Breabach – Astar (Breabach Records 2016)

Il quinto album dei Breabach ha un titolo paradigmatico. Difatti, “Astar” in gaelico significa ‘viaggio’ o ‘destinazione’ e il quintetto scozzese, al quale è andato il riconoscimento nel 2012 degli “Scots Trad Music Award”, ama trovare ispirazione in temi e melodie oltre i confini caledoni, dai nativi australiani a quelli neozelandesi, dalla Norvegia al Québec. Benché di base a Glasgow, Calum MacCrimmon (cornamusa delle Highlands, whistle, bouzouki e voce), Ewan Robertson (chitarra e voce), James D. Mackenzie (cornamusa delle Highlands, flauto e whistle), Megan Henderson (violino, voce e stepdance) e James Lindsay (contrabbasso) provengono da differenti angoli della Scozia, e la loro idea è di coniugare i diversi stili strumentali e vocali del paese usando strumenti acustici in modo innovativo, facendo propria la lezione dei padri revivalisti come Battlefield Band o Easy Club. Per “Astar” si sono affidati al violinista Greg Lawson alla cabina di produzione. Con una band che annovera due bagpipe ci si aspetterebbe un attacco potente e fulminante di aerofoni a sacco, invece l’approccio è misurato, perché “The Midnight Sun”, un tema che evoca l’esperienza memorabile del paesaggio nordico dalle parti del circolo polare, è guidato dal low whistle con il sostegno ritmico di chitarra e contrabbasso, cui si aggiunge il violino, che poi prende il largo ritagliandosi uno suo spazio melodico di primo piano. “Muriwari” è testimonianza del progetto “Boomerang”, che ha portato la band a confrontarsi con la cultura maori, e vede l’intervento vocale del nativo neozelandese Scott Morrison. La prima ballad del disco è “Outlaws and Dreamers”, scritta da uno dei padri del folk civile e politico scozzese, Dick Gaughan: una song che sfocia nello strumentale “De Drommonde”. Complice il violino a corde simpatiche hardanger di Olav Luksengård Mjelva (di The Nordic Fiddlers Bloc), riaffiorano accenti scandinavi nel set strumentale “Farsund”, che nel suo sviluppo porta, finalmente, in primo piano le cornamuse. La limpida vocalità di Megan Henderson si mette in bella mostra in “Mo Thruaighe Leir Thu 'Ille Bhuidhe”, canzone sul contrabbando di whisky. La sostanza strumentale e la forza d’insieme della band sono ben orchestrate in “The Ramparts”. Altro esito del progetto interculturale che ha visto i Breabach agli antipodi, è “The White Sands of Jervis Bay”, che combina un canto tradizionale cerimoniale del nuovo Galles del Sud (“Guku Manikay”) – intonato dall’artista nativo australiano Yirrmal Marika, accompagnato dal yidaki (strumento più noto come didgeridoo) di Mark Atkins – con un brano costruito su ritmo di una waulking song scozzese; dall’esperienza nella realtà aborigena australe scaturisce anche “Ribbon on Fire”, uscita dalla penna di Ewan Robertson. Sale la tensione ritmica in “Les Pieds Joyeux”, che comprende tre brani ispirati alla musica tradizionale quebeçoise con tanto di podoritmia e il violino di Olivier Demers di Le Vent du Nord. Un altro esempio di elaborazione su basi ritmiche tradizionali è lo strumentale “The Striking Clock”, mentre “Coisich a’ rùin” è la rielaborazione di un ben noto canto sulla lavorazione del tweed delle isole Ebridi, reso in modo molto diverso da quanto hanno fatto in passato i celebri Capercaillie. Nel segno della diaspora scozzese è “The Last March”, firmata dal violinista di Cape Breton John Morris Rankin. Ottimo senso melodico e lavoro ritmico, energia (già inscritta nel loro nome gaelico), versatilità delle voci e caratura compositiva con accentuata apertura interculturale fanno dei Breabach uno dei gruppi di punta della scena nu trad scozzese. Considerati tra i migliori live act in circolazione (e per quanto abbiamo visto lo scorso marzo a Babel Med, lo possiamo confermare), i Breabach saranno prossimamente in Italia, a Bologna il 26 agosto per il festival “Corti Chiese e Cortili” e il giorno dopo a Sampeyre a “Occit’amo”. Info su breabach.com 


Ciro De Rosa
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