Ad Alessandria, il 12 maggio torna lo storico festival Ben Vena Magg

Il prossimo 12 maggio andrà in scena ad Alessandria, Ben Vena Magg, rassegna tra le più importanti dedicate alla musica folk in Piemonte, giunto quest’anno alla sua ventisettesima edizione. A presentare il corposo cartellone, che si snoda tra stage di danze, incontri culturali e un ricco programma di concerti serali, è Enzo Conti, fondatore dei Tre Martelli, già ideatore ed organizzatore di numerose rassegne ed oggi consulente artistico del festival. 

Raccontaci che cosa è Ben Vena Magg, quando è nato, e perché avevate deciso all’epoca di mettere in piedi un festival di musica folk ad Alessandria?
Dobbiamo risalire indietro di più di 27 anni, perché anche se questa è la 27° edizione, è iniziato molto prima, avendo avuto alcune interruzioni nel corso degli anni. Nasce con l’intento di portare ad Alessandria, all’epoca un po’ dimenticata dal circuito del folk revival, nonostante in questa provincia siano nate realtà importanti del folk (dai Tre Martelli alla Ciapa Rusa). L’idea di fondo era quella di presentare un festival non solo di musica, ma anche incontri, dibattiti, mostre. Tutto ciò che riguardava la musica popolare piemontese e tutto ciò che vi è collegato. Ben Vena Magg è un canto rituale che veniva fatto il primo giorno di maggio, quasi una festa pagana pre-cristiana che ha origini antichissime, ovviamente slegata dal Primo maggio come festa dei lavoratori. 
Il festival si è sempre svolto nella prima metà del mese, e da due anni viene organizzato in collaborazione con il Laboratorio Sociale di Alessandria. Grazie a loro è stato possibile riprendere questa manifestazione, dopo che per alcuni anni era stata interrotta per mancanza di fondi.

Quindi non solo musica ma anche incontri e dibattiti. Raccontaci come si svolgerà questa prima parte della giornata?
Si parte alle 17.00. Dalle 17,00 alle 18,30 nell’area cortile ci sarà uno stage di danze rare del Piemonte curato in particolare da me. Da un paio di anni lo stiamo portando in giro con i Tre Martelli sia in Italia che all’Estero. E’ una cosa un po’ particolare, perché si insegnano alcune delle danze popolari meno conosciute, quasi dimenticate, nell’ambito del folk revival. Noi abbiamo voluto riproporre queste danze dimenticate e che nessuno rifaceva. Sono molto interessanti, e riflettono una cultura che oramai si era quasi persa. Alle 18,30 invece nella Sala libreria ci sarà un incontro dibattito curato da Mimma Caldirola dedicato alla Resistenza nei canti popolari, non solo piemontesi in questo caso, che riguarderà il periodo della Seconda guerra mondiale.

Dopo la pausa gastronomica, alle 22,00 inizieranno i concerti, e qui avete fatto due scelte particolari, una squisitamente folk, e l’altra che parte dal folk ma si contamina con la musica elettronica ed il dub.
Si, saranno due momenti molto diversi. Si inizia con il duo Aymonod - Dall'Ara, un duo di ragazzi molto bravi (Paolo Dall’Ara fa anche parte dei Tre Martelli), che propone un bal folk molto energico e pimpante, ma assolutamente acustico. A loro seguirà un connubio molto particolare, tra Sergio Berardo dei Lou Dalfin e Madaski degli Africa Unite, con il loro progetto Gran Bal Dub, un progetto folk elettronico dance e quasi dub, rivolto soprattutto al pubblico più giovane.

Quindi, sia come musicista e ricercatore che come consulente artistico del festival, queste commistioni tra la musica folk e quella contemporanea non ti dispiacciono?
Come musicista non le ho mai affrontate, non è il mio campo. Però nell’ambito della mia esperienza come musicista, ricercatore, e anche semplicemente appassionato di musica, ne ho viste già di tutti i tipi. Non sono “novità”, lo sono forse per l’Italia, ma non in senso internazionale. Molte volte i risultati sono estremamente piacevoli, però spesso non hanno una continuazione storica, sono legate al momento, riflettono quello che è la musica moderna in quel momento. 
Per me rimane il ricordo di grandi esperimenti del genere legati al folk rock inglese e bretone, musicisti che hanno ripreso la musica folk tradizionale e l’hanno reimpostata secondo il gusto della musica del momento. Io sono un vecchio rocchettaro, e allora queste contaminazioni mi erano piaciute tantissimo, permettendomi comunque di continuare ad ascoltare anche la musica tradizionale più genuina. Ben vengano queste contaminazioni. Sono sicuro che tra qualche anno ci saranno altre sperimentazioni, sempre collegate alla musica tradizionale.

Infondo è anche questo un modo per diffondere la musica folk a chi magari non la ascolterebbe?
Esatto, è un viatico per poi andare a riscoprire musiche più vicine alla tradizione. E allora, ben vengano le contaminazioni, e Ben vena magg.

Giorgio Zito
in collaborazione con Radio Gold

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