mercoledì 22 febbraio 2017

A ‘Na Cosetta la seconda edizione del "Festival Popolare italiano - Canti e corde, mantici e ottoni”. Intervista con Stefano Saletti

Dal 1 marzo al 31 maggio 2017 riparte il Festival Popolare italiano, ideato dal compositore e musicista Stefano Saletti. La prima edizione si svolse due anni fa al Baobab, più noto alle cronache nazionali per le vicende sui migranti e la sua forzata chiusura dopo gli attentati del 13 novembre in Francia. Il Baobab era infatti un centro di accoglienza per migranti, ma nel tempo si era trasformato in un polo di scambio interculturale. In particolare vi si faceva musica e la stagione del Festival è stata proficua e interessante e ha fatto nascere progetti, sinergie, amicizie, idee. Chiusa questa esperienza Saletti non ha rinunciato ad andare avanti per creare di nuovo quella rete intorno alla musica popolare. La seconda edizione si svolgerà a ‘Na Cosetta, locale romano del Pigneto - uno dei quartieri protagonisti della movida capitolina -  che negli ultimi tempi si è distinto nel proporre musica di qualità in una città che scarseggia di luoghi e alternative. Sette sono i concerti di musica etnofolk previsti in tre mesi: si parte con i Têtes de bois (“Extra”); il 26 marzo è la volta dei Vesevo ("Il suono del Vesuvio"); il 6 aprile Lamorivostri ("Rosabella e altre storie"); il 23 aprile gli Agricantus  (“Quartetto in viaggio”); il 27 aprile tocca a La Banda della ricetta ("Cibo, amore, musica”) e  il 10 maggio a Giovanni Seneca ed Ecanes (“Corde e canti tra le due sponde”). Chiude Cafè Loti: Citarella/Saletti/Tadayon (“Incontri nei caffè del Mediterraneo”).

La seconda edizione è sempre in collaborazione col mondo del Baobab?
No, perché il mondo del Baobab non esiste più. Il “Baobab Experience” lavora sull’aspetto dell’emergenza migranti, più che su quello dell’accoglienza; abbiamo perso perciò un po’ i contatti. Il bello del Baobab era la sua natura di centro culturale – gestito da eritrei – dove si faceva musica, spettacolo e arte: mi piaceva il fatto che lì il “problema” migranti si trasformasse in risorsa; era un luogo di aggregazione tra stranieri e italiani. Con la grande emergenza del 2015 è tornato centro di prima accoglienza; il Comune non ha dato risposte ma i cittadini hanno aiutato, portando coperte, viveri, giocattoli, medicine. Poi a dicembre uno dei primi atti del Commissario Tronca fu chiudere il Baobab. 
C’era anche una questione legata alla proprietà: non conosco i dettagli. Qualche mese fa l’hanno addirittura bruciato, forse perché qualcuno ci tornava comunque a dormire. Morale: lo spirito di quella bella esperienza si è un po’ perduto. L’anno scorso abbiamo cercato, con Daniel del Baobab, una soluzione per fare il Festival altrove, ma non siamo riusciti. Lui poi è andato via dall’Italia.  

Quindi da solo hai trovato ‘Na Cosetta, un locale che fa musica dal vivo e che spinge forte. Come lo hai scelto? 
Non avrei mai pensato di fare la seconda edizione in un posto così ma mi piacciono molto le persone che lo gestiscono. Hanno lo spirito giusto: non usano la musica dal vivo per vendere birra e cibo, come succede in tanti altri posti. Anche qui si mangia e si beve, ma la musica viene rispettata: questa è la differenza. In questo locale si fa soprattutto musica indie e canzone d’autore e c’è molto rispetto per i musicisti. Ci sono due spazi: uno in cui si ascolta e un altro dove appunto si può bere, mangiare e chiacchierare. Questa doppia situazione permette all’artista di esibirsi attirando l’attenzione del pubblico. Non sopporto andare nei locali dove si suona e tutti parlano e chiacchierano. Se vuoi un sottofondo perché non metti semplicemente un disco? Costa pure meno. Ecco, a ‘Na Cosetta questo non accade e le persone vanno proprio per la musica. Mi pareva quindi adatto per il Festival. È piccolo ma arriva anche a contenere 60, 70 persone, che poi era il taglio del Baobab; qui poi l’ingresso è gratuito. Non è un locale di musica popolare, ma l’anno scorso ci siamo stati con Banda Ikona e poi ha un calendario davvero interessante e vi si suona sette giorni su sette, cosa molto rara a Roma. 

Il Festival prevede sette concerti. Ma a differenza del Baobab non si terranno lo stesso giorno della settimana.
No, infatti: il giorno varia tra mercoledì, giovedì e domenica. Partiamo con questi sette appuntamenti, poi se tutto andrà bene magari andremo avanti in autunno: in fondo è un esperimento, perché portiamo musica popolare in un locale che ha un pubblico abituato a un’altra programmazione. 

Parliamo allora della scelta artistica, anche perché si parte con i Têtes de Bois, che sono un gruppo che fa essenzialmente musica d’autore. 
Mi sono dato due regole: la prima è non proporre, almeno in questa seconda edizione, nessuno che avesse già suonato nella prima; la seconda è ricomprendere nel concetto di cultura e musica popolari tutto quello che attinge alle tradizioni, ai territori, ad esperienze italiane e mediterranee. Secondo me i Têtes de Bois, nel loro lavoro su Ferré, su altri artisti e nelle loro composizioni rientrano fortemente in questo percorso.  La Canzone d’Autore è sempre stata popolare. Ma in genere anche la musica leggera italiana. Oggi abbiamo invece una cesura; pensa all’ultimo Sanremo: la cosa peggiore è stata proprio la totale assenza di riferimenti alla nostra tradizione popolare. In passato c’è sempre stata: trovavi sempre l’artista che faceva un arrangiamento di un certo tipo o utilizzava uno strumento particolare. Ormai è solamentepop industriale. Comunque, per tornare ai Têtes, le loro radici nella canzone popolare sono evidenti. Sono una linea di confine e ci stanno benissimo dentro. 

E invece i Vesevo?
Loro sono la quintessenza della musica popolare; la loro è tammurriata pura, sono espressione di quel mondo che mi piace. A Babel Med ho conosciuto il loro produttore, Davide Mastropaolo, un ragazzo che si sta dando tanto da fare per promuovere la musica italiana all’estero. In quell’occasione mi ha dato questo loro disco molto bello. Mi aveva colpito la forza di questa loro tradizione campana, che parte dalla Nuova Compagnia di Canto popolare, per capirci. 

Che mi dici de Lamorivostri?
Questo è un progetto che esiste da un paio d’anni e volevo proporlo già nella prima edizione. La loro è una bella commistione di musica popolare e poi sono tre musiciste straordinarie. Una band al femminile: ne stanno nascendo tante. Anche La Banda della Ricetta è un gruppo di donne. Mi piace questa svolta femminile, perché per molti anni la musica popolare è stata prevalentemente declinata al maschile. Alle donne sembrava destinato solo il canto. Le cose stanno cambiando e mi piaceva metterlo in evidenza. 

Una specie di quota rosa?
No, no, io odio le quote rosa, anche se capisco che possano servire politicamente. È però un fatto che per ragioni storiche le donne siano state spesso messe da parte come musiciste. Le cose stanno cambiando con questa nuova generazione. In qualche modo c’è un legame tra i due concerti. La Banda della Ricetta fa poi una cosa carina, che non so ancora se riusciremo a realizzarea ‘Na Cosetta: loro preparano dei piatti mentre suonano. Il legame tra musica e cibo mi interessa particolarmente e da qualche anno lo seguo personalmente, perché in Calabria, a Capo Vaticano,  faccio “Food and Sound” con Barbara Eramo. Di giorno si insegnano brani della tradizione greca, turca, spagnola, portoghese, araba e di sera si mangia a tema. È un progetto che ha grande successo. 

E gli Agricantus? 
Loro sono l’unica eccezione alla regola numero uno che ti dicevo prima. Hanno partecipato alla prima edizione, però hanno una nuova cantante e volevano sperimentare questo nuovo progetto. Ho pensato fosse giusto aprire questa finestra. 

Poi ci sarà Giovanni Seneca.
Giovanni Seneca è un chitarrista molto bravo: suona chitarra classica, chitarra flamenca,  chitarra battente e ha questo progetto con la cantante Anissa Gouizi. Era tanto che volevo farlo suonare a Roma e farlo conoscere. 

La chiusura è dedicata al tuo Cafè Loti
Sì, ho pensato di chiudere così. ‘Na Cosetta mi ha chiesto di far qualcosa anche io; ho pensato allora a questo trio che abbiamo messo su con Nando Citarella e Pejman Tadayon: è l’incontro tra la cultura partenopea, il mio discorso sul Mediterraneo e la Persia di Pejman. 

Quasi un’epopea omerica.
È vero: un po’ è così (ride) . E poi facciamo brani antichi, suoniamo cose sefardite, usiamo il Farsi persiano. È un viaggio nel tempo e nello spazio. 

In conclusione devo chiederti perché hai scelto di fare questa seconda edizione. 
Non certo per ragioni economiche. Lo faccio perché a Roma non c’è uno spazio dedicato alla musica popolare. Una volta c’era la Palma ma ora non più. Solo l’Auditorium fa ogni tanto delle cose, oppure il Teatro Vascello ultimamente. Ma niente di più. Invece a me proprio interessava ricreare quella comunità che era nata al Baobab, che si incontrava il venerdì sera, cenava, ascoltava musica, parlava, scambiava idee, faceva nascere nuovi progetti. Questa idea di condivisione mi pare importante. Vorrei provare a ricreare unità intorno alla passione per la musica popolare, di cui si parla sempre meno. Non è più di moda. Ma la musica popolare non è una moda: è un patrimonio. Per non perdere il filo della memoria, della tradizione, per non dimenticare da dove veniamo credo sia necessario tener fermo un punto, proprio con rassegne come queste, senza arrendersi al Pop più becero. La musica popolare esiste e gode di ottima salute. Penso a tutti quelli che hanno grandi riscontri all’estero come Lucilla Galeazzi, Riccardo Tesi, anche come la nostra Banda Ikona. Eppure in Italia non se ne parla. Per fortuna esistono realtà come Blogfoolk che ci danno spazio… ma d’altronde già il vostro nome è una missione, no?  

Elisabetta Malantrucco

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