Yorkston Thorne Khan – Everything Sacred (Domino, 2016)

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Inevitabile che ascoltando le prime note di “Everything Sacred” – punto d’incontro tra il cantautore e chitarrista scozzese James Yorkston, il maestro di sarangi e cantante di musica classica indostana originario di Nuova Delhi Suhail Yusuf Khan e il contrabbassista inglese di scuola jazz Jon Thorne – il pensiero corra indietro nel tempo alle imperdibili figurazioni sonore della leggendaria Incredible String Band. In “Knochentanz” si producono in un lungo (tredici minuti abbondanti) dialogo improvvisativo strumentale e vocale. Gli arpeggi di chitarra incrociano il sarangi (liuto ad arco a manico corto non tastato, dotato di tre o quattro corde melodiche e un buon numero di corde simpatetiche), mentre il contrabasso aggiunge sostanza solida e creativa al contempo; l’ingresso del canto di Khan (nipote del grande Ustad Sabri Khan), poi, si pone in continuità con il timbro del cordofono indostano, la cui tessitura è affine alla voce umana. Le cronache ci raccontano che Yorkston si è fatto le ossa suonando come opening gig per Bert Jansch e John Martyn, mentre Thorne ha suonato, tra gli altri, con Donovan: nessuna meraviglia che ci si ritrovino echi estetici della ISB o di quegli altri campioni dell’elaborazione acustica che sono stati i Pentangle. Ma non siamo al cospetto di uno sbiadito flashback psichedelico e neppure di una forzatura di orientamento world del nuovo millennio. Piuttosto, il trio privilegia una folk fusion che procede con naturalezza, non è smemorata (James porta con sé i riferimenti al folk revival inglese) e, ciò che conta, funziona appieno.
Ascoltate “Little Black Buzzer” (firmata dal corrosivo Ivor Cutler), dove si assiste ad un’altra felice combinazione di voci e di strumenti, con Yorkston che imbraccia la nyckelharpa (altro strumento ad arco con corde di risonanza, di provenienza svedese) e duetta con la cantante irlandese Lisa O’Neill e con gli inserti del bol (canto ritmico sillabico) di Khan. Voce maschile e femminile ancora accostate nel sognante lirismo di “Song for Thirza”, pescata dal repertorio della compianta Lal Waterson. Accoppiata sarangi e contrabbasso in “Vachaspati/Kaavya”, mentre nella title-track le voci sono quella lievemente velata di Thorne e di Khan, su un piano strumentale messo a punto da delicati arpeggi di chitarra e passaggi di nyckelharpa e sarangi. Ritorna l’ordito di chitarra-contrabbasso-sarangi in “Sufi Song”, dove Khan canta un adattamento dei versi del poeta Bullesh Shah. Segue l’intimismo di “Broken Wave”, commiato per il bassista Doogie Paul, scomparso poco prima dell’incisione dell’album. Nello strumentale conclusivo, “Blues Jumped The Goose”, i tre convergono nell’intricato sentiero che sprigiona dal fremito delle corde: il solo della chitarra di Yorkston si prende la prima parte del brano, poi si aggregano contrabbasso e liuto ad arco indiano e qualche tocco di harmonium, sviluppando un gran gioco di incastri. 


Ciro De Rosa
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