Reggae Sun Ska, tra sole e buon vino, Bordeaux, 5-7 agosto 2016

Bordeaux, la "bourgeois", come dicono i francesi, rinomata per i suoi vini rossi e i suoi pregiati vitigni, ha inaugurato lo scorso giugno l'apertura della Citè du Vin, un enorme edificio di architettura liquida dedicato alla cultura del vino. La città bordelaise ospita anche da alcuni anni uno dei più grandi festival di musica reggae dell'Esagono e uno dei più pregiati (reggae) festival d'Europa. Ma il Reggae Sun Ska (5-7 agosto), giunto quest'anno alla sua XIX edizione, ha cambiato varie sedi nel corso degli anni edé sopravvissuto a diverse traversie. "Il festival si svolgeva a Montalivet, una città situata sulla costa dell'Atlantico, ma nel corso degli anni abbiamo cambiato più volte la sede girovagando nella regione del Medoc, un anno si è anche abbattuta sul festival una tremenda tempesta che ha sradicato tutte le tende del camping e che ci ha costretto a smontare tutti i palchi impedendoci di proseguire; ora da tre anni siamo qui, nel campus universitario di Bordeaux", ci racconta Fred Lachaize, ideatore, organizzatore e direttore artistico del festival, nonché fondatore della label Soulbeats Records. Finalmente, una sorta di legittimazione culturale quella di potersi addentrare nei confini (fisici e materiali) di una delle più importanti istituzioni della società? 
Non ne è convinto Fred, che fa notare con tono un po' puntuto come il reggae sia nell'immaginario comune un genere associato ad una serie di stereotipi negativi (la cannabis, i dreadlocks sporchi e puzzolenti, ecc.), che lo allontanano di gran lunga dalla possibilità dal divenire un genere di massa. Ma è pur vero, tuttavia, che il Reggae Sun Ska è riuscito a imporsi nella città bordelaise come un evento culturale degno di interesse e a coinvolgere un nutrito numero di partner e sponsor, sia pubblici che privati, anche di rilievo. Per questo motivo il carnet musicale di quest'anno era più ambizioso del consueto cooptando sessanta artisti da ogni parte del mondo, con un occhio di riguardo nei confronti delle proposte musicali ‘locali’ come, per esempio, Dub Inc, il cui nome campeggiava a caratteri cubitali sulla programmazione. "Ho cercato di scegliere gli artisti più seguiti ed attesi dal pubblico reggae: Dub Inc sono i boss in Francia e sono sempre molto attesi, poi ci sono ogni anno almeno quattro o cinque proposte della Soulbeats label", aggiunge Fred a proposito dei nomi in cartellone. Nei tre giorni di festival, frotte di dreadlocks, un pubblico prevalentemente giovane e famigliole ben assortite, hanno invaso il campus universitario di Pessac, un po' fuori Bordeaux, facilmente raggiungibile con i tram il cui orario era prolungato per l'occasione. 
Sui due palchi principali denominati simbolicamente One Love e Natty Dread si sono esibiti consecutivamente gli artisti in programma per un'ora di set ciascuno. Ad aprire, in prima serata, il venerdi (5) sono stati i Massilia Sound System, quando il sole splendeva ancora alto sul campus di Pessac; i pionieri del reggae in occitano hanno presentato la mattina seguente, anche il film, “Massilia”, sull'epopea del gruppo marsigliese, poi Dub Inc con il solito set energico e un paio di canzoni nuove dal nuovo album, So What, in uscita a settembre. Ma lo scettro per la migliore performance della prima serata spetta di diritto ad Alborosie anche per la pregevole scelta delle canzoni in scaletta; l'italiano di Giamaica accompagnato come di consueto dalla Shengen Band ha proposto un set brillante, medley infuocati e una scintillante versione di Still Blazing, con un sax da capogiro. Mentre sabato (6) dopo il gradevole passaggio del collettivo di musicisti provenienti da tutto il mondo, Nahko and The Medicine for the people, guidato da Nahko Bear, nato in Oregon con origini portoricane, apache e filippine, che hanno presentato un'inebriante intreccio di folk, rock e altre influenze ben amalgamate, é stato il ventunenne Naâman ad infuocare la scena; 
Naâman in ebraico vuol dire "piacevolezza", e in effetti il ragazzo normanno, ha gli occhi blu, una carnagione eterea e le sembianze di un angelo, in più una voce molto ‘soulful’, toccante e lievemente screziata di soul. Incredibile l'energia sprigionata da questa giovane rivelazione con la complicità dei fedeli Deep Rockers Crew, un gruppo di scalmanati ‘ribelli per la vita’ che fanno tremendamente sul serio e meritano perciò di essere tenuti d'occhio. L'ultima serata di domenica (7) il nome che ha dominato la scena é stato quello più importante in cartellone, ovvero Damian "Jr Gong" Marley, figlio del re del reggae e della modella e cantante Cindy Breakspeare. Come ogni rampollo che si rispetti, Damian ha dimostrato di padroneggiare egregiamente la scena proponendo un'efficace miscela di suoni raggamuffin, hip hop e il reggae di suo padre, provocando un cortocircuito emozionale nel pubblico che pendeva dalle sue labbra. Più deludente la seconda parte del set, in cui Damian si è appoggiato quasi interamente al songbook paterno anche senza arrangiamenti particolarmente innovativi e originali; più interessanti gli innesti tra i classici di papà Bob e i pezzi farina del suo sacco. 
D'altra parte il carisma nonché la carica eversiva e ‘rivoluzionaria’ di Bob sono fatti e virtù che vanno rubricati al passato; nessuno dei figli di Bob, è come era lui; quanto a Damian è forse il meno interessato tra i figli di Bob a perpetrare il discorso (pan)africanista portato avanti dal padre e tant'è. Ci sarebbe tanto altro da raccontare su un festival così riccodi iniziative, concerti e performance messi a fuoco a 360 gradi sulla musica reggae e dintorni, ma una nota conclusiva la merita senz'altro il passaggio di una leggenda vivente come Don Letts, nell'area Dub Foundation, che ha intrattenuto il pubblico di avventori con selezioni in bilico tra vecchio e nuovo foundation e le più recenti sonorità dubstep. Uno di quei casi in cui è il figlio (Jet) che influenza il padre. Cicli e ricicli della storia. 


Grazia Rita Di Florio
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