giovedì 12 gennaio 2017

Amira Medunjanin – Damar (World Village, 2016)

Da signora del canto bosniaco folk emozionale e melanconico, Amira Medunjanin si è fatta largo nel panorama world con un pugno di ottimi album (soprattutto “Silk & Stone” e “Amulette”), acquisendo una reputazione più ampia di vocalist e interprete sopraffina. Questo nuovo lavoro – registrato negli studi Real World – non fa che consacrare la compiutezza dell’artista, che cerca un equilibrio tra stili più antichi e sperimentazione, dall’intimismo lirico della sevdah alla produzione di impronta jazz del pianista e percussionista serbo Bojan Zulfikarpašić, con le chitarre di Boško Jović e di Ante Gelo, il contrabbasso di Zvonimir Šestak. È un piccolo ensemble acustico che esalta le fattezze vocali della cantante di Sarajevo, sempre controllata, dal timbro caldo e ‘soulful’. «La mia voce è al servizio della canzone, che detta come dovrebbe essere espressa», dichiara la cantante nel presentare l’album, aperto da ”Pjevat ćemo šta nam srce zna”, una sevdah composta dall’innovativo conterraneo Damir Imamović. A seguire il tradizionale macedone “Tvojte oči Leno mori”, che a tratti si tinge di armonizzazioni flamenche. Invece, “Vjetar ružu poljuljkuje” ci trasporta nella Chicago dei primi anni Quaranta del Novecento, quando questa canzone venne composta da un emigrate bosniaco, Edo Ljubić. Si cambia registro in “More izgrejala sjajna mesečina”, un tradizionale serbo in cui il pianismo brillante di Bojan Z fornisce il valore aggiunto. Si ritorna in Bosnia con le note di “Kad ja pođoh na Bentbašu”, una vecchia canzone di Sarajevo, basata su una melodia liturgica sefardita rielaborata in maniera squisita per le due chitarre. La canzone serba “Oj golube moj golube” è un dialogo profondo tra voce e pianoforte. Ancora umori iberici per la bosniaca “Moj dilbere”, mentre nella title-track (musica di Boško Jović, testo di MarijaKrznarić) Amira esplora il suo registro basso e scuro accompagnata dal piano con punte elevatissime. Tutto va a concludersi con “Ah, što ćemo ljubav kriti”, di nuovo un tradizionale originario dalla Bosnia-Erzegovina. Diretta raffinatezza per un album che si attesta tra i migliori dell’anno appena trascorso. 


Ciro De Rosa

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