mercoledì 1 marzo 2017

Eliza Carthy & The Wayward Band – Big Machine (Topic, 2017)

Da quasi vent’anni Eliza Carthy espande le possibilità sonore del folk inglese, accostandole al trip-hop, al drum ‘n’ bass, al rock, al funky, persino al jazz. La linea di demarcazione fu il doppio CD “Red/Rice”, il primo acustico e l’altro più bizzarro che, pur costituito da brani in gran parte di origine tradizionale, faceva presagire che il termine stesso ‘folk’ era diventato troppo stretto per l'attività della violinista/cantante britannica, figlia di due veri monumenti della musica inglese come Martin Carthy e Norma Waterson. Per il nuovo “Big Machine” Eliza si serve di un collettivo di ben dodici musicisti, per buona parte provenienti dalla nuova scena inglese (da Sam Sweeney dei Bellowhead a David Delarre dei Mawkin) per un sound che ha in una corposa sezione fiati la sua caratteristica principale (Bellowhead docet...). La band è stata assemblata qualche anno fa per promuovere la compilation “Wayward Child” e il libro omonimo che celebravano i primi vent’anni di carriera della Carthy, che, ricordiamo, ha appena compiuto quarant'anni. Il nuovo disco (che ha anche una versione deluxe con otto titoli in più che nulla aggiungono alla bellezza del disco nella sua versione primaria) comprende un brano di Eliza, “You Know Me”, che vede la presenza del rapper MC Dizraeli, uno di Rory McLeod e una sontuosa rielaborazione del classico di Ewan MacColl “The Fitter's Song”, un cui verso fornisce il titolo all'album. Il resto del materiale è di origine tradizionale, sempre rielaborato con un approccio che tende a privilegiare il suono della band, con cori e fiati sempre in evidenza; e se i Bellowhead sembrano ancora il riferimento sonoro, è bene ricordare che il nucleo fondatore di questa band ormai disciolta, ovvero Jon Boden e John Spiers, hanno militato per anni proprio nel gruppo di Eliza Carthy. Una “grande macchina” a tutto regime: mai titolo fu più azzeccato per descrivere la potenza del suono, degli arrangiamenti e dei brani stessi. “Big Machine” è un disco da avere assolutamente, di quei dischi che fra qualche decennio sarà considerato una delle migliori prove della musica inglese di derivazione tradizionale di questo periodo. Nelle undici tracce non ce n’è una che possa definirsi riempitiva o minore o meno riuscita. Un disco che, forse al pari di “Anglicana” del 2002, diversissimo come sound e approccio, è da considerarsi il migliore dell'artista di Scarborough. Fra i brani, oltre alla bellissima resa di “Fitter's Song”, decisamente riuscite sono l’iniziale “Fade and Fall (Love Not)”, “Mrs. Dyer, the Baby Farmer” con l’introduzione affidata a un notevole solo di violino, la potentissima “Devil in the Woman”, il singolo “The Sea”, che ha anticipato l'uscita dell'album, lo strumentale “Love Lane” e la ballata “I Wish the Wars Were all Over”, che vede la partecipazione della popstar irlandese Damien Dempsey.  


Gianluca Dessì

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