Black String – Mask Dance (ACT, 2016)

Black String: esplorazioni coreane, tra tradizione e contemporaneità 

Il successo della performance del gruppo coreano al recente Babel Med di Marsiglia aiuta a capire come, smarrita la carica propulsiva delle proposte musicali di quelle aree storiche di riferimento del movimento world music (Africa Nera, Maghreb, Caraibi, Est Europa), i progetti più interessanti e originali degli ultimi anni vengano da aree musicalmente finora poco esplorate, vedi l’Estonia della bravissima Maarja Nuut, la raffinata patchanka creola dei Saodaj, dell’arcipelago della Réunion, e appunto Black String, incredibile quartetto proveniente dalla Corea del Sud, che mescola suoni avant-garde, improvvisazione, distorsioni, elettronica e ritmi asimmetrici con i suoni degli strumenti tradizionali come il geomungo (pronuncia go-moon-goh), un cordofono a pizzico e a percussione, sorta di zither a cinque corde che usa una tecnica simile al meendi nel  sitar, i flauti daegeum e i tamburi janggu, assemblati in una sorta di batteria. In cinque anni di attività il gruppo ha suonato in alcune delle vetrine più importanti in Europa dal London Jazz Festival al Womex 2016 di Budapest e, appunto, nella fiera-festival di Marsiglia, dove la loro performance è stata seguitissima ed acclamata. 
E i Black String non sono i soli alfieri asiatici, visto che il panorama neo-trad sud coreano, supportato internazionalmente dalle istituzioni centrali, annovera altri ensemble interessanti come Geomungo Factory e Jambinai.  Abbiamo incontrato Yoon Jeong Heo, brava leader della band Black String, nella sala stampa del Babel Med, in un’ affollata conferenza stampa che ha dimostrato l’interesse dei media per questa interessante band, che da lì a poche ora regalerà nella Sala Cabaret de “Le Dock Des Suds” una torrida e partecipata performance.

Parliamo del tuo strumento il geomungo, quando hai iniziato a suonarlo e che origine ha?
Lo strumento è molto antico, si trovano testimonianze iconografiche della sua esistenza che risalgono ad oltre un millennio fa. Ha cinque corde che vengono pizzicate con un bastoncino di legno. Ho iniziato ha suonarlo che avevo cinque anni, quasi ormai trent’anni fa, così potete anche indovinare quanti anni ho... purtroppo non esiste una versione ridotta per bambini e ho dovuto iniziare con lo strumento grande. La sua pronuncia corretta è 
go-mung-ho. 

La trasmissione di repertorio e tecnica è ancora di tipo “orale”? Come hai imparato?
In un mondo in cui si inventano continuamente nuove musiche, nuovi suoni e nuove tecniche esecutive, il mio strumento testardamente continua a resistere nella sua forma arcaica. Il mio stile è tutto sommato tradizionale, la novità sta nel combinarlo con altri strumenti moderni.  La trasmissione è dipendente dal tipo di repertorio: c’è una musica di corte, aristocratica, formale che è in buona parte scritta, quella folk, con i suoi ritmi e le sue scale, ha una parte improvvisativa forte.

L’ascolto del vostro album è stato davvero stimolante: quanto di quello che ascoltiamo sul disco è dal vivo è tradizione e quanto è materiale interamente composto da voi?
La base è interamente tradizionale, utilizziamo melodie, testi, storie che sono parte della tradizione, ma la rielaborazione è una parte importante del nostro lavoro. Il pubblico in Corea all’inizio era scioccato dal nostro approccio, anche se credo che la nostra ispirazione tradizionale sia ben riconoscibile, poi ha prevalso un sentimento di curiosità: mischiare strumenti tradizionali, chitarre distorte, effetti elettronici era qualcosa di nuovo nel nostro paese, che peraltro ha un’importante vocazione tecnologica. La nostra ispirazione sono tutti i musicisti (ma anche gente di teatro, scrittori) con cui abbiamo incrociato il nostro cammino.

Com’è la gioventù coreana di oggi?
Penso non sia diversa da quella degli altri paesi del mondo, come ti ho già detto, il paese ha puntato molto sulla tecnologia e questo ci ha reso aperti agli stimoli che provengono dall’Europa o dall’America. La gente ascolta musica proveniente da tutta il mondo, e i giovani sono molto veloci nell’assimilare gli stimoli e rielabolarli, inclusa ovviamente la musica. 
La nostra musica tradizionale è molto supportata dalle istituzioni, e questo mix di ascolti e differenti input non può che essere un bene. Personalmente siamo continuamente influenzati da certo jazz contemporaneo e da musiche provenienti da altri paesi. Nel ventunesimo secolo non consideriamo la musica europea come qualcosa di esotico.

Il nome “Black String” da cosa deriva?
Nella cultura orientale il nero non è solo un colore, ma allude a qualcosa di misterioso e occulto. Black String è la traduzione del nome del Geomungo, il mio strumento. La spiegazione ha a che fare con la filosofia, la mistica e con la nascita del Cosmo. Il nero è qualcosa che ha a che fare con il mistero della creazione.

Cosa ha in comune la musica coreana con la musica degli altri paesi dell’estremo oriente e del Sud Est Asiatico?
La storia dei diversi paesi, la filosofia, la musica sono ben differenti. Noi orientali abbiamo una sorta di “sentire comune” che in qualche maniera ci accomuna, ma le nostre culture sono differenti. Anche gli strumenti sono simili, ad esempio i tamburi giapponesi koto sono imparentati con i nostri, ma le tecniche di esecuzione sono totalmente diverse.



Black String – Mask Dance (ACT, 2016)
#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

La magia live del gruppo di Seoul, rimane intatta nella loro prima prova in studio “Mask Dance”, distribuita in Europa dalla tedesca Act (etichetta che gravita nell’ambita del jazz e delle sue contaminazioni). Sette composizioni tutte piuttosto lunghe, per lo più attribuibili alla leader e suonatrice di geomungo Yoon Jeong Heo, con l’eccezione del tradizionale “Song from Heaven” (nell’edizione europea del CD, i titoli sono in inglese) e del brano “Floating, Flowing” del compagno di etichetta Esbjorn Svensson. Tutte le composizioni sono delle vere e proprie suite dove la fusione fra tradizionale e moderno, fra acustico, elettrico ed elettronico è sempre in perfetto equilibrio e dove le parti cantate, affidate al percussionista Min Hwang, rendono ancora più accattivante il mélange di sensazioni. I paradigmi delle diverse anime del suono Black String sono identificabili nella title track, una cavalcata sonora dove geomungo e  percussioni  forniscono un intricatissima trama ritmica, e la chitarra del bravissimo Jean Ho, giovane musicista di prestigiose frequentazioni e studi newyorkesi, è libera di spaziare fra suoni a volte lancinanti a volte liquidi, e dove i vocalizzi della bellissima voce di Hwang regalano spazialità ad un suono diversamente costretto in ritmiche serrate, e in “Growth Ring” dove sono i flauti di bamboo a condurre il tema e a fornire le parti improvvisate, con il versatile geomungo sempre presente a fornire contrappunti melodici e ritmici. Una prima prova matura e convincente per il quartetto coreano che a luglio si esibirà in una lunga tournée che toccherà diversi Stati.


Gianluca Dessì
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