venerdì 23 dicembre 2016

Gaye Su Akyol – Hologram Imparatorluǧu (Glitterbeat Records, 2016)

La Turchia sta vivendo in questi anni una delle fasi più complesse della sua storia, avendo imboccato una preoccupante involuzione, dopo anni di progressivo avvicinamento all’Occidente che sembravano precludere al suo ingresso nell’Unione Europea. Il governo di Recep Tayyip Erdoğan, più vicino alla dittatura che alla democrazia, con la sua costante tensione verso l’islamizzazione sta portando le lancette del tempo indietro di decenni, non risparmiando dure repressioni contro ogni tipo di opposizione. Tutto questo è stato acuito dal fallito tentativo di golpe della notte del 5 luglio del 2016, che ha impresso una preoccupante accelerazione verso un vero e proprio regime, e ancor più dalla guerra contro lo Stato Islamico che sta dilaniando Siria e Iraq destabilizzando e compromettendo gli equilibri dell’area. In questo scenario a tinte fosche, la scena musicale turca continua incessante il suo dialogo con il resto del mondo, dimostrandosi ancora piena di vita con artiste come Gaye Su Akyol che combattono il “regime” con la loro musica. Dunque, non possiamo che salutare con piacere un disco come “Hologram Imparatorluǧu”, seconda prova come solista della rocker turca, pubblicato dalla sempre attivissima Glitterbeat Records e che segue il debutto “Develerle Yaşıyorum”. Mescolando echi della tradizione turca che rimandano alla diva di inizio Novecento, Müzeyyen Senar con la psichedelia dei Jefferson Airplane di Grace Slick e il grung di Seattle, la Gaye Su Akyol ha dato vita alla sua personale visione di Anatolian Rock, partendo dal suo amore per Selda, la prima rocker turca, e non tralasciando artisti seminali come Baris Manço, Cem Karaca, Edip Akbayram, Erkin Koray, e Mogollar. Come lascia intendere il titolo del disco, che in turco vuol dire letteralmente “Il mondo degli ologrammi”, la rocker turca racconta la sua terra con pungente sarcasmo mescolando temi tradizionali come l’amore, a riflessioni a sfondo sociale, come lei stessa afferma in una recente intervista: “La politica mondiale è diventata tanto assurda che a volte mi trovo a chiedermi se tutto ciò possa essere reale, o se sia solo una bizzarra realtà alternativa”. Nelle sue canzoni, dunque, si intrecciano reale e fantastico, scenari apocalittici e spaccati immaginifici, quasi a rimarcare il legame della sua musica con le arti visive, avendo scoperto la sua natura di artista nell’atelier del padre pittore, per approdare in seguito al rock. In questo senso particolarmente importante ci sembra quanto afferma, parlando del suo approccio stilistico: “Amo il rock, ma ci sono cose nascoste nel mio subconscio. Chiamatelo Art rock turco, se vi pare”. Durante l’ascolto a colpire è innanzitutto la sua voce intensa, vibrante e ricca di sfumature evocative, perfettamente incorniciata da arrangiamenti assolutamente sorprendenti. Si spazia dalle trame ipnotiche della title-track alla trascinante “Akil Olmaynca” con la sua irresistibile coda di fiati mariachi nel finale. Si prosegue con le atmosfere desertiche vicine ai Calexico della splendida “Kendimin Efendislym Ben” per toccare la irresistibile incursione nel surf di “Kendimden Kaçmaktan”. Se le atmosfere dark di “Dünia Kaleska” rappresentano uno dei momenti più alti del disco, ad “Eski Tüfet” con il suo scenario da spaghetti wester va la palma del brano più spiazzante. Il vertice del disco arriva però sul finale prima con la splendida “Mona Lisa” con il testo firmato dal padre Muzaffer Akyol, e poi con il viaggio psichedelico di “Narghilé”. Insomma, mentre la Turchia sembra tornare indietro nel tempo, la sua scena musicale prosegue senza sosta il suo cammino regalandoci belle sorprese come la Gaye Su Akyol. La speranza è quella che sia un buon auspicio per un futuro migliore. 


Salvatore Esposito

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