venerdì 15 luglio 2016

Ad Amatrice il Festival delle Ciaramelle dal 5 al 7 agosto 2016

Il Festival delle ciaramelle è un’iniziativa organizzata da Giancarlo Palombini – docente di etnomusicologia all’Università di Perugia – con il supporto di vari soggetti e la media partnership di Blogfoolk, che vi ha dedicato una pagina in questo sito. Si tratta di un progetto articolato e calibrato sull’idea di convogliare ad Amatrice una serie di riflessioni sulle musiche popolari locali, le ciaramelle, l’ottava rima, il saltarello, ma anche il contesto sociale, paesaggistico e ambientale. Come si può leggere nelle righe che seguono, gli interventi previsti sono numerosi e nei tre giorni di festival: si alterneranno studiosi (Nico Staiti, Goffredo Degli Esposti, Placida Staro, Piero Arcangeli), musicisti (Giuseppe Spedino Moffa con Massimo Giuntini), suonatori locali e non (zampognari dalla Sicilia e dalla Basilicata), oltre che alcune associazioni che si occupano della tutela e valorizzazione della storia culturale e del paesaggio circostante (CAI). Alla base del progetto ci sono diverse considerazioni che nell’intervista che segue sono articolate con precisione, in modo da dare conto non solo del processo che ha portato all’elaborazione del programma. Ma soprattutto per dimostrare che, nella selva dei festival estivi e popolari, una programmazione orientata non solo alla performance di piazza ma piuttosto allo studio, alla conoscenza, all’elaborazione anche collettiva delle informazioni che inquadrano (sia localmente che non) le diverse forme di espressioni popolari, è possibile. Ne abbiamo parlato con Palombini proprio perché il suo punto di vista si pone – come ci dimostrano le numerose iniziative di cui si è occupato nell’arco della sua attività di studioso e come ci conferma il programma del Festival delle Ciaramelle – nello spazio della riflessione critica sulle musiche popolari. Le quali, come emerge spesso da queste pagine, non sono certamente una cosa sola o addirittura il riflesso automatico e passivo di qualcosa che è già stato. Sulla base di questo il Festival incontra tutti i soggetti che “lavorano” le musiche tradizionali dell’Alta Sabina e non solo. L’appuntamento è ad Amatrice dal 5 al 7 agosto.

Che cos’è il Festival delle ciaramelle?
Il festival è incentrato su questo strumento che nella zona dell’Alta Sabina e ad Amatrice si chiamano “le ciaramelle”. Esse individuano uno strumento che ha due canne melodiche, due chanter, e la sua particolarità è che è privo di bordoni. Questa caratteristica denota uno strumento anomalo rispetto a tutte le zampogne dell’area centro meridionale italiana, le quali hanno da due, tre e anche quattro bordoni. Questa particolarità dello strumento va di pari passo con la struttura scalare che esso può realizzare. Dopo un lungo lavoro di trascrizione e analisi delle musiche registrate, insieme a Piero G. Arcangeli abbiamo assodato che le ciaramelle utilizzano, uniche in Italia, su una struttura non tonale, ma modale, e abbiamo individuato come riferimento la modalità ipolidia. Indice di questa è la quarta aumentata nella scala che la caratterizza in modo peculiare. Naturalmente tutto il repertorio è fondato su questa modalità e quindi non permette l’ingresso di nuovi moduli canzonettistici tonali, che invece sono stati molto utilizzati da tutte le zampogne, come le canzonette degli anni trenta che poi si sono “tradizionalizzate”. Come diceva un suonatore che io ho conosciuto e intervistato molti anni fa: “con le ciaramelle non ci si può fare altro che questo”. Cioè i moduli che le caratterizzano sono limitati a quello che è il repertorio stereotipico di chi le suona. Il suonatore avrà un certo numero di “calate”, che sono di tradizione, trasmesse dagli altri suonatori che lo hanno preceduto, oppure inventati anche da lui ed elaborati. Quindi tutto il discorso della tradizione è sospeso tra improvvisazione e conservazione di moduli di altri. Questo è il processo attraverso il quale va avanti questo repertorio stereotipico delle ciaramelle. Con una riflessione di tipo più generale possiamo affermare che questa tradizione costituisce un bene culturale immateriale e per la sua stessa natura, a differenza dei beni materiali che vengono tutelati e conservati nei musei, la sua “tutela e conservazione” sta nella attualizzazione del suono che è proprio della performance.

Sulla base di queste particolarità e del fatto che si configurano questi poli dell’improvvisazione, dell’interpretazione, del mantenimento dei repertori e delle modalità di esecuzione, qual è oggi la situazione? Cioè è una realtà – quella localizzabile nell’Alta Sabina e nell’area di Amatrice – in cui lo strumento ha una presenza dinamica, oppure no?
A differenza di quanto potevamo pensare qualche anno fa – e lo abbiamo anche scritto, io e Piero G. Arcangeli – e cioè che questo strumento stava scomparendo con la scomparsa degli ultimi suonatori, si è verificato un nuovo fenomeno: l’avvento di nuovi suonatori che non hanno ripreso il repertorio in maniera revivalistica, ma hanno continuato quello che facevano i suonatori più vecchi. E lo hanno fatto nello stesso modo, quindi hanno rappresentato una continuazione naturale, senza aver apportato delle modifiche sostanziali al repertorio. 
Questi suonatori giovani – che sono sei o sette – stanno portando avanti il repertorio delle ciaramelle e sono certamente molto più dinamici dei vecchi suonatori, che erano legati a occasioni molto particolari e non suonavano in altre situazioni. Il repertorio delle ciaramelle comprende una sonata per la sposa, per il matrimonio, la sonata di accompagnamento al canto e la sonata per accompagnare il ballo. I nuovi suonatori, oltre che nelle occasioni tradizionali, suonano questo repertorio in occasione di spettacoli, in seminari organizzati. Oltre che i luoghi reali sono ora praticati anche i luoghi virtuali quali youtube dove si cimentano per un pubblico più vasto. Per questo dico, sono molto più dinamici pur conservando lo stesso repertorio. Uno dei motivi per cui ho pensato di organizzare questo festival, cioè non recuperare o salvare, ma dare un’ulteriore occasione a questi suonatori, anche attraverso il confronto con altre realtà, in cui esistono altri tipi di zampogne e con suonatori anch’essi giovani. Per questo saranno invitati giovani suonatori siciliani e lucani.

Il festival è articolato in varie fasi e prevede occasioni di incontro e di approfondimento. L’aspetto di cui hai parlato, cioè la possibilità che i suonatori avranno di confrontarsi con le varie tradizioni esecutive di altre aree e le idee attuali su questi strumenti, è soltanto una delle fasi del festival. La struttura abbraccia una programmazione più articolata: ci sono concerti, incontri, stage, ma c’è anche la volontà di riflettere sugli elementi principale che sono appunto le ciaramelle, ma anche altre forme di espressione come l’ottava rima, all’interno di un quadro che comprende anche elementi legati al territorio inteso in termini culturali o paesaggistici. Parliamo di come questa compresenza di soggetti e intenzioni è stata poi configurata nell’organizzazione dell’evento.
Il festival non è soltanto un’occasione di spettacolo, ma vuole unire e bilanciare vari tipi di esperienze, di espressioni e di attività. Oggi vediamo, per esempio, che vari festival (anche quelli dedicati alle zampogne) non fanno altro che spettacolo, cioè riempiono le piazze, sono sì un’occasione di incontro per suonatori, ma spesso tutto si esaurisce nel concerto. Noi abbiamo pensato di dedicare uno spazio significativo anche alla riflessione sui motivi per i quali restano in vita questi tipi di zampogne, in generale, e le ciaramelle in particolare. 
Così abbiamo pensato di organizzare un convegno sugli strumenti a fiato continuo in Italia, sull’uso, il riuso, i nuovi usi, le permanenze e le trasformazioni che interessano questi strumenti e un seminario conoscitivo sui vari tipi di strumenti, vi parteciperanno degli esperti come Nico Staiti – professore di organologia ed etnomusicologi all’università di Bologna -, che si occupa da molto tempo delle zampogne soprattutto siciliane, di organologia e di iconografia musicale, Goffredo Degli Esposti, musicista e polistrumentista specializzato nella ricerca e nella esecuzione della musica antica (col gruppo Micrologus) e tradizionale con varie formazioni, Piero G. Arcangeli, che, oltre a essere musicista, compositore ed etnomusicologo, è stato per molto tempo direttore dell’Istituto superiore di studi musicali G. Briccialdi di Terni, ha condotto molte ricerche in Umbria e nel viterbese e, insieme a me, ha lavorato, fin dalla fine degli anni settanta, su tutto il materiale alto-sabino e amatriciano. Abbiamo anche scritto, insieme a Mauro Pianesi, un libro – “La sposa lamentava e l’Amatrice…” – che raccoglie il frutto di tutte queste ricerche, che presenteremo, nella nuova edizione, in occasione del festival per la prima volta ad Amatrice. Questa parte di incontri di studio sarà seguita da diverse performance. La prima sera nel premio “Le ciaramelle d’argento” sono coinvolti tutti i ciaramellari. È pensato con un occhio ai premi storici sulle zampogne, ad esempio al premio di Erice “La zampogna d’oro”. Abbiamo voluto però fare qualcosa di meno pomposo: al vincitore verrà consegnata una targa d’argento. Si sfideranno i giovani suonatori, eseguendo i loro repertori e la giuria, che sarà composta dagli studiosi invitati, assegnerà il premio. Il premio non è soltanto un riconoscimento di merito, ma riguarda anche la carriera del suonatore.
In sostanza non si premia il vincitore di una gara: gli anni successivi, se avremo la possibilità di riproporre altre edizioni del festival, chi ha già preso il premio potrà partecipare alle performance ma non riceverlo di nuovo. Ci sarà di fatto una rotazione, come d’altronde si faceva anche ad Erice, che può stimolare anche nuovi suonatori a partecipare. La seconda sera è previsto il concerto dei suonatori invitati più il vincitore del premio. Eseguiranno il loro repertorio, che nel pomeriggio sarà stato l’oggetto del seminario con gli studiosi. Il terzo concerto è il clou del festival. Si tratta di un evento più rilevante, da un punto di vista anche mediatico, che vedrà come protagonista Giuseppe Spedino Moffa con il suo gruppo e con altri ospiti come Massimo Giuntini e Susanna Buffa. Questo per collegare le zampogne anche a un utilizzo fuori dalla musica tradizionale. Dal punto di vista invece del territorio, noi pensiamo di organizzare per i partecipanti delle visite guidate sul patrimonio architettonico (chiese, monumenti ecc.). Poi c’è l’ambiente, che è molto importante per la conca amatriciana, dove è rimasto abbastanza incontaminato. Sarà organizzata un’escursione TAM a cura del CAI di Amatrice, una passeggiata in montagna per individuare anche delle varietà vegetali rare quali le betulle, relitto delle ultime glaciazioni, che si concluderà con un incontro sotto il monumentale Cerro di Galloro, che ha un’età stimata di 600 anni. Questo appuntamento è a cura dell’associazione AIPS e prevede, oltre un ristoro, la presenza dei poeti in ottava rima e dei ciaramellari.

Ci sono anche alcuni aspetti del programma dedicati alla didattica…
È previsto un laboratorio di saltarello. Come sappiamo il saltarello è una danza molto diffusa nell’Italia centrale, che ha nelle Marche e sporadicamente in Umbria anche alcuni punti di persistenza. Nella zona dell’Alta Sabina il saltarello, chiamato “sardarella”, ha conservato una sua struttura particolare e molto virtuosistica. Secondo un’ipotesi generale che avevamo elaborato insieme a Piero G. Arcangeli nei tempi in cui avevamo analizzato il saltarello, da un punto di vista soprattutto musicale, si potrebbe considerare come una danza compensativa del lavoro che il contadino svolgeva nei campi soprattutto con gli arti superiori: la mobilità elevata delle gambe nel saltarello, in opposizione all’immobilità del tronco, potrebbe favorire quindi questa compensazione. Dal punto di vista coreutico il saltarello amatriciano è conosciuto anche in altre parti d’Italia, ma non è stato mai studiato approfonditamente, a parte in un breve articolo scritto da Donata Carbone negli anni ottanta. La Carbone lo ha scritto sotto la guida di Placida Staro, la prima etnocoreuta che si è interessata di danza popolare in ambito italiano. E’ stata quindi invitata a coordinare questo laboratorio la stessa Placida Staro e prevede la presenza di ballerini locali che saranno i veri docenti delle tecniche ma potranno riflettere sulle modificazioni e cambiamenti che il ballo ha via via subito. Non è quindi semplicemente un corso di saltarello, come ce ne sono tanti ma si tratta, più in generale, di fare un lavoro etnografico e anche di riflessione sulle trasformazioni che il ballo ha avuto in questi ultimi tempi. 
Va da sé che il festival non è rivolto solo ai locali. Ci sono aspetti che alla popolazione locale possono interessare, come per esempio la presenza dei suonatori provenienti dalle altre regioni, oppure il concerto finale. Ma, in generale, interessano sicuramente in misura minore gli incontri di approfondimento e di studio, che sono invece rivolti anche a una platea di amanti della musica popolare legata non solo alla performance, ma anche alla discussione, alla riflessione. Siamo fiduciosi che avremo un riscontro anche in questo senso. Certamente abbiamo cercato di fare di tutto per pubblicizzare l’evento sui canali online, come il sito e le pagine facebook. Di queste ultime una è dedicata alla presentazione del libro “La sposa lamentava e l’Amatrice”, un’altra è dedicata alla presentazione del percorso che sta portando alla realizzazione del festival, attraverso varie iniziative con protagonisti i più giovani, tra cui un concerto di organetto eseguito da una scuola locale. Tra le varie iniziative di preparazione al festival giovani locali c’è stato il coinvolgimento attraverso un concorso indetto per la realizzazione del logo e del manifesto della manifestazione che ha portato all’ideazione grafica del logo e del manifesto del festival. 


Daniele Cestellini

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