieme a te hanno suonato i tuoi compagni di corso?
Ho scelto i musicisti tra gli studenti ed ex studenti con cui avevo lavorato in passato e che sono venuti proprio per il mio concerto. 

Alla luce della tua esperienza di studio, ti sentiresti di consigliare questo percorso anche ad un giovane musicista?
Lo sto facendo con tutti i giovani che incontro e che sono interessati alla world music. In Italia è difficile poter compiere un percorso globale e strutturato che non consiste solo nelle lezioni di un determinato strumento ma prevede tutto un contorno di teoria così come i progetti, il vero punto di forza del CODARTS ai quali si è in qualche modo obbligati a prendere parte. In questo modo si sviluppa un apertura mentale che consente di collocarsi in qualsiasi contesto musicale.

Dal 18 al 22 luglio prenderanno il via i seminari di Folkestra&Folkoro, un’esperienza iniziata quando eravate giovanissimi e ora siete dei professionisti...
Siamo giunti quest’anno alla nona edizione e dai primi tentativi nati quasi per gioco si è trasformata una realtà ormai consolidata. All’epoca, studiavo a Torino ed avevo voglia di sperimentare con un ensemble che eseguisse musica originale ispirata alla tradizione popolare e ho dato vita a questa esperienza con alcuni allievi che non avevano la possibilità di suonare in una band ma erano interessati allo studio della musica d’insieme. Pian piano l’organico si è allargato, poi è entrato anche il coro e siamo diventati cinquanta musicisti. In questi anni abbiamo lavorato su tante cose, tra cui non solo il riarrangiamento di brani tradizionali ma anche l’improvvisazione, al sound painting e la ricerca timbrica che non è una cosa banale quando ci sono strumenti che non si sono quasi mai incontrati in una dimensione orchestrale. E’ stato necessario inventarsi un suono e riflettere su come otto organetti possano suonare insieme ad un coro femminile, o come anche superare le difficoltà tecniche dovute al fatto che ogni tipo di strumento ha un tipo diverso di background. 
Del resto chi suona l’organetto difficilmente legge la musica, chi suona il sassofono o il violino parte proprio leggendo le note e quindi è sempre necessario trovare un punto di incontro. L’idea di Folkestra Open Summer è nata perché dovevo fare questo grande progetto a scuola e volevo concentrarmi per un anno solo sullo studio, perché in quelli precedenti facevo il pendolare tra l’Italia e l’Olanda una volta alla settimana o ogni due. Quindi abbiamo deciso di affidare il lavoro semestrale a mio fratello Niccolò che già faceva parte della direzione artistica, e ad altri musicisti che già facevano parte dell’orchestra che però erano interessati alla composizione di musica contemporanea come Filippo Ansaldi e Marta Caldara, rispettivamente fiatista e percussionista. La stessa cosa è successa con il coro perché Pietro Numico che ne era il fondatore adesso lavora come direttore di un Teatro di Opera in Germania e avendo tre opere alla settimana da dirigere non riusciva più a star dietro a questi viaggi. Quindi gli è subentrato Daniele Bouchard che ha studiato con la stessa insegnante di Pietro. Ovviamente l’Orchestra sentiva anche l’esigenza di continuare a lavorare con noi e quindi abbiamo deciso di dare vita a questi seminari più ristretti di cinque giorni, con la direzione artistica storica. Si lavorerà principalmente sull’improvvisazione e sull’instant composing.

Questa è la vera novità di quest’anno…
E’ una cosa che ho imparato in Olanda in un progetto di instant composing. Abbiamo deciso di avere un tema che ruoterà intorno ad un libro molto importante che ci ispirerà nell’improvvisazione e nella codificazione di questo processo improvvisativo. 

In questo senso l’innesto della instant composing nella world music è una difficoltà in più…
Il rischio è quello di portare i ragazzi fuori dalla loro confort zone e fargli fare delle cose che non considerano belle o fattibili perché quando si lavora con musicisti non professionisti c’è una componente importante anche di gusto estetico personale. Cercheremo però di mettere tutti in condizioni di creare musica coraggiosa. L’obbiettivo non è per forza quello di creare un progetto esteticamente bello ma cercare di allargare le frontiere di ognuno facendo esperienze musicali diverse che ognuno si porterà a casa. 

Spostare più avanti il confine è un po’ un tuo marchio di fabbrica, anche con il Duo Bottasso…
Agli inizi era un po’ inconscia la cosa ma avevamo chiaro che cercavamo qualcosa di nuovo, ma per me è stato importante l’incontro con un mio insegnante di musica elettronica il quale mi ha veramente forzato ad uscire dalla mia confort zone, cosa che all’inizio mi ha creato un po’ di problemi. Emotivamente parlando quando ti spingono a fare cose che non faresti mai è sempre difficile. Nelle lezioni di composizione a Rotterdam almeno una volta devi piangere. 

Come si articoleranno i seminari di Folkestra&Folkoro?
Abbiamo sei docenti, io mi occuperò di organetto, Niccolò degli strumenti ad arco e quindi non solo violino ma anche violoncello e viola, abbiamo il corso di Big Band Band che è un incontro tra big band, banda e musica contemporanea con Filippo Ansaldi che si è recentemente diplomato all’Accademia di Santa Cecilia in composizione. Avremo il corso di vocalità e canto polifonico per coro femminile tenuto da Pietro Numico, ancora avremo ospite per la masterclass di ghironda dall’Austria, Mathias Loibner strepitoso ghirondista che abbiamo conosciuto lo scorso anno in Perù ed anche lui a noi molto vicino nell’approccio alla world music. Novità di quest’anno è anche il corso di live electronics con Simone Sims Longo che è un nostro amico di lunga data, il quale è finito in Germania a fare un master in musica elettronica dove studia nuovi modi per andare oltre la quadrifonia. Il suo corso sarà una vera e propria introduzione all’elettronica finalizzata alla ricerca di nuove sonorità per interagire con gli strumenti acustici.

Concludendo, attualmente sei impegnato anche con il nuovo episodio discografico degli Accordion Samurai…
A settembre registreremo questo nuovo disco e sarà veramente da non perdere perché c’è una nuova formazione con alcuni dei musicisti storici dei Samurai come Marrkku Lepisto, David Munelly e Riccardo Tesi ai quali mi sono aggiunto io e Kepa Junkera, insomma tutti i miei maestri. Li ascoltavo su disco imparando a memoria i loro brani, ed è bellissimo lavorare con persone che mi hanno ispirato e da cui ho imparato tutto. Ognuno ha composto per l’occasione due brani che abbiamo arrangiato insieme. Ovviamente c’è chi ha portato brani scritti dall’inizio alla fine che vanno solo studiati e ritoccati e altri brani che per loro natura sono più effimeri e si arrangeranno in prova.

Ci sarà anche il tuo brano “Il Sogno di Fellini” che ascoltammo lo scorso anno a Portoscuso?
Si certo! Quel brano è nato perché un mio insegnante mi ha rimproverato perché non conoscevo la filmografia di Fellini e per una settimana mi sono immerso nei suoi film. Così ho cominciato a scrivere musica ispirata a quello.



Salvatore Esposito

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