giovedì 18 agosto 2016

Bottega Baltazar – Sulla Testa dell’Elefante (Azzurra Music, 2016)

Formatasi nel 2000 dall’incontro tra Giorgio Gobbo (voce e chitarra), Sergio Marchesini (pianoforte e fisarmonica), Antonio De Zanche (contrabbasso e basso elettrico), Graziano Colella (batteria, percussioni) e Riccardo Marogna (clarinetto, clarinetto basso, sax tenore ed elettronica), la Piccola Bottega Baltazar, nell’arco di quindici anni di attività, ha dato vita ad uno straordinario percorso di crescita artistica, spostando sempre più avanti i confini della propria ricerca musicale, dalle esplorazioni nei territori del folk e della canzone d’autore, alle musiche per cinema, teatro e danza. Il nuovo album “Sulla Testa dell’Elefante”, giunge a cinque anni dal pregevole “Ladro di Rose” e segna una ulteriore svolta nel cammino del gruppo veneto, come dimostra anche la scelta di mutare il nome in Bottega Baltazar. Abbiamo intervistato Giorgio Gobbo, front-man del gruppo per farci raccontare la genesi e le ispirazioni alla base di questo nuovo lavoro.

Da qualche tempo avete festeggiato i vostri primi quindici anni di attività. Come è cresciuta e come è cambiata in questi anni la Piccola Bottega Baltazar?
Da laboratorio artigianale dedito esclusivamente alla realizzazione di canzoni negli ultimi anni ci siamo spesso dedicati alla produzione di musiche per il cinema, il teatro e la danza. La collaborazione con altri artisti si è rivelata fonte di ispirazione e crescita, miniera di preziosi incontri umani, al punto che per l’ultimo album abbiamo abbandonato la denominazione “piccola” per chiamarci solamente Bottega Baltazar.

Nella vostra cifra stilistica gli stilemi del folk si mescolano ad echi di musica popolare, jazz e contemporanea. Come nasce la vostra alchimia sonora?
E’ il frutto del desiderio di poter essere noi stessi, lasciando confluire nella realizzazione dei nostri dischi le influenze musicali dei componenti della band, rinunciando a priori solo a quelle soluzioni che ci parevano troppo consuete o banali.

Come si è evoluta la ricerca sonora del gruppo in questi anni?
Siamo partiti da un sound essenzialmente basato sulla leggerezza delle fisarmoniche e sulla ricerca della possibilità espressive di questo strumento. Più recentemente abbiamo accentuato la varietà timbrica utilizzando un’orchestrazione più ampia, sia acustica che elettrica.

Venendo al vostro nuovo album “Sulla Testa dell’Elefante” quali sono le identità e le differenze rispetto ai lavori precedenti?
Nei nuovi arrangiamenti abbiamo inserito legni e ottoni come il clarinetto basso, la tromba e il corno francese, strumenti capaci di evocare atmosfere potenti, nobili, a volte spaventose. Analogamente la chitarra classica ha lasciato posto alle corde di metallo dell’acustica e al ringhio dell’elettrica. La sezione ritmica ha ricercato più che nel passato la profondità della pelle percossa con energia, rinunciando in parte ai consueti toni tenui. In questo modo abbiamo ricavato un impasto sonoro sul quale il pianoforte, le ance della fisa e naturalmente il canto potessero raccontare meglio la storia che contiene questo nuovo lavoro.

Ci puoi raccontare la genesi del disco, le sessions di registrazione?
Le canzoni che compongono l’album sono nate durante un periodo di eremitaggio ad alta quota, ispirate dall’asprezza e dalla magnificenza di monti selvaggi. Per realizzare gli arrangiamenti è venuto naturale ricercare dei suoni che evocassero sia l’energia dello scatenarsi degli elementi che il lieve calore dell’incontro con un proprio simile, il sussurro della legna sul fuoco. Altre atmosfere più misteriose richiamano l’apparente indifferenza dello scorrere delle nuvole, la fragilità dell’essere umano, l’eterno rinascere dei fiori tra le rocce. Per la registrazione abbiamo utilizzato uno studio mobile con il quale i nostri tecnici hanno saputo confezionare un sound di ottima qualità.

Filo conduttore dell’album è il tema dell’immigrazione in una regione come il Veneto non sempre predisposta all’accoglienza dei migranti…
Se si gratta sotto la superficie della cronaca si può scoprire una realtà fatta da tantissime persone che ogni giorno sperimentano l’incontro con l’Altro tra i banchi di scuola, sul posto di lavoro, al mercato… Non crediamo che la diffidenza verso lo straniero sia un fatto solo veneto, quello che appare evidente è che il mondo si evolve e anche in Italia si sta realizzando – non senza difficoltà – una nuova società, multirazziale e ricca di occasioni di crescita reciproca. 
La politica insegue la realtà con affanno e stenta a mettere in atto strategie di integrazione efficaci; dalle esperienze raccontatemi da molti amici insegnanti mi sono persuaso dell'importanza di investire nella scuola, ad esempio. La titubanza del Potere va a svantaggio dei cittadini, sia italiani che immigrati e offre dardi infuocati alle forze politiche che campano sugli umori più neri del popolo.

In questo senso quanto è stata importante la collaborazione con il regista Andrea Segre, da sempre interessato al tema delle migrazioni?
Molto, perché il suo cinema racconta storie di persone: davanti al volto di un proprio simile vacillano le opinioni basate su stereotipi e slogan e si apre lo spazio per l'incontro e la riflessione. Il linguaggio del documentario consente di investigare la realtà e allo stesso tempo suscita emozioni, in questo senso l’utilizzo della musica riveste un ruolo narrativo importante.

Dal punto di vista del songwriting quali sono stati i vostri riferimenti nella scrittura di questo disco?
Nell’ultimo decennio specialmente negli Stati Uniti una generazione di cantautori e band ha saputo rivitalizzare il genere folk, qualcuno grazie a felici contaminazioni, altri con una creativa rivisitazione degli stilemi della musica acustica degli anni ‘60 e ‘70. 
Per quanto la nostra italianità ci conduca verso sentieri creativi differenti vogliamo citare artisti come Sufjan Stevens, i Fleet Foxes, gli Other Lives…

Il titolo del disco rimanda a Monte Summano nelle prealpi venete, e i vari brani sono disseminati di riferimenti al vostro territorio. Quanto è importante il legame con la vostra terra e le vostre radici?
Siamo cresciuti in un’epoca di grandi sradicamenti: anche volendo non sapremmo come rivendicare una appartenenza identitaria precisa. “Nostra patria è il mondo intero” cantavano dei ragazzi dalle idee libertarie cento anni fa, e c’è da credere che avessero visto giusto. In realtà i riferimenti alla nostra terra d’origine sono dovuti al fatto che ci piace scrivere e raccontare di cose che conosciamo in prima persona. E’ lo sforzo di dare ai versi il vibrare della vita e una certa onestà intellettuale, evitando la vuota retorica di “ciò che sembra bello, ma non è vero”, per dirla con le parole dello scrittore vicentino Luigi Meneghello, partigiano prima e poi docente a Reading in Gran Bretagna per quasi quarant’anni.

Nel singolo “Rugby di Periferia”, la fisicità del rugby diventa sinonimo di coraggio nell’affrontare le avversità della vita. Quanto c’è delle vostre esperienze in questo brano?
La prima volta che mi presentai presso un campo da rugby venni accolto da un tizio dall’aspetto rude chiamato “Ciccio bestia”, con accento abruzzese mi disse senza preamboli: “Tre cose sono sacre qui: l’arbitro, l’avversario e il tuo capitano”. 
Devo dire che una certa sportività fa parte del mondo della palla ovale al di là dei luoghi comuni. Il rugby è uno sport che si presta a fare da scenario a storie epiche in cui gente comune mette da parte le differenze e fa prevalere spirito di sacrificio e aiuto reciproco. 
E’ una metafora dell’esistenza e racconta una verità quasi banale: la vita è dura e fa male, eppure è un’esperienza straordinaria, da giocare facendo rete con gli altri. Io mi porto dietro una placca di titanio sulla clavicola, un’orribile cicatrice sulla spalla e mi sento autorizzato a confermare quanto sopra.

In “Sora del mont” usate una sorta di grammelot. Com’è nato questo brano?
Questa canzone nasce dall’esperienza del ritiro volontario sulla Montagna, una sorta di viaggio introspettivo e psichedelico dentro il proprio microcosmo umano che com’è noto ad alcuni iniziati altro non è che uno specchio segreto dell’intero universo. Per descrivere questa indicibile esperienza sciamanica abbiamo coniato – non senza divertimento – una lingua inventata che mescola diversi idiomi… dall’esotico dialetto bellunese fino all’inglese.

State portando in tour “Sulla Testa dell’Elefante”. Come si è evoluto dal vivo il disco?
In questi primi mesi di presentazione abbiamo proposto le nuove canzoni in contesti molto diversi: dai grandi palchi all’aperto dove ci siamo esibiti in una formazione allargata a sette elementi fino al trio nell’intimità di un rifugio alpino. Siamo una un gruppo folk e abbiamo una certa attitudine all’elasticità: ovunque ci sia qualcuno disposto a regalarci la sua attenzione possiamo far risuonare la nostra musica anche senza amplificazione ed effetti scenici.

Quali sono i progetti futuri su cui state lavorando?
Insieme all’attore Vasco Mirandola abbiamo in cuore di lanciarci nel progetto di un disco che metta in musica il lavoro di una scelta di poeti contemporanei, gente capace di raccontare anche con speranza i tempi confusi che viviamo. Ne abbiamo letti e incontrati molti dotati di voci visionarie ma limpide, e troppo spesso ignorate.



Bottega Baltazar – Sulla Testa dell’Elefante (Azzurra Music, 2016)
Sono passati cinque anni dalla pubblicazione di “Ladro di Rose” e la Bottega Baltazar giunge al suo quinto album di inediti con “Sulla Testa dell’Elefante”, disco che mette in fila dieci brani inediti, concepiti nel corso di un ritiro “eno-spirituale” sul Monte Summano, da cui si osserva tutta la pianura vicentina. Da questa inedita prospettiva il gruppo veneto ci offre dei veri e propri racconti in musica nei quali si mescolano tematiche differenti che spaziano dagli spaccati del Nordest al vivere quotidiano, passando per frammenti di storia, il tutto permeato da speranze, sogni, attese e suggestivi paesaggi montani. Dal punto di vista prettamente musicale, il disco si caratterizza per gli eccellenti arrangiamenti che evocano in modo sorprendente le atmosfere dei testi. Fondamentale in questo senso è stato anche l’apporto di Carlo Carcano alla produzione il quale esalta la tensione continua verso la ricerca sonora del gruppo veneto, sempre pronto a muoversi con agilità tra tradizione e modernità, alla continua ricerca di un sound riconoscibile ed unico nel quale si mescolano folk, musica colta, jazz e canzone d’autore. L’organico a geometrie variabili della Bottega Baltazar, di brano in brano si apre anche collaborazioni differenti convolgedo il violoncello di Valentina Cacco, il theremin di Vincenzo Vasi, gli ottoni di Gabriele Mitelli e Dario Cavinato, le chitarre di Gianluca Segato e Mirko Di Cataldo e la voce di Laura Gentilin. Ad impreziosire il tutto è la voce di Giorgio Gobbo che spazia attraverso registri vocali differenti, regalandoci di volta in volta momenti di rara suggestione come nel caso dell’iniziale “A colloquio con i Nembi” la cui trama eterea funge da perfetta ouverture del disco. Le fascinazioni sonore che rimandano ai Mercury Rev di “Sora del Mont” con il suo irresistibile gramelot, e l’incontro tra realtà e fantasia di “Drago Bianco” ci conducono nel cuore del disco dove a spiccare sono il singolo “Rugby di Periferia” con lo sport che diventa metafora delle avversità della vita, e la splendida “Il Sogno del Gatto Melville” ispirata ad una leggenda cinese. Le storie della Grande Guerra dell’intensa “Osteria All’Antico Termine” ci conducono nella seconda parte del disco nella quale scopriamo le sperimentazioni de “La Smortina Innamorata”, la sofferta e dolcissima “Bussarti alla finestra con la neve” e la toccante “Venite Adoremus”. “Foresto Casa Mia” cantata in veneto chiude un disco di grande spessore che certamente rappresenta il vertice più alto della produzione artistica della Bottega Baltazar. Assolutamente consigliato.


Salvatore Esposito

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