martedì 6 settembre 2016

Giuseppe D’Avenia D’Andrea – Ballate D’Argilla (Autoprodotto, 2016)

Un disco che stupisce per la chiarezza del proprio intento e per l'eccellenza del risultato finale: focalizzare l'attenzione sulla musica e sulla cultura popolare della Lucania, regione un po' minoritaria, nella quale la produzione discografica e la quantità degli artisti che sono riusciti a catalizzare l'attenzione sono residuali (vengono in mente Graziano Accinni e Pietro Cirillo) rispetto alle confinanti Puglia e Campania, ma che forse meriterebbe una maggiore speculazione. Giuseppe D'Avenia D'Andrea è un entusiasta, e in questa chiacchierata racconta sé e la sua musica, fra la speranza giovanile di una carriera da calciatore professionista e gli anni spesi in Irlanda.

Nonostante “Ballate d'Argilla” sia il tuo secondo disco, di te si sa veramente poco...
Sono nato e cresciuto a Pisticci in provincia di Matera, vicino a Metaponto e non lontano da Taranto, sono laureato in Economia, ma nasco come... calciatore! A 17 anni a tutto pensavo fuorchè alla chitarra. Giocavo con il Pisticci, la squadra della mia città, in serie D, pensa che mi allenava Gigi De Canio che ora allena in serie A, ma non ho mai esordito in prima squadra, poi i primi amori e il servizio militare mi hanno frenato, inoltre qua è difficile sfondare, non ci sono i vivai, gli osservatori... 
Proprio durante il militare ho ripreso a suonare la chitarra; un commilitone di Mantova ne aveva una con sé e mi consentiva di usarla. Da bambino strimpellavo una chitarra che girava in famiglia, una vecchia Eko, suonando solo con una corda, e più tardi ho preso lezioni di pianoforte, suonavo musica classica e avevo un certo distacco verso le altre musiche, soprattutto la musica popolare che mi sembrava una cosa un po' demodè e, eufemisticamente, non la trovavo interessante. Ho cominciato a dedicarmi sul serio alla chitarra  dopo i vent'anni, quando ho scoperto il metodo fingerpicking di Giovanni Unterberger, e poi ho continuato sempre da autodidatta, prendendo anche lezioni di armonia e musica jazz. Da grande mi sono appassionato alle discipline etnografiche e antropologiche, e anche all'etnomusicologia e ho cominciato a darte il giusto peso alle cose. Nel 2013, avevo già fatto il primo disco, sono partito in Irlanda, prima a Cork e poi a Dingle, dove ho fatto il kitchen porter ma sono entratto in contatto con musicisti come Jon Hicks (chitarrista dei Lia Luachra) e Donogh Hennessey dei Lunasa, dai quali ho preso anche qualche lezione.

Parliamo del primo disco.
Sì, si chiama “Anime Erranti”. Ci sono le mie prime composizioni per chitarra, buone idee ma un po' frenate dalla mia scarsa dimestichezza con gli studi di registrazione; il suono è un po' troppo compresso. Il titolo è spiegato dall'immagine in copertina che rappresenta “lo scemo del villaggio”, un personaggio realmente esistito del mio paese, Antonio “Tate” (parola che in pisticcese significa “padre”), personaggio che, con il vagare della sua anima, assumeva quasi dei connotati mistici o soprannaturali, addirittura diceva che erano gli angeli a comunicargli vicende come la morte delle persone. Pensa che si presentava per primo alle veglie, prima ancora che i familiari sapessero ciò che era successo... Era proprio un personaggio, girava sempre scalzo e con un ombrello. 
E anche il cammino dell'artista è simile: anche noi in qualche maniera sentiamo le voci...  Mi piacerebbe in un futuro riprendere questi vecchi brani e orchestrarli in maniera diversa, penso di avere un'approccio alla musica che è più orchestrale che solistico.

Visto che citi come ispiratori John Renbourn, Pierre Bensusan e Nick Drake, ti chiedo: è venuta prima la passione per la musica della tua terra o quella per le musiche delle isole britanniche ?
Dopo i libri di Unterberger ho scoperto Stefan Grossmann, e nei suoi articoli e libri leggevo nomi per me sconosciuti, come John Renbourn, appunto; la curiosità mi ha fatto approfondire; avevo un amico, Massimiliano Selvaggi, che curiosamente mi ha poi aiutato molto, anche economicamente, per il disco nuovo, che faceva recensioni sui giornali musicali ed era specializzato in musica folk, soprattutto americana. Sono partito dai cantautori americani, che hanno smesso presto di appassionarmi, mentre il folk inglese, Renbourn, Jansch, Nic Jones, mi sembrava in qualche maniera più originale. Mentre mi dividevo fra l'università e il lavoro in fabbrica, ho scoperto la cultura popolare e l'antropologia e mi sembrata di vedere nelle leggende popolari parecchie similitudini fra il nord-europa e il sud-italia, i ritmi delle danze, i folletti delle leggende e tanto altro. Avevo poi sentito il disco di Branduardi e Maurizio Fabrizio “Branduardi canta Yeats”, e mi ero appassionato alla letteratura irlandese. Posso dire che l'interesse per la mia cultura mi è derivato da quello per terre più lontane. Tengo a precisare che io non faccio “tradizione pura”, ma cerco di mettere nella mia musica tutte le influenze che ho, non solo musicali: ho sintetizzato il mio background filtrandolo con la cultura locale, più che il contrario.

Sei stato amico di John Renbourn, come è nata la frequentazione ?
Nel 2004 Massimiliano Selvaggi organizzò con la sua associazione un concerto del John Renbourn Group, conobbi nell'occasione John in aeroporto a Bari. Dopo il concerto, qualcosa lo fece innervosire e tornò in albergo: perse le tracce per anni. Parecchi anni dopo gli scrissi perchè volevo partecipare a un suo seminario in Francia che aveva però dei costi proibitivi: mi disse che stava lavorando con Marco Rossetti alla trascrizione dei suoi brani per chitarra classica e che quindi sarebbe venuto presto in Calabria, dove Rossetti insegna. In quell'occasione ci incontrammo e passammo parecchio tempo insieme. Passò a trovarmi anche l'anno dopo e anche quando stavo in Irlanda ci siamo sentiti parecchie volte, devo a lui il contatto del piper Troy Donockley, che suona nel mio disco insieme a Colm Murphy dei De Dannan.

Usi parecchie accordature inusuali nel disco.
Si, DADGAD in primis, che ormai tanto inusuale non è, poi nel pezzo “Pacchiane” la DADGBD (“double dropped D”), poi una che credo di usare solo io, con il Sol unisono, CGCGGC che fa virare il suono su sonorità più mediterranee. Qua e là, uso anche l'accordatura “standard”.

Ti sei affidato alla forma letteraria della ballata. Che approccio hai alla composizione ?
Nel lavoro le parti tradizionali e quelle di composizione originale sono abbastanza equamente divise. L'approccio è prettamente quello dell'ispirazione, non potrei davvero spiegartelo in maniera diversa. 
Sull'uso della ballata, ti posso dire che è la forma che ti consente di “narrare” delle storie. 
La difficoltà della ballata è che spesso è lunga, tante strofe, refrain che si ripetono etc... e su quello ho dovuto lavorare parecchio, spesso dividendola in sezioni all'interno delle quali giocare con gli arrangiamenti per renderle varie, introducendo volta per volta strumenti diversi.

Il disco ha una gestazione lunga e la sua produzione è, anche, risultato di un crowdfunding.
Ho cercato cercato tutte le forme di finanziamento possibili in un territorio dove, spesso, se non hai un padrino politico, è difficile muoverti. Abbiamo provato la soluzione del crowdfunding, organizzando un concerto nei calanchi di Pisticci, palcoscenico naturalisticamente affascinante. Poi abbiamo trovato due sponsor istituzionali come il comune di Pisticci, dove sono nato, e quello di Scanzano Jonico, dove vivo ora. Poi anche diverse aziende private hanno dato il loro contributo.

Sei un chitarrista, ma raramente in questo disco, la chitarra ha una funzione “solistica”.
Ho voluto concentrarmi più su altri aspetti, un arrangiamento più orchestrale, i testi, la resa musicale di testi che nascono con altre funzioni. Non volevo esibire la bravura chitarristica, se c'è, e non spetta a me dirlo. Volevo far vincere la musica nel suo aspetto globale, comunicare con le sonorità. In un successivo lavoro, proverò a far venire fuori il chitarrista, magari quando sarò più maturo.



Giuseppe D’Avenia D’Andea – Ballate D’Argilla (Autoprodotto, 2016)
Giuseppe D'Avenia è un giovane chitarrista e compositore di Pisticci (MT), che con la sua opera seconda “Ballate d'Argilla” offre un disco completamente diverso dal suo primo “Anima Errante”, uscito nel 2011 e interamente dedicato a composizioni originali per chitarra acustica di sapore mediterraneo  ma piacevolmente influenzato per approccio e per tecnica  dal chitarrismo di Pierre Bensusan e John Renbourn e che ricordavano proprio il chitarrista inglese di “Black Balloon” e “Nine Maidens”, le sue opere migliori. Il nuovo disco è dedicato proprio a Renbourn, amico e ispiratore del chitarrista lucano, scomparso nel marzo 2015. Dicevamo, disco diversissimo dal precedente, perchè interamente cantato  (ad eccezione del brano d'inizio “Gigantella”), perchè condiviso con una serie di musicisti bravissimi, di area lucana e salentina, e perchè il paesaggio ideale che fa da sfondo è quello dei calanchi lucani, le rocce di argilla bianca erose dagli agenti atmosferici fino ad assumere la caratteristica forma corrugata. Proprio un concerto nei calanchi pisticcesi ha consentito il fundraising per la realizzazione del cd. Nella prefazione D'Avenia definisce il lavoro come "un'antologia di storie locali con un respiro mediterraneo ed europeo" dove le storie sono affidate alla forma letteraria della ballata, forma letteraria esistente in tutta l'Europa continentale. Da notare come i brani tradizionali e quelli di composizione originale siano giustapposti in maniera che le due componenti siano difficilmente distinguibili. La prima cosa che balza all'orecchio è che, pur essendo il lavoro di un chitarrista, lo strumento è quasi mai in primissimo piano, ma svolge sempre un raffinato ed efficace (e complesso) supporto di accompagnamento a voci o strumenti, spesso con l'uso di inusuali accordature, mentre altrettanto curato, raffinato ed efficace è l'incastro degli strumenti, con particolare riferimento al contrabbasso (suonato da Eufemia Mascolo) e delle percussioni (interamente appannaggio di Pino Basile). Eccellenti anche le voci di Simona Cava e Ninfa Giannuzzi, voce storica, quest'ultima, della “Notte della Taranta”. Notevole l'apporto della cantante degli Acustimantico Raffaella Misiti e dell'arpista Giuliana De Donno nella traccia conclusiva “Lamento di Biancafiora”. Già dal brano iniziale è chiaro il manifesto di intenti del giovane musicista lucano: la commistione fra uno stile chitarristico che deve molto alla musica delle isole britanniche e la musica della terra d'origine: “Gigantella” apre l'album con la presenza del bodhranista irlandese Colm Murphy (De Danann) e del piper Troy Donockley che aprono le danze (è il caso di dire...) per essere poi sostituiti, senza soluzione di continuità, dal tamburello di Pino Basile e dalla zampogna di Giulio Bianco del Canzoniere Grecanico Salentino. Il viaggio prosegue sempre gradevole, con “Pakkiàne”, bella metafora sulla scomparsa della tradizione, arricchita da un arrangiamento che ricorda addirittura i migliori Pentangle, fra tempi asimmetrici, una delicata melodia affidata alla voce delle due cantanti e un incastro ritmico accattivante fra contrabbasso e tamburello. Altri episodi assai rilevanti, in una media complessivamente decisamente alta, sono la ballata “Vola Palomma”, già ascoltata con melodie differenti, fra le altre, dal Canzoniere del Lazio (con il titolo “Se tu ti fai Monaca”), da Matteo Salvatore e Rosa Balistreri, e  la contagiosa “Filastrocca della Paura”, con coro e  riff della fisarmonica che echeggiano di Sardegna, oltre al già citato “Lamento di Biancafiora”, unico brano in italiano, che chiude il lavoro. Un disco bello e inaspettato, arricchito da un apparato critico e grafico di alto livello, con introduzione ai brani e traduzione dei medesimi in italiano e inglese. Il lavoro, interamente autoprodotto, è al momento disponibile nello shop del sito web dell'artista lucano,  www.giuseppedaveniadandrea.it.



Gianluca Dessì

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