Ettore Castagna, Del sangue e del vino, Rubbettino 2016, pp.218, Euro 14,00

Agli appassionati di musica Ettore Castagna è noto come musicista di gruppi quali Re Niliu, Antiche Ferrovie Calabro Lucane, Nistanimera; come direttore di festival; come antropologo, docente, ed autore di testi dedicati alle Calabrie, che comprendono “Sangue e onore in digitale, Rappresentazione e autorappresentazione della ‘ndrangheta” (2010) e “U Sonu. La danza sull’Aspromonte Greco” (2007). “Del sangue e del vino” è il suo primo romanzo, immediato e meditato al tempo stesso, di quelli che si fanno leggere tutti d’un fiato. I titoli dei tredici capitoli sembrano raccontare di greci delle Calabrie ed, in particolare, dell’Aspromonte, attingendo ad una polifonia di termini linguistici e di versi volentieri offerti anche in greco. Ma prima e più delle persone, la scrittura di Ettore Castagna tratteggia e fa emergere un territorio. Comincia con il vento, le onde e un “bosco negro” affacciato sullo Jonio. E rimane lì, a disegnare un piccolo fazzoletto di terra aspromontana che potrebbe corrispondere al fiume Amendolea, qui identificato come Leucopotamo, in omaggio alle pietre chiare del suo letto, ai monti, boschi e terre che lo circondano, ai pascoli e ai campi coltivati intorno ai paesi sempre in precario equilibrio su monti che non risparmiano frane e terremoti. Il Seicento volge al termine quando la marina a valle del fiume vede giungere, complice una nave di mercanti veneziani, Dimitri e Agati, sposi e profughi cretesi. E questo è un secondo registro che offre Castagna: l’intima identità di “richiedenti asilo” che caratterizza in tempi e modalità diverse tutte le popolazioni umane. Un registro identitario che qui si nutre della passione dell’autore per le zone ellenofone calabresi e per i loro luoghi più remoti, come il paese, oggi semideserto, di Roghudi, ribattezzato per l’occasione Selenu. Nel corpo a corpo fra antichi greci di Calabria e greci appena scacciati dai musulmani il lettore attento ai fenomeni musicali ritrova quasi quarant’anni di studi etnomusicologici dedicati da Ettore Castagna alla lira (e ben documentati nel cd e libretto “La lira in Calabria”). A pagina 28 Castagna sembra avanzare un’ipotesi sulla presenza della lira in Calabria: quando Dimitri non porta con sé la lira, ma, abile artigiano, la costruisce con le sue mani intagliando un ceppo di gelso nero ben stagionato, “a forma di pera, con in cima una lancetta triangolare, scavata da un unico pezzo di legno, tre corde di budello e un archetto di crini di cavallo (…) Suonava le canzoni della sua infanzia, ma non fece fatica a imparare quelle della nuova patria”. Uno strumento simile, da quelle parti non si era mai sentito. Con uno strumento simile Dimitri “esplora” il contesto sociale, chiamato a suonare e cantare in numerose occasioni di festa, così come quello naturale, affezionato ai suoni dell’acqua che scorre sulle pietre del fiume e ad una caverna corta e alta, quasi quadrata, dove il suono rimbalza “perfetto, si sprigiona dalla roccia”. Sarà in questa grotta, in cui si sentono cantare le rocce, che Caterina, tessitrice e guaritrice, figlia di Agati e Dimitri, crescerà da sola il figlio Antonino, destinato come il nonno a fare il pastore, insieme a pastori che sanno guidare i carri cantando, offrendo “risposta da un carro all’altro”. Il libro è punteggiato dagli innumerevoli profili delle terre e dei canti aspromontani. Ma prende forma attorno a quattro assi: innanzitutto la tensione fra duro lavoro - di contadini e pastori che curano terre e mandrie – e potere – che rimanda al barone, proprietario delle terre, protetto dal suo castello sulla costa, e a don Monorchio, il parroco che mette al primo posto il suo interesse personale e che vede nella locale lingua greca una minaccia nei confronti del sacro latino. Un terzo elemento è la mediazione fra lavoro e potere, quella in capo al massaro Ciccu Romeo, uomo del barone: duro, generoso, abile, ma non abbastanza da evitare spirali di ingiustizia e vendetta. Spirali che spingono il lettore a leggere con attenzione l’asse portante, il quarto: la capacità, che solo poche donne hanno, di “leggere” mondo naturale e sociale in chiave di nessi e legami trasformativi, quelli che Zi Mela, maestra di telaio e magaria trasmette a Caterina e quelli che, a sua volta, Caterina condivide col figlio Nino e che, con una riuscita scelta diacronica, vengono seminati in corsivo lungo tutta la narrazione, suscitando la curiosità nei confronti di questo legame materno ben prima che la storia ne chiarisca la natura. Suscitando domande: “Te lo figuri se sulla luna la zampogna c’è per davvero? Chi lo sa come suona in quel silenzio…”

Alessio Surian
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