Capone & BungtBangt – Mozzarella Nigga (New Reel Records/Audioglobe/Full Heads, 2016)

Capone & BungtBangt nascono a Napoli nel 1991 dall’innovativa idea del percussionista e sound designer Maurizio Capone di dare vita ad un gruppo che coniugasse l’arte tutta partenopea dell’arrangiarsi e l’eco-sostenibilità. L’esigenza di “smuovere le coscienze” per diffondere il suo messaggio ecologista, e una potente dose di creatività hanno dato vita alla Junk Music e ad una serie di strumenti realizzati con materiale reciclato come il cordofono scatolophon, l’arpa scatulera, la buatteria (una batteria realizzata con bidoni e coperchi), i bongattoli (percussioni costruire con barattoli di marmellata) nonché chitarre e bassi costruiti con pezzi di parquet e la scopa elettrica. Nell’arco di quasi vent’anni di attività il combo napoletano ha messo in fila quattro dischi in studio e una infinita serie di concerti con i quali hanno portato la loro musica e la loro energia in tutto il mondo da Napoli a Cuba, dal Giappone all’Egitto. A distanza di otto anni dalla pubblicazione del loro ultimo progetto, Capone & BungtBangt ritornano con “Mozzarella Nigga”, splendido nuovo album la cui genesi è stata curata insieme a fan e appassionati che ne hanno sostenuto la realizzazione attraverso una fortunata campagna di crowdfunding. Abbiamo intervistato Maurizio Capone per ripercorrere con lui la vicenda artistica del progetto BungtBangt per poi soffermarci sulla genesi del nuovo album, senza dimenticare la dimensione live e i progetti futuri.

Partiamo da lontano. Come nasce il progetto Capone & BungtBangt?
Era il 1999 ed eravamo a Roma, Villa Ada, in tour per il disco “Murmurii” uscito per CNI. Il concerto era abbastanza originale perché con la band formata da due batteristi (Alessandro Paradiso e Sergio Quagliarella), un bassista, Roberto D'Acquino, con lo stick bass e me, facevamo un drum 'n bass pieno di tutte le influenze afronapoletane che mi hanno sempre caratterizzato.  Quella sera venne a trovarci un mio amico fraterno e produttore cinematografico Umberto Massa. Mi disse che era rimasto molto colpito dalla parte centrale del concerto nella quale ci lanciavamo in una suite percussiva e mi chiese se mi sarebbe piaciuto scrivere uno spettacolo teatrale tutto incentrato sulle percussioni. 
Ovviamente gli dissi di si! Ci incontrammo qualche giorno dopo nelle calme acque del Mediterraneo, eravamo su un gozzo a Gaeta, e li ragionammo su che tipo di spettacolo avremmo voluto creare: niente percussioni convenzionali e molto movimento fisico. Così decidemmo di indire dei provini per creare un gruppo di molti percussionisti. Partendo dal nucleo della mia band avevamo bisogno di almeno un'altra decina di musicisti. Facemmo un primo gruppo ma non ci piacque e quindi rifacemmo i provini questa volta aperti a chiunque volesse partecipare. Arrivarono persone di tutti i tipi, fu molto divertente. Alla fine diventammo undici e cominciammo a provare lo spettacolo ad Officina 99 per la regia di Raffaele di Florio. Il debutto fu sempre ad Officina ad aprile del 2000 il titolo dello spettacolo era “Bungt & Bangt”.

Peculiarità di questo progetto è l’utilizzo di strumenti di fortuna come la tua mitica buatteria marchio di fabbrica. Ci puoi raccontare come ha preso vita questo approccio atipico alla musica?
Diciamo prima di tutto che l'approccio che caratterizza la mia ricerca non credo sia così atipico, lo definirei "naturale" ed "originario". C'è un punto fondamentale che da troppo tempo si è dimenticato e cioè che tutti gli strumenti musicali che oggi si fabbricano a livello industriale provengono da un lontanissimo gesto di riciclo, anzi meglio dire di "riuso". Si tratta di strumenti che vennero creati con materiali di scarto e che nei millenni hanno avuto un'evoluzione che li ha sempre più perfezionati e tecnologizzati. Ma la loro origine è la stessa dei miei strumenti. La differenza è che i materiali da cui ha attinto l'uomo di diecimila anni fa non sono quelli a cui possiamo attingere oggi. Il suo gesto creativo si è basato su materiali di scarto di quel tempo: pelli, legno, prodotti naturali, budella di animali, unghie perché quello c'era a disposizione. Oggi io non ho fatto altro che replicare quel gesto, quel modo di pensare, ma con i materiali di scarto della società moderna e con esigenze dal punto di vista sonoro del linguaggio musicale di oggi. A questo devo però aggiungere che questa capacità che ho ha una base istintiva molto forte, nei miei set percussivi già negli anno '80 ho sempre inserito strumenti costruiti da me con materiali riciclati, questo per avere delle sonorità originali. In realtà il primo strumento che ho costruito sono stati i "bongattoli" una coppia di bongos fatti con due barattoli della marmellata che realizzai a dodici anni mentre aspettavo che mio padre mi regalasse un paio di bonghetti veri. Quindi è una cosa che fa parte di me e che quando ho cominciato ad approfondire grazie a Bungt&Bangt mi ha completamente rapito portandomi fino a qua.  

Come si è evoluto in questi anni il suono di Capone & BungtBangt?
Come ti dicevo il progetto è nato con un approccio percussivo e spettacolare, L'ensemble percussiva è molto bella e potente, ma è anche la più "scontata", per me la scommessa era riuscire a fare note, melodie ed arrangiare canzoni moderne con questi strumenti, anche perchè questo non lo faceva nessuno.  C'è voluto pochissimo perché trovassi la strada giusta. Nei giorni successivi all'incontro con Umberto mi misi a scavare tra ricordi sonori, esperienze passate e tutto il bagaglio di conoscenza degli strumenti che ho, perché a me gli strumenti musicali piacciono tutti, ma proprio tutti! Così una notte, mentre sperimentavo con Mr. Paradais nacque lo "scatolophon". Una semplice scatola di polistirolo con un elastico da ufficio ha cambiato la mia vita. E' tutt'ora uno degli strumenti centrali del nostro sound, fa da basso, da chitarra, da strumento psichedelico insomma copre un raggio di grande ampiezza sonora e mi ha permesso di capire che gli elastici hanno un grande potenziale. Devo anche ringraziare Diego Leone, un vecchio Bungt, che partendo da questo concetto realizzò il primo prototipo di "scopa elettrica" che è subito diventata la mia chitarra e che oggi mi accompagna nelle performaces solitarie come un cantautore si accompagna con la sua chitarra. Devo però sottolineare che quello che fa la differenza è che quasi sempre il mio modo di suonare non si ispira alle tecniche già esistenti, cerco di creare delle tecniche originali che diano risultati originali. Per esempio nel caso della scopa, anche se il suono è assimilabile a quello della chitarra elettrica io non la suono come una chitarra, ma come una percussione che però ha tre ottave di estensione! Percuoto la corda con una bacchetta cinese e intono le note grazie ad uno slide. anche la posizione fisica dello strumento è originale, tanto che un chitarrista non saprebbe suonarla. E questo non per creare una barriera ma perché so che il suono nasce anche dalla tecnica che si utilizza, e la mia ricerca è principalmente questo: tirar fuori suoni originali da cose comuni, quindi la tecnica praticamente è tutto! Riassumendo il suono è nato percussivo ma ben presto si è ampliato e quello che suoniamo oggi è molto complesso dal punto di vista tecnico. Sono anni che non siamo più un gruppo di "semplici" percussionisti, che comunque resta nel nostro dna, ma una band di musicisti polistrumentisti. 

Come nascono le tue canzoni? Ci racconti il tuo processo creativo e le tue ispirazioni?
Ci sono diversi modi che mi guidano per scrivere canzoni, il più comune è creare un bit o un arrangiamento embrionale ma stimolante che mi ispiri e mi porti verso idee di melodia e testo, un sistema ipnotico con il quale mi aiuto a scavare dentro di me. Altro modo è partire da un'idea di testo e melodia, anche breve che a loro volta mi mettano in contatto con la mia parte profonda. Ci sono poi alcune canzoni che ho scritto senza strumenti, melodie composte in momenti di pausa solo con la voce, come nel caso di “Come il Sole” che è contenuta in “Lisca di Pesce” che è nata tra guida solitaria in auto, attese nei sound check e pause varie.  Un’altra tecnica è quella legata alle colonne sonore che adoro scrivere. Sonorizzare delle immagini, delle scene mi scatena una grande creatività, non subisci la sindrome del "foglio bianco" anzi hai un grande stimolo da cui partire. Spesso utilizzo brani non usati delle colonne sonore, hanno sempre un grande potenziale emotivo. Per esempio la parte musicale di “Tu Come lo Fai” era un brano per il trailer di un film noir che non si è mai fatto a cui poi ho aggiunto testo e melodia vocale. Per quanto riguarda le ispirazioni sono veramente fortunato, vivo una vita molto intensa e piena di incontri speciali. Sono sempre disponibile quando mi invitano ad iniziative a scopo benefico o a sfondo sociale. Grazie a questa mia disponibilità entro in contatto con persone fuori dal comune, persone che hanno delle vite particolari, bambini, adulti ed anziani che hanno cose da raccontare, che magari non hanno vite semplici ma che ti trasmettono un grande patrimonio umano, una visione della vita diversa da quella standard.  Mi sento un uomo della strada perché riesco a parlare con tutti, senza preconcetti e questo mi restituisce tanto. Mi trovo a fare laboratori nelle zone a rischio condividendo emozioni e momenti con chi ci vive lì tutta la vita e poi magari il giorno dopo sono col direttore del carcere di Poggioreale a progettare attività per i detenuti, oppure all'Università a fare un seminario, in un locale o in piazza a fare concerti. Insomma tutto questo vivere intensamente ed in modo non regolare mi suggerisce delle intuizioni, dei pensieri da trasmettere che colgono degli aspetti che possono sfuggire a chi è troppo immerso solo nel proprio mondo.

A livello musicale quali sono i tuoi riferimenti e le coordinate del progetto BungtBangt?
Mi piace partire dalla base, i tamburi sono il linguaggio primordiale, il primo strumento creato, la musica è nata così e questa è la mia origine. Ma ho un gran numero di riferimenti perché mi piace tanta, tanta musica, ho vissuto in prima persona la scena musicale dagli anni '80 in poi e sono stato influenzato da tante cose. Alla base c'è il mio amore per il jazz con cui sono cresciuto dai 13 anni in poi.  Fondamentalmente sono un nero in un mondo di bianchi, ed a volte questa mia grande affinità con la black music mi rende un po’ distante dalla cultura italiana. Da piccolissimo mi colpivano le canzoni di Stevie Wonder, Ray Charles, Harry Belafonte, James Brown perfino Rocky Roberts.  Ho avuto la fortuna di aver suonato quando avevo solo quindici anni con band miste italiane e afroamericane. Musicisti adulti che mi hanno dato i rudimenti non solo dello strumento ma soprattutto dell'approccio alla Musica.  Poi tutte le mie collaborazioni, una su tutte quella con Pino Daniele che mi ha forgiato definitivamente, collaborare con lui a venti anni è stato il completamento della grande visione che la musica può darti, Pino era uno che metteva sempre la Musica al primo posto e si definiva, guarda caso, nero a metà. Quindi come è ovvio che sia nella mia musica ci sono tutte queste cose, c'è tanto equatore ma anche tanto occidente compresa una componente punk/rock che fa parte del mio retaggio adolescenziale. Ma anche l'hip hop mi ha formato, ascoltavo Afrika Bambaataa e Grandmaster Flash al loro esordio quindi anche il rap è uno degli ingredienti fondamentali come il reggae ed in particolare Bob Marley che mi ci ha lasciato un grande esempio di come unire i popoli di tutti i continenti. 

Veniamo a “Mozzarella Nigga”. Come nasce questo disco? Quali le differenze con i precedenti lavori?
Partiamo dal fatto che questo disco esce ad otto anni dall'ultimo inedito, è passato tanto tempo e non certo per inattività. Anzi in questi otto anni sono successe tantissime cose ed ho maturato tante esperienze che mi hanno portato a fare delle scelte molto precise. Sono contento di aver dato il tempo alle idee di maturare perché quando poi ho deciso che ero pronto sono andato dritto al punto. Questo è un disco integralista ma aperto, napoletano ma internazionale. Ho deciso di assumermene tutte le responsabilità anche come produttore artistico e produttore esecutivo. Ho avuto tanto sostegno, ma ogni tassello è stato messo seguendo la mia idea. 
Buona parte delle registrazioni sono state fatte nel mio piccolo studio, che chiamo Tana Capone, dove compongo e parallelamente costruisco, nel vero senso della parola, i suoni dei brani. Credo si percepisca quell'urgenza di chi sente l'esigenza espressiva di fare un disco, non è un'operazione strategica o di mercato ma un'esigenza espressiva. Dico che c'è il mio sangue dentro perché è frutto di un travaglio che è molto vicino al parto. Ed in questo è molto diverso da tutti gli altri dischi che ho mai fatto, ormai ne sono undici, perché ho per la prima volta lavorato senza produttore artistico e nella piena libertà di scelta, che è una bella cosa ma anche una grandissima responsabilità. Rispetto agli altri dischi questo mi ha ricordato il mio primo provino del 1990 quando realizzai con un quattro piste Tascam un provino interamente suonato da me con percussioni, pentoline, steel drum, kalimba. Chiaramente questo e molto più condiviso, ci sono i Bungt Mr. Paradais con lo scatolophon basso ed il basso da ponte, Maestro Zannella con la sua buatteria e Horùs con le percussaglie con i quali abbiamo fatto dei brani direttamente in studio. Gli ospiti con i loro strumenti, ma la struttura portante è quella, suonata da me con quello che ho, niente di più.

Ci puoi raccontare le fasi realizzative del disco?
La prima fase è stata come sempre molto solitaria, Tana Capone a tutta forza. Ho scritto ed arrangiato i brani più o meno contemporaneamente. Ho pensato al titolo, agli ospiti da coinvolgere.  Poi mi sono attivato per trovare uno studio dove completare il lavoro. Sono andato al New Reel Studio di Diego Spasari che è una ottima struttura ed in più mi ha dato un grandissimo appoggio per finire e migliorare i brani. Abbiamo fatto un bel lavoro, c'è stato confronto e Diego mi ha stimolato su molte cose, è stata una persona importante per questo disco, sia per avermi aperto le porte dello studio sia per l'affetto che mi ha dimostrato e che mi ha messo completamente a mio agio.  Abbiamo registrato alcuni brani da zero come “Uè Giuà” e “Saglie Na Voce”. Altri li abbiamo migliorati, qualcuno è rimasto più o meno così com'era compreso le voci come nel caso di “Si Te Ne Vaje”. 
Insomma non abbiamo avuto una strategia standard, ho fatto quello che ritenevo giusto, anche se qualcuno tra noi avrebbe preferito riregistrare io ho preferito lasciare quasi tutto quello che avevo fatto a Tana Capone. Altro elemento fondamentale è stata l'operazione di crowdfunding con Musicraiser che ci ha dato il segno di quante persone ci vogliono bene, un grande sostegno che ci ha permesso di avere una bella prevendita cosa che di questi tempi e veramente rara e di ricevere un sostegno a scatola chiusa che è stata anche la prova della stima e dell'affetto che ci circonda. Altro punto che mi piace evidenziare è stata la collaborazione con Luciano Chirico di Full Heads l'etichetta che nel nostro caso si è occupata della distribuzione e che rappresenta un’azienda nuova e piena di energia positiva. Sono il punto di unione di una buona parte della nuova scena napoletana ed ho pensato fosse giusto condividere Mozzarella Nigga con loro.

All’album hanno collaborato diversi ospiti tra questi Don Moye dell’Art Ensemble Of Chicago, James Senese, Daniele Sepe e Solis String Quartet. Quanto è stata importante la loro presenza?
La scelta degli ospiti è stato un fatto principalmente emotivo, non una scelta di marketing, ho chiamato artisti di altissimo livello che hanno uno spirito simile al mio e che ci vogliono bene, dei veri amici. “Mozzarella Nigga” è un disco fatto con il cuore e tutti quelli che hanno partecipato lo hanno fatto con grande amore, la presenza degli ospiti è in questa linea e da come potete sentire si avverte. Impreziosiscono i brani ed in qualche modo si schierano dalla parte dei mozzarella nigga. Con ognuno di loro ho un rapporto personale di amicizia, con Moye abbiamo fatto anche un disco insieme nel 2005. Sono stato fan dell'Art Ensamble e di Napoli Centrale ed oggi avere Moye e James come ospiti è un grande onore. Con i Solis era da tanto che volevamo fare qualcosa insieme e credo che ci abbiano regalato uno dei momenti più belli del disco. C'è anche la presenza sparsa di gran parte di Capitan Capitone e i Fratelli della Costa con Daniele Sepe che suona flauto e sax. C'è anche una significativa rappresentanza del rap con Shaone uno dei padri del rap italiano de La Famiglia e Mariotto Mc più alcuni giovanissimi come Matto Mc e Oyoshe che apre il disco.

Cosa racconta questo disco? Qual è il messaggio che emerge dai vari brani?
Partiamo prima di tutto dal titolo che è un'offesa utilizzata dagli americani verso gli emigranti italiani che sbarcarono lì negli anni cinquanta. Mi è piaciuta tantissimo per molti motivi, l'accostamento con l'Africa che è la madre d'origine di tutta l'umanità ed alla quale sono molto legato. Poi per il ricordo, la memoria che non dovrebbe mai abbandonarci del nostro passato da emigranti e quindi la disponibilità ad accogliere i nuovi migranti, tra noi e loro non vedo differenze. E' un titolo molto internazionale, come tutto il disco, parla una lingua mista, italiano, napoletano, inglese in uno slang senza barriere. Con l'aggiunta del tao sulla mozzarella che hanno realizzato i Fratelli Scuotto sono riuscito ad abbracciare i continenti principali: Africa, Europa, Asia ed America. Il tao mi è servito anche per simboleggiare l'armonia tra le differenze, quello che porto avanti da sempre è un discorso basato sull'uguaglianza, non un buonismo moralista ma piuttosto un desiderio di libertà, di autonomia dai sistemi di potere. Un ritorno alle relazioni dirette, senza mediatori che siano religiosi, politici o culturali. Basta con i sapienti che non sanno e che fanno di tutto per mantenere il potere, meglio l'istinto, l'indipendenza. Dobbiamo essere più coraggiosi ed avere la forza di liberarci prima di tutto dalla paura di non riuscirci. E' questo il messaggio ampio del disco. Attraverso le canzoni ed i suoni propongo una lettura della vita che sia libera ed indipendente da tutto, non è facile, però nel profondo tutti hanno questo istinto e per questo quando leggono i testi delle canzoni li apprezzano. Io cerco le similitudini più che le differenze tra le persone perché credo che se ci uniamo la nostra vita migliora. Però bisogna avere la forza di rifiutare ciò che a volte sembra più comodo.

L’Afronapoletanità è uno degli elementi principali che hai esaltato in questo disco. Qual è il punto di incontro tra Napoli e l’Africa?
Anni fa sentii una frase leghista che diceva "Napoli capitale del Nord Africa". Mi piacque molto, mi sentii veramente fiero di essere capitale a nord dell'Africa, della mamma di tutte le civiltà, del luogo che ha dato i natali all'uomo. Vedi, è un dato di fatto che l'occidente ha rifiutato l'Africa e parallelamente ha rifiutato la Natura. La cosa è molto grave perché rinnegare le proprie origini o la propria madre non porta lontano ed è un segno di grande debolezza. Noi come napoletani siamo molto legati alla nostra terra e questo ci avvicina al sentimento di appartenenza che nasce in Africa decine di migliaia di anni fa. Abbiamo la musica che è il linguaggio più potente nato insieme all'uomo, sempre in Africa. 
Abbiamo una lingua tronca, il napoletano, che ci ha permesso di esprimere una delle migliori musiche a livello mondiale sempre in sintonia con i tempi ed anche negli ultimi cento anni è stata una delle poche a tenere il passo con il blues e la musica nera in generale. Siamo capaci di riconoscere la bellezza ed abbiamo istintivamente riconosciuto l'Africa come grande mamma. Io sono solo uno dei tanti che lo dice, qui a Napoli spesso si sente dire che ci si sente africani, anche il grande Pino Daniele fece “Nero a Metà”, che è una metafora simile a “Mozzarella Nigga”. Da quando alla fine degli anni '70 ho cominciato a suonare ho sempre sbandierato questo mio sentimento, ancor più da percussionista mi è stato subito chiaro che tutto viene da lì. Ho avuto diversi confronti con illustri colleghi su percussioni africane e percussioni cubane, che poi si chiamano più correttamente afrocubane, ed ho sempre sostenuto che, fermo restando tutto l'amore che ho per Cuba, tutto nasce dall'Africa. L'ultima cosa ma non meno importante è che il sistema sociale che ci caratterizza è molto simile a quello degli africani. Vi propongo un esperimento sociologico, fate dell'ironia con un africano e fate la stessa ironia con un tedesco o un danese. L'africano vi capirà il tedesco e danese vi risponderanno prendendovi sul serio. Senza generalizzare ovviamente, ma è una differenza significativa, siamo più simili agli africani perciò il nostro ruolo può essere quello di mediatori culturali, siamo meticci capaci di stare a nostro agio sia al nord che al sud, possiamo avere un grande ruolo in questa società confusa perchè possiamo connettere questi due mondi che si sono allontanati.

Il singolo del disco “Se te ne vaje” è certamente uno dei brani più significativi del disco, non solo dal punto vista musicale ma anche da quello del tema trattato. La fuga come elemento non risolutivo per “apparare i guai”. I puoi raccontare questo brano?
Si effettivamente è uno dei brani che arriva di più, c'è stato chi ha detto del testo che "è un insegnamento di vita" e questo mi ha fatto molto piacere. La fuga metaforica o fisica non è mai una soluzione, non affrontare i problemi e solo un modo per rimandarli. bisogna avere il coraggio del confronto e per questo il testo ha anche una seconda lettura, la necessita di toccarsi, di guardarsi, di ascoltarsi. Tutte cose che non dobbiamo abbandonare. Perfino dalle cose più banali come un bacio, una carezza abbiamo preso le distanze, questa asetticità che ci perseguita non va bene. 

Altri due brani cardine del disco sono “Acqua” e “Saglie na voce”. Ce ne puoi parlare?
Acqua l'ho scritto come brano simbolo per i movimenti di lotta per l'acqua pubblica. E' un argomento ancora poco sentito dalla gente. Io sono un'antenna e come del resto nel '99 pochi si interessavano alla spazzatura mentre io fondavo C&BB, oggi vedo che manca la consapevolezza che l'acqua sia un elemento senza il quale non si può vivere e che qualcuno potrebbe appropriarsene ed avere in pugno l'umanità. In effetti già il discorso dell'acqua nelle bottiglie di plastica è stato un movimento subdolo che ha istillato nelle persone l'idea che dal rubinetto esca acqua non potabile. Io bevo dal rubinetto da sempre, non mi piace l'acqua in bottiglia, la sento morta, amo l'acqua corrente! In questo pezzo abbiamo diversi ospiti, c'è Dario Sansone dei Foja, Daniele Sepe con un flauto costruito in modo molto originale, Elio 100gr dei Bisca e la vocalista Michela Montalto. “Saglie Na” voce invece è un mio vecchio brano del '95 che ho voluto riproporlo alle nuove generazioni anche per il testo sempre attuale sui senza tetto. Non è un caso che lo abbiamo inserito al centro del Rancio Fellone, quando lo suoniamo dal vivo nel concerto di Capitan Capitone. Questo è uno dei brani suonati direttamente in studio con il contributo di tutta la band e di Daniele Sepe, anche qui al flauto. Una piccola chicca è la presenza ai cori di Claudio Gnut che ne disco c'è più volte anche se in modo discreto, ma chi lo conosce la sua voce lo riconoscerà sicuramente.

Il disco esce in un momento di intenso fermento creativo a Napoli, complice la fortunata esperienza di Capitan Capitone e i Fratelli della Costa a cui pure tu hai collaborato e che ha fatto un po’ da forza motrice lo scorso anno per vari lavori. Come leggi questa rinascita musicale in città?
Sono molto soddisfatto dello spirito che è maturato tra le nuove generazioni di musicisti napoletani, io ormai posso definirmi un testimone di tante vicende accadute a Napoli dagli '80 ad oggi. Ho avuto la fortuna di vivere e conoscere tante realtà dal Neapolitan Power fino a quest'ultima ondata rap e neo folk ed ho sempre sofferto delle competizioni distruttive che ci sono state. Oggi viviamo un momento di maggior coesione, dove si fanno cose insieme. L'esperienza del Capitone è un esempio di tutto ciò ed è stato possibile perché un gruppo di giovani e giovanissimi si sono uniti sotto la direzione di Daniele collaborando con semplicità. E' un esempio del fatto che quando le cose si fanno insieme si raggiungono i risultati. E' altrettanto importante che poi ognuno abbia il proprio progetto perché è proprio questo che da forza ad un'esperienza del genere, la capacità di essere a volte al centro ed altre di essere funzionali ad un lavoro collettivo.  
E poi c'è la grande soddisfazione di essere da esempio per la città, ci è stato più volte riconosciuto dai ragazzi un ruolo simbolico a cui ispirarsi, ricordo che l'anno scorso dopo il concerto al Nadir Festival mi avvicinarono dei ragazzi appena diplomati che con grande affetto dissero di aver sempre pensato di andar via da Napoli dopo il liceo e che ora che si erano diplomati, grazie al nostro progetto, avevano cambiato idea perché noi avevamo dimostrato che le cose insieme si possono fare e gli avevamo dato voglia ed entusiasmo per provare a fare anche loro qualcosa in e per questa città. Beh questa è una grandissima soddisfazione ed emozione, per chi come me viaggia tanto ma poi ritorna sempre qui per restituire a Napoli quello che sento di aver avuto. E' un modo di pensare che in America si chiama "give back", un sano concetto di restituzione di quello che si è avuto. Chi dei musicisti napoletani non ha preso a mani basse dalla città? Tutti siamo stai abbondantemente ispirati da Napoli, ne abbiamo utilizzato il linguaggio, la notorietà, l'originalità. Però poi ottenuti i risultati si finge di essere delle cellule indipendenti, come se tutto fosse nato esclusivamente dal nostro essere. Questa è una grandissima presunzione che ha portato all'abbandono della città. Qui si crea sfruttando le ispirazioni che Napoli genera ma una volta raggiunto il successo si parte molte volte sputando sulla città, o quanto meno ignorandola. Così intere generazioni di ragazzi sono stati abbandonati a se stessi, senza che nessuno sia andato da loro a dire qualcosa, a dirgli "guarda che da qui si può partire ed ottenere dei risultati ottimi, come è successo a me". Questo è mancato a me quando ero piccolo e questo non voglio manchi più, ed è per questo che vado tanto in giro per scuole, università, associazioni per dare forza a chi ha idee nuove. Dobbiamo esserci anche per gli altri, non possiamo prendere, uscire dal ghetto e poi voltare le spalle a chi è ancora lì. E' un'occasione persa per tutti, e non intendo solo per i napoletani, ma per il mondo intero.

Quanto è importante per te la dimensione live?
Per me il live è una medicina, ho un bisogno fisico di suonare dal vivo, credo che sia qualcosa di metafisico che influisce sulla mia genetica. La dimensione studio mi piace tanto perché non c'è stress, puoi agire con calma ed in modo riflessivo. Ma il live ha una componente istintiva che ti fa sentire vivo. Il sudore, gli occhi e le orecchie di chi ti ascolta, l'andare in giro in luoghi che non conosci sono tutti elementi per me indispensabili. Sono caratteristiche del mio essere alle quali non rinuncerò mai. L'uomo in principio era nomade ed i musicisti mantengono questo rapporto con i luoghi e con un futuro irregolare, non sappiamo mai domani cosa succederà, cosa che vale per tutti, ma noi ne siamo consapevoli e ci piace che sia così.

Quali sono i progetti futuri di Capone & BungtBangt?
Nell'imminente ci sono concerti, promozione del disco e nuovo video. Ma la cosa che mi sta impegnando dal punto di vista progettuale ed emotivo è un film su di me che il regista Demetrio Salvi ha avuto l'idea di fare. Abbiamo già girato diverse cose, sarà un film irregolare come tutto quello che faccio. Un misto di finzione e realtà con scene recitate ma anche con tante cose reali. Sono sempre molto affascinato dal cinema, la mia esperienza da attore in Blues Metropolitano di Piscicelli è ancora viva anche se sono passati tanti anni. Il titolo dovrebbe essere proprio Mozzarella Nigga perchè i contenuti sono molto aderenti al disco. Abbiamo coinvolto i ragazzi dello Scugnizzo Liberato che entrano attivamente nel film sia per lo spazio dell'ex carcere minorile Filangieri, sia per la loro essenza come realtà nuova ed attiva. Insomma anche il film rientra nel mio progetto di valorizzazione della città e dei suoi abitanti. C'è uno slogan che è venuto fuori nella lavorazione del film che mi rappresenta a pieno e con cui mi piace chiudere questa intervista: tra il bene e il male c'è di mezzo il fare!



Capone & BungtBangt – Mozzarella Nigga (New Reel Records/Audioglobe/Full Heads, 2016)
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L’anno appena trascorso sarà ricordato come uno dei più ricchi per la scena musicale napoletana con tanti dischi di grande qualità, che hanno rilanciato l’importanza di questa città come fucina creativa a livello nazionale. In questo travolgente fermento artistico non poteva mancare qualche atteso ritorno come quello di Capone & BungtBangt che con “Mozzarella Nigga” hanno realizzato il loro lavoro più rappresentativo e compiuto dal punto di vista artistico. Ispirato al termine mozzarellanigger, insulto con il quale gli americani erano soliti appellare gli emigranti italiani che negli anni Cinquanta approdavano negli Stati Uniti in cerca di un lavoro, il titolo svela una doppia lettura sintetizzando in modo perfetto le istanze sonore afronapoletane da sempre marchio di fabbrica della ditta, e il concept alla base del disco ovvero l’esigenza di ricercare l’armonia degli opposti che ritroviamo anche nella copertina che ritrae Maurizio Capone con la mozzarella tao, opera dei Fratelli Scuotto. In questo senso ulteriore elemento di originalità di tutto il progetto è dato dalla presenza al centro del booklet della riproduzione del registro su cui venivano schedati gli emigranti che sbarcavano ad Ellis Island a New York, con la particolarità che i nomi reali sono stati sostituiti dalle firme dei raisers che hanno sostenuto la campagna di crowdfunding per realizzare il disco. “Mozzarella Nigga” è, dunque, un disco che racconta il nostro tempo con le sue contradizioni, i suoi problemi, e lo fa partendo dagli ultimi, da coloro che lottano contro tutto e tutti per un futuro migliore. Rispetto ai dischi precedenti, questo nuovo album esalta la portata innovativa della cifra stilistica di Capone & BungtBangt, e questo certamente in considerazione della loro sempre più intensa attività dal vivo spesa tra i tanti concerti e le varie collaborazioni in cui sono impegnati, a partire dalla fortunata esperienza con la ciurma di Capitan Capitone e i Fratelli della Costa. Quello che ritroviamo intatto sono gli ingredienti sonori, poliritmici e strumentali della junk music e la coerenza di Maurizio Capone sempre impegnato dal punto di vista sociale e soprattutto attivissimo con i suoi laboratori diventati un vero e proprio riferimento per tutta l’Italia. Registrato tra gli studi New Reel Records, Tana Capone, Rc Music e Splash e prodotto da Maurizio Capone e Diego Spasari, il disco raccogli quindici brani originali cantati in un originale esperanto che mescola italiano, napoletano ed inglese che si innestano su un intreccio sonoro nel quale convergono hip hop, drum 'n bass, reggae, e funk. Ad impreziosire il tutto un ampio cast di ospiti d’eccezione ed amici che in modo molto informale contribuiscono a dare un profilo corale a questo lavoro. Aperto dalla breve title track in cui spicca il rap di Oyshoe, il disco entra subito nel vivo con il trascinante invito a non fuggire dai problemi di “Si Te Ne Vaje”, scelta come singolo di lancio e per la quale è stato realizzato un video con la partecipazione dei fratelli Pino e Marco Maddaloni, campioni olimipici di judo. Si prosegue con il rap di Shaone di “Miezu Pazz” che apre la strada prima ai ritmi in levare di “Uè Giuà”, e  poi a “Eart Keeper” dedicata alla terra dei fuochi con la complicità di Mc Mariotto e Matto Mc. Se Elio 110gr dei Bisca e i Fratelli della Costa Dario Sansone e Daniele Sepe sono protagonisti de “L’Acqua”, la successiva “Case Fracassate” vede gli arichi dei Solis String Quartet intrecciarsi con le bottiglie di pan di Horùs e le tazzine di caffè di Maurizio Capone, sostenuti dallo scatolophon di Mr.Paradais, e dalla buatteria di Maestro Zannella. Arrivano poi i due vertici del disco con la superba “Urban Junk” in cui spicca la voce di Famoudou Don Moye e la nuova versione di “Saglie Una Voce” in cui fanno capolino i flauti di Daniele Sepe che ritroviamo al sax nella successiva “Global Unity” insieme a Nelson. L’incontro con elettronica dello strumentale “Around The World” ci conduce verso il finale con “Napule Simme Nuje” nella quale giganteggia il sax incazzato nero di James Senese, la danzereccia “Il Ballo del Porponpof” e il travolgente rap di “Tu Come Lo Fai”. Il breve outro “Mozzarella Nigga” chiude un disco ricco di eccellenti intuizioni sonore, imperdibili incontri musicali e una lunga serie di sorprese da scoprire pian piano durente l’ascolto. Assolutamente consigliato!


Salvatore Esposito
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