Foja – ‘O Treno Che Va (FullHeads/Audioglobe, 2016)

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Nati nel 2006 ed attualmente formati da Dario Sansone (voce e chitarra), Ennio Frongillo (chitarra elettrica), Giuliano Falcone (basso elettrico), Luigi Scialdone (chitarre, mandolini, ukulele e banjo) e Giovanni Schiattarella (batteria), i Foja nell’arco di un decennio di attività artistica si sono segnalati come una delle formazioni di punta della nuova scena musicale napoletana, mettendo in fila due album, un Ep, e un disco di inediti, nonché numerosi concerti in tutta Italia e un lungo tour seguito alla pubblicazione del secondo disco “Dimane Torna ‘O Sole”. A tre anni di distanza da quest’ultimo, la band napoletana torna con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea. Abbiamo intervistato il frontman del gruppo, Dario Sansone per approfondire insieme a lui la genesi e i temi di questo nuovo album.

Come nasce “’O treno che va”?
E’ un disco figlio di tanti chilometri, tanti concerti, e tanto lavoro perché non ci siamo mai fermati dal tour di “Dimane Torna ‘o sole”, tant’è che a settembre eravamo ancora in tour. Proprio per questo mi piace sottolineare come la genesi di questo disco, in sé, già conteneva il tema centrale del viaggio. Lavoriamo da due anni a questo disco, ma l’abbiamo registrato in due mesi. Nel tempo abbiamo raccolto e messo da parte le varie canzoni che poi si sono rimodulate nel tempo, hanno trovato la forma che noi desideravamo, perché in un certo senso è stato il disco stesso a spingere per essere pubblicato. Sono state le canzoni ad avere l’esigenza di mettersi in fila come vagoni a comporre questo treno. 
Questo disco è stato per noi un bel lavoro perché ci siamo divertiti molto anche a livello sonoro, abbiamo scoperto tante cose, abbiamo aggiunto tanti colori differenti e provato ad inserire tutta la musica che ci rappresenta, che ci portiamo dentro e che ci appartiene partendo dagli anni Sessanta ad oggi, dal rock al folk fino al blues. Il tutto rimanendo sempre Foja e conservando la forma canzone, le melodie e le armonie che appartengono alla nostra tradizione. E’ un disco nato bene perché ha avuto la sua cura, ha avuto il suo lavoro e di questo non possiamo che essere felici. Abbiamo fatto un disco con la massima sincerità e quella cura che un nuovo lavoro deve avere. 

Questo nuovo album è il primo che vi vede curare direttamente la produzione artistica.
Il disco precedente era prodotto con Dario “Gnut” Domestico, mentre in questo caso abbiamo fatto tutto in casa con il supporto di Daniele Chessa, il nostro fonico che poi è sesto elemento del gruppo. Abbiamo arrangiato tutti brani insieme, è stato un lavoro sostanzialmente della band e con la band. La fase finale in studio l’abbiamo curata io, Luigi Scialdone e appunto Daniele. Credo che questa sia stata una scelta nata dal fatto che avevamo esigenza di sentirci a casa, pur viaggiando molto. Infatti il disco è stato registrato a Napoli, mixato in Calabria e masterizzato a Forlì, quindi ha fatto nord, sud… E’ un disco in movimento e noi stessi attendiamo febbraio per salire sui vagoni del treno per andare in tour.

Uno degli elementi caratterizzati del sound del disco sono le corde di Luigi Scialdone…
Gigi è diventato parte integrante del nostro sound dal tour del secondo disco, e il suo modo di suonare il mandolino è diventato molto rappresentativo per noi. Tra l’altro siamo stati anche all’Accademia del Mandolino, dove si fa un utilizzo classico di questo strumento, per rappresentare una nuova lettura del classico. Era indispensabile per noi inserire le sue corde in questo disco perché Gigi è un musicista eccezionale.

Come si è evoluto il suono dei Foja in questi anni?
Credo che sia il cammino di tutte le band che fanno una ricerca continua dei suoni che li rappresentano e che siano coerenti rispetto a quello che propongono. Ogni sforzo artistico si è mosso in questo senso, ed oggi credo di poter dire che abbiamo un suono riconoscibile. Questa si può chiamare evoluzione. Per noi è consistito nel togliere tutto quello che non apparteneva alla nostra musica, è un lavoro che si fa con il tempo, sulla scrittura e sulla composizione. Io personalmente l’ho fatto eliminando tutte quelle sovrastrutture che creano una barriera con il pubblico. E’ lavoro quasi di autoanalisi nel cercare sé stessi, cercando in parallelo di rappresentare gli altri.

Siete stati e siete parte della ciurma di Capitan Capitone. Quanto vi ha arricchito questa esperienza?
Chi ci conosce sa bene che abbiamo sempre condiviso sia i concerti sia ogni nostro disco con altri artisti. La cosa bella è stata che Daniele Sepe è riuscito ad integrare anche il nostro pensiero nei suoi lavori. Tutto è nato in una maniera molto spontanea, ieri sera siamo stati a casa sua. Sicuramente è stato qualcosa di eccezionale perché un musicista del suo calibro ha avuto l’intelligenza e la voglia di confrontarsi con le nuove generazioni ha dato vita ad un’esperienza impagabile. Tutto questo ci ha permesso di scambiarci esperienze, ci ha fatto crescere e anche l’apporto che ha dato al nostro disco è stato importantissimo. I fiati che ha scritto sono di una qualità eccelsa e rispecchiano perfettamente quello che abbiamo chiesto e che volevamo. 
Far parte di questa ciurma era una cosa che aspettavamo da tempo, in un momento in cui bisogna rappresentare che c’è una nuova scena, dove ci sono musicisti che non si fanno le scarpe ma vogliono creare collaborazioni sincere e senza avvelenare la musica.

Oltre a Daniele Sepe, al disco hanno collaborato anche Edoardo Bennato e Ghigo Renzulli dei Litfiba…
Nel caso di Ghigo la collaborazione è nata ad un concerto dei Litfiba, dove abbiamo avuto modo di parlargli e fargli ascoltare questo brano, nel quale ha apprezzato molto il mandolino di Gigi di cui si è innamorato. Da questo è nato poi anche uno splendido rapporto personale che ci ha fatto scoprire come sia una persona davvero straordinaria. La collaborazione con Edoardo Bennato, invece, è nata essenzialmente perché volevamo che in quel brano ci fosse la sua armonica a creare una connessione con il folk degli anni Settanta. Lui ha sempre un attenzione particolare per quello che accade in città ed è stato ben contento di lavorare con noi.

Il disco si apre con “Cagnasse tutto”….
Dal punto di vista sonoro è a metà tra sonorità grunge e un ritornello che riporta alla tradizione con questo ritornello molto melodico. E’ un po’ una provocazione perché è un invito ad essere svegli in un momento come questo in cui non ci si può addormentare. A Napoli come in ogni città c’è gente che lavora sodo, e credo che solo in questo modo si possa cambiare tutto. Vedo ogni giorno persone che nel loro piccolo fanno meraviglie riuscendo a mettere la bellezza nel mondo. ‘E vuttà tutt’ pe’ l’aria ma in realtà per trasformare.

“Gennaro è fetente” è un storia di quartiere…
E’ un brano che ha un richiamo forte agli anni Settanta, c’è Neil Young e i Beatles e l’armonica di Edoardo Bennato. E’ un personaggio dei quartieri Spagnoli che prende le cose dalla spazzatura per farne opere d’arte, fa arte senza saperlo, ricicla cose prese per strada per rendere il quartiere più esteticamente folle. Le malelingue del quartiere non vedono mai di buon occhio le stranezze che fa, ma lee sue opere nascondono un’umanità profonda. 

“’O Treno che va” è un disco sul viaggio ma è intriso di storie legate a Napoli e ai suoi quartieri…
Il disco parla di Napoli perché abbiamo deciso di vivere ancora qui. Napoli è una città che riesce a mostrare una intera umanità dall’atto più barbaro alle cose più belle, e per questo è un posto fantastico dove osservare il mondo. Per quanto possiamo girare in Italia o all’estero, questa città ci lascia un segno addosso, riuscendo a raccontare le tante facce dell’individuo umano. Questo è parte di noi e cerchiamo di portarlo all’esterno. Bisogna viaggiare con il proprio bagaglio culturale, scambiarlo ed arricchirlo. Questa è la meraviglia del viaggio, dove si va via con le proprie esperienze e si torna con altre.

Prima citavi i Beatles, in vari brani si sentono echi degli arrangiamenti di George Martin, come ad esempio in “Buongiorno Sofia”…
Lì c’è un trombino che rimanda a “Penny Lynne” che con Sepe abbiamo inserito per fare questa sorta di omaggio. E’ stata una cosa spontanea perché volevamo che questo disco fosse arricchito da tutto quello che “ce fa mpazzì”. Ci siamo divertiti molto nel restare i Foja ma a giocare con i vari suoni. In “Dummeneca” addirittura c’è un incontro tra le bande della Madonna dell’Arco e i suoni del Messico, il tutto con la nostra melodia. E’ stato bello girare tra varie atmosfere e colori musicali.

Il brano seguente “Tutt’e Duje” se ne va a New Orleans…
Si va a New Orleans ma nell’armonia c’è dentro Sergio Bruni e Mario Merola. E’ Napoli ma con un sound  più swing ed americano. Per tanto tempo questo brano nelle nostre chat si è chiamato “Mario Merola” quando non aveva ancora un titolo.

I Foja cosa ascoltano?
La musica vera o meglio quella che percepiamo riesca ad entrare nell’anima delle persone da Neil Young a Roberto Murolo, da Renato Carosone ai Perl Jam passando per Bob Dylan e i grandi classici della canzone napoletana o del Neapolitan Power. Non disprezziamo la musica elettronica. Insomma tutto quello che fa battere il cuore, fa pensare ed emozionare. Ognuno di noi viene da mondi musicali differenti e questo influisce molto, ma il nostro impianto sostanzialmente è rock blues perché sono musiche di messaggio, partono dal ventre e toccano il cuore.

Quanto è importante per i Foja vivere il fermento creativo che attraversa Napoli?
E’ fondamentale e siamo felicissimi di tutto quello che sta accadendo. Dieci anni fa quando siamo partiti era veramente complesso riprendere la propria lingua in mano perché la scena post anni Novanta si era un po’ spenta e c’era un rigurgito verso una musica legata ad argomenti politici. All’epoca non c’era più tutto questo, le band erano molto angolofone o indirizzate verso l’italiano. Ci piace che ci sia una scena eterogenea, ma vedere che un investimento di lavoro fatto in tanti anni, è sfociato in una fermento di artisti e band che reinterpretano la propria tradizione in una chiave moderna, ci fa sperare bene. E’ una città che ha un magma creativo che verrà fuori in qualche modo. A Napoli si suona tantissimo dal vivo, noi con i Foja e Ciurme varie ci incontriamo spesso anche ospitandoci a vicenda. E’ chiaro che c’è da lavorare tanto dal punto di vista imprenditoriale a Napoli che, in ogni caso, è più avanti rispetto a tutta l’Italia perché c’è una scena di giovani che hanno le idee chiare e parlo di TheRivati, Andrea Tartaglia, Tommaso Primo, Maldestro. Ci vorrebbero più identità imprenditoriali che favoriscano l’emergere di queste realtà. Siamo contenti di poter lavorare con Full Heads ma non può esistere una sola realtà a supportare questo fermento. Lavoriamo da tanti anni con loro e l’idea è stata sempre quella di condividere le esperienze musicali, tanto è vero che quando alcuni giovani mi hanno chiesto aiuto li ho indirizzati a loro. Sono talenti da valorizzare, e non è possibile fare tabula rasa per la paura di entrare in conflitto. Bisogna fare famiglia, essere aperti a tutti i generi e fare spazio a chi vuole lavorare con onestà.

Ci puoi raccontare l’esperienza con “Cagnasse Tutto” al San Carlo?
L’esperienza è nata con una telefonata notturna di Luciano Chirico di Full Heads il quale mi ha detto che il Napoli Teatro Festival voleva fare un nostro concerto al San Carlo. Ovviamente la nostra risposta è stata di grande sorpresa, ma ci siamo messi subito al lavoro perché il direttore artistico voleva aprire il San Carlo ai giovani. La vittoria di quel concerto è stata proprio l’aprire il Massimo Napoletano ad una fetta di pubblico che altrimenti non avrebbe mai vissuto quel luogo. Abbiamo preparato uno spettacolo che ci porteremo sempre nel cuore, ricco di animazioni, è stato uno show che seguiva un concept particolare. Ci è rimasta la gioia di una splendida esperienza perché la musica è fatta per gli altri e non per soddisfare il nostro ego. Siamo stati la prima band rock a suonare là, abbiamo creato un varco, dove speriamo si possa infilare qualche altro, e magari il San Carlo stesso scopra che si può fare sul suo palco musica più moderna. 

Concludendo, il rapporto dei Foja con il cinema è sempre molto stretto. So che avete in cantiere una colonna sonora…
Siamo legati mani e piedi al cinema, vuoi perché le canzoni influenzano il cinema, vuoi un po’ perché accade il contrario. A marzo usciremo con il film “La Parrucchiera” di Incerti dove oltre ai brani di questo disco saremo presenti anche noi in carne ed ossa, più carne in verità e pochi capelli. 


Foja – ‘O Treno Che Va (FullHeads/Audioglobe, 2016)
Dopo la fortunata esperienza che li ha portati ad essere la prima rock band a calcare il palcoscenico del Teatro San Carlo di Napoli con lo spettacolo “Cagnesse Tutto” con la regia di Franco Dragone, i Foja tornano con “’O Treno Che Va” terzo disco del loro decennale percorso musicale che rappresenta il loro lavoro più maturo e compiuto, tanto per la ricerca sonora quanto dal punto di vista prettamente compositivo. Si tratta di un concept album sul tema del viaggio, dove ogni canzone rappresenta una stazione ed allo stesso tempo diventa l’occasione per raccontare storie, passioni ed emozioni, il tutto condito da arrangiamenti che mescolano rock, blues, pop e tradizione musicale napoletana. Prodotto da Dario Sansone, Daniele Chessa, Luigi Scialdone ed inciso a Napoli presso il Trail Lab studio di Napoli, il disco vede la partecipazione di tre ospiti d’eccezione ovvero Edoardo Bennato, Ghigo Renzulli e Daniele Sepe, con il quale i Foja hanno condiviso la straordinaria avventura di Capitan Capitone e i Fratelli della Costa. Ad aprire il disco è la trascinante “Cagnasse Tutto” con il suo riff rock-blues che si scioglie in uno splendido ritornello di grande impatto melodico, a cui segue il folk-blues “Gennaro è fetente” con la complicità dell’armonica di Edoardo Bennato, nella quale viene raccontata la storia di un pazzo di quartiere che crea opere d’arte con la spazzatura. Se la melodia pop “Chin’e Pensieri” ci conduce verso la east coast con la sua introspezione, la successiva “Nunn’è cosa” è una ballata romantica colorata di country in cui brillano i plettri di Luigi Scialdone. La title-track con il suo desiderio di fuga della quotidianità ci conduce nel cuore del disco con la ballad beatlesiana “Buongiorno Sofia” con i fiati di Daniele Sepe ad impreziosire il tutto, il country di “Aria ‘e mare” con la chitarra di Ghigo Renzulli e la malinconica “A chi appartieni”. Il vertice dell’album arriva però con la straordinaria “Famme Partì” con i Foja che sperimentano gli attraversamenti sonori tra rock e armonie caraibiche complice ancora il sax e i fiati di Daniele Sepe e la superlativa sezione ritmica. La voce intensa di Dario Sansone ci racconta poi dei ricordi d’infanzia, delle domeniche tra le discese di Quartieri Spagnoli in “Dummeneca”, mentre la melodia lentamente dalla Madonna dell’Arco ci conduce in Messico. “Tutt’e Duje” vede i Foja mescolare New Orleans ed echi del Mediterraneo, ma subito dopo torna a fare capolino il folk con il bel ritratto “Nina e ‘o cielo”. Il country rock di “Statte cum’mme” ci conduce al finale con la dolce ninna nanna “Duorme”, con pianoforte e chitarra a sostenere la voce di Sansone. “’O Treno Che Va” è, dunque, un disco da ascoltare con attenzione, per coglierne le storie, i sentimenti e le emozioni, ma soprattutto per apprezzare a pieno le tante sfumature di cui è colorato il sound dei Foja.


Salvatore Esposito
Foto 1-5 di Riccardo Piccirillo
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