Umbria Jazz, Perugia, 8-17 Luglio 21016

Anche quest'anno Umbria Jazz ha chiuso i cancelli rimbalzando tra i due poli del successo e della polemica. Il successo è stato decretato dalla oggettiva qualità del programma, corroborata da una presenza massiccia di pubblico a tutti gli eventi, anche quelli meno in vista ma che si sono svolti in luoghi sicuramente attrattivi, come la sala Podiani della Galleria Nazionale dell'Umbria o il complesso di San Pietro. La polemica è legata a questioni sopratutto locali, delle quali i giornali umbri hanno ampiamente parlato, che vedono contrapposti Carlo Pagnotta (la personificazione di UJ) e le amministrazioni. Si tratta in primo luogo di divergenze strutturali, legate a doppio filo al carattere della manifestazione - che è considerata, su un piano internazionale, una delle migliori nell’ambito del jazz e che, per questo, necessita di una spinta organizzativa di forte impatto - e alle politiche di promozione del territorio. Se quest’ultimo punto può sembrare superfluo da trattare, sopratutto perché un territorio come quello umbro non può che beneficiare, sul piano culturale come su quello economico, di un evento di massa che richiama con la musica centinaia di migliaia di persone ogni anno, quello dei contenuti di Umbria Jazz deve giocoforza essere oggetto di riflessione. 
Per un motivo tutto sommato semplice, che si inquadra in un ambito ambiguo che nessuno vuole comprendere fino in fondo: il festival si interseca con i luoghi pubblici, anzi si sviluppa dentro di essi, ammassa un numero straordinario di persone nei bar, negli alberghi, nei ristoranti, apre le porte di luoghi straordinari ma sconosciuti al grande pubblico, rilancia, nel quadro di una politica mirata a riconsiderare, su un piano storico e anche estetico, alcuni simboli della città di Perugia. E l’attesa è sempre grande, così come non possono non esserlo le pretese degli organizzatori. Alla tradizionale conferenza stampa di fine festival, che si è svolta domenica 17 luglio all’Hotel Brufani di Perugia, il direttore artistico Carlo Pagnotta ha evidenziato - con i toni che i locali conoscono e allo stesso tempo con l’autorità che gli è riconosciuta - una divergenza addirittura irriducibile tra la visione che ha fatto di Umbria Jazz uno dei festival più importanti d’Europa e il ruolo troppo passivo dei soggetti istituzionali. Soggetti che - a detta del direttore - non garantiscono una risposta adeguata alle esigenze che il festival genera e che si lasciano semplicemente (e appunto passivamente) trasportare dal flusso del successo degli eventi. È evidente che non abbiamo qui lo spazio per articolare la riflessione necessaria sugli argomenti della polemica (per altro interessanti anche su un piano generale, quello cioè del passaggio, del processo di trasformazione di un evento da “privato” a “pubblico”, da personale a collettivo, da straordinario a ordinario, tutte categorie che chiamano in causa un ordine antropologico nel quale la musica ha un ruolo centrale). Ma la musica, in questo caso, è il fenomeno a cui tutti (politici e musicisti, operatori culturali e ristoratori, imprenditori, manager, istituzioni) si aggrappano per evidenziare una posizione, per definire il nuovo e plausibile profilo di un ruolo anche vecchio e statico. E l’occasione andrebbe colta al volo per approfondire e ratificare una volta per tutte l’importanza fondamentale della produzione e promozione culturale: come volano di un’economia alternativa e come punto di irradiazione delle potenzialità di un territorio. 
Ciò detto, parliamo di numeri e di concerti. I numeri sono quelli degli incassi e delle presenze, entrambi più o meno previsti e in linea sia con la riduzione dei costi (che comprende a sua volta un leggero abbassamento dei prezzi dei biglietti e il ridimensionamento delle spese) sia con la fama della manifestazione: oltre trentamila paganti, di cui venticinque mila all’arena Santa Giuliana, per un incasso di circa un milione e duecentomila euro, oltre duecento eventi garantiti dalla presenza di circa quattrocentocinquanta musicisti. I concerti - come già sottolineato nel primo resoconto del festival, pubblicato la scorsa settimana in queste pagine - sono stati uno meglio dell’altro. I motivi sono principalmente due. Il primo è l’evidente qualità della musica proposta in strada. A differenza degli altri anni (anche se probabilmente il processo è in corso già da qualche edizione), i musicisti impegnati nelle session agli angoli delle vie principali dell’acropoli perugina hanno garantito una qualità eccellente. E, anche per questo, in molti si sono esibiti anche su alcuni palchi e luoghi simbolo della manifestazione e del centro storico. È il caso della formazione gipsy jazz Accordi & Disaccordi, del chitarrista olandese Vincent Van Hessen, degli Stick Bones, del percussionista Pedrito Martinez, della Allan Harris Band, della street band Funk Off, di Fred Wesley & The New JBs (che si sono esibiti, oltre che in strada, ai Giardini Carducci, in Piazza IV Novembre, alla Bottega del vino, alla Sala Caminetto della Rocca Paolina). 
Riguardo invece gli artisti di punta in cartellone, c’è stato obiettivamente l’imbarazzo della scelta, sia perché la proposta è stata molto differenziata (dal jazz ortodosso al varie forme di sperimentazione), sia perché i nomi sono delle garanzie: Charles Mingus, Chick Corea, Stefano Bollani, Daniele Sepe, Fabrizio Bosso, Enrico Rava, Pat Metheny, Paolo Fresu. M anche Melody Gardot, cantante e chitarrista piena di influenze (Radiohead e Duke Ellington) oltre che di talento e forza evocativa, Brandon Marsalis Quartet, Gianluca Petrella, George Clinton Parliament Funkedelic. Dalla densità della proposta di Umbria Jazz è emerso, come un gigante, Paolo Fresu. Il quale - come ho anticipato la scorsa settimana - ha portato a Perugia “Altissima luce”, la rielaborazione straordinaria del Laudario di Cortona, il manoscritto duecentesco composto da sessantasei laude di cui quarantaquattro con notazione musicale quadrata. La rilettura - che Fresu ha elaborato con Daniele Di Bonaventura - è stata proposta con un organico jazz composto, oltre che dai due fautori, da Marco Bardoscia al contrabbasso, Michele Rabbia alle percussioni e l’Orchestra da camera di Perugia. La cornice del concerto, la Basilica di San Pietro, ha rappresentato uno dei luoghi più belli della manifestazione di quest’anno. A proposito degli spettacoli dell’arena non si può non accennare al “Napoli Trip” di Stefano Bollani e alla raffinatezza fuori dal tempo del maestro Chick Corea. Entrambi i concerti sono stati proposti nell’ultima sera del festival, lasciando letteralmente il pubblico in visibilio. In un caso perché Bollani - che ha scelto Daniele Sepe al sassofono, Nico Gori al clarinetto e Jim Black alla batteria - ha proposto una lettura del patrimonio espressivo napoletano perfetta: jazz e popolare senza sbavature, accordata in un quadro di rimandi e interpretazioni perfettamente lineare e organico, coerente. Nell’altro caso perché Chick Corea (e i musicisti del suo quartetto: Kenny Garrett al sax, Wallace Rooney alla tromba, Christian McBride al contrabbasso e Marcus Gilmoree alla batteria) non sembra di questo mondo, per l’oculatezza degli arrangiamenti, la raffinatezza delle improvvisazioni, la perfezione del suono, l’eleganza delle citazioni (penso a “Sicily” che ha dedicato a Pino Daniele). È lui che ha abbassato il sipario e non poteva andare meglio: come ha scritto qualcuno, gli assi sono stati calati l’ultimo weekend, ed è significativo che la coda del festival abbia espresso con coerenza gli elementi più significativi della programmazione: l’alternanza e la sperimentazione, la tradizione dei masters (una tradizione che si configura anche nel jazz sempre come una cornice da riempire), l’elaborazione di un linguaggio articolato, innovativo ancorché comprensibile dentro le premesse stilistiche di ogni singolo autore. 



Daniele Cestellini
Posta un commento