Mimmo Locasciulli – Piccoli Cambiamenti (Believe Digital, 2016)

Anticipato dal singolo “Confusi in playback”, cantata in una versione inedita a due voci con Luciano Ligabue, “Piccoli Cambiamenti” è il doppio album che celebra i quarant’anni di carriera di Mimmo Locasciulli. Sbocciato artisticamente in quella fucina di talenti che era il Folkstudio, il cantautore abruzzese nel corso della sua carriera ha coltivato la sua passione per la canzone d’autore, esplorando numerosi sentieri sonori dal rock all’elettronica, dal blues al jazz, il tutto senza mai abbandonare la sua attività di medico e chirurgo. Per festeggiare questo importante anniversario Locasciulli ha riletto alcuni brani del suo repertorio, con l’aggiunta di un inedito ed una imperdibile bonus track, una vera e propria festa in musica, a cui non manca la partecipazione di alcuni amici con i quali ha condiviso il suo percorso artistico da Francesco De Gregori ad Enrico Ruggeri, da Andrea Mirò a Gigliola Cinquetti, passando per Alessandro Haber, Stefano Delacroix e Frankie hi-nrg mc. Abbiamo intervistato il cantautore abruzzese per farci raccontare questo nuovo progetto discografico, e senza dimenticare un focus sul suo approccio al songwriting.

Com’è nata l’idea di realizzare “Piccoli Cambiamenti”, doppio album antologico che celebra i tuoi quarant’anni di carriera?
Questo disco nasce dalla richiesta dei miei estimatori più fedeli di pubblicare un disco in commercio, solo per loro, personalizzando ogni compia e da richiedere solo via e.mail. E’ uno zoccolo duro di fan e quindi ero ben felice di accontentarli. Così, mi sono messo alla ricerca delle canzoni da poter reincidere, e riconfezionare in modo diverso rispetto alle versioni originali, e mi sono trovato con una mole di lavoro incredibile. Ne avevo selezionate, infatti, una sessantina e ho cominciato a lavorarci più di tre anni fa. Casualmente poi mi è stato suggerito che ero alla vigilia dei miei quarant’anni di carriera e che sarebbe stato carino festeggiarlo in qualche modo. Ho parlato con chi si occupa di me dal punto di vista discografico e abbiamo cambiato direzione, decidendo di realizzare questo doppio album.

In che modo si è indirizzato il tuo lavoro nella selezione dei brani da inserire in questo doppio album?
La difficoltà principale è stata proprio scegliere le canzoni, perché dalle sessanta iniziali sono dovuto arrivare a queste diciannove. Non volevo fare qualcosa come “il meglio di” o “il best of”, ma piuttosto volevo che fosse un disco che rappresentasse tutti i passaggi del mio percorso musicale, e questo per accontentare non solo tutti, ma anche me stesso. Infatti, ci sono brani di successo che non sono stati inseriti o canzoni che ho scelto proprio perché non avevano avuto grandi riscontri di ascolti, o ancora quelle che mi danno maggiori emozioni rispetto ad altre.

Come hai approcciato le riletture dei brani che hai scelto? In questo senso come si sono evoluti i brani anche rispetto al palco?
Il titolo del disco è eloquente perché l’aggettivo piccoli fa riferimento proprio ai lievi cambiamenti che ho apportato a queste canzoni, senza mai stravolgerle. Per la maggior parte di esse, ho tenuto la stesura originaria, cambiando giusto un po’ l’abito a certi arrangiamenti. Ho ricantato e suonato piano ed organo in tutte le canzoni, aggiunto archi o sax dove c’erano chitarre e viceversa, scelto soli differenti, ma sostanzialmente l’impalcatura originaria non è stata modificata. Ripeto la vera difficoltà è stata tirare fuori dall’elenco altre quarantuno canzoni su cui avevo lavorato e che, adesso, sono un patrimonio per farne altri cinque di dischi come questo. 

“Piccoli Cambiamenti” è stata anche l’occasione per riportare alla luce brani del passato, uno su tutti la splendida “Cala La Luna”…
“Cala La Luna” fu uno dei miei primi successi, faceva parte dell’album “Intorno a trentanni” del 1982, un disco molto apprezzato e conosciuto, per altro ancora disponibile su iTunes. In questa nuova versione ho proposto l’arrangiamento che ho confezionato per i concerti molto trascinante. Nel disco ho inserito però anche canzoni ancora più vecchie come le due tratte dal disco che feci per il FolkStudio che ormai è veramente introvabile. E’ stato come riportare alla luce vecchi reperti, e devo dire che è stato molto piacevole anche far tornare a nuova vita canzoni che ho sempre amato e che per varie ragioni, per come va anche il mondo della musica, non si ascoltavano più.

Nel disco è presente anche un brano inedito, la title-track. Com’è nato questa canzone?
E’ una prefazione ideologica e di contenuti a tutto il disco, ma anche uno sguardo verso i cambiamenti del tempo, di quello che ci circonda, della musica che ne segue il ritmo. E’ la summa e l’indice di tutte le emozioni che sono riportate nelle canzoni che ho inserito. Quando ho capito che avrei fatto un disco non solo per gli appassionati, ma un doppio come una festa di compleanno con gli amici, ho visto che mancava una presentazione sonora del disco. Non era bello che non ci fosse almeno un brano inedito e, così, ho scritto questa canzone con Roberto Kunstler, ben noto per aver collaborato con Sergio Cammariere ed Alex Britti, e al quale avevo prodotto il suo primo album “Gente Comune” del 1985.

Come mai hai deciso di non inserire canzoni più recenti, come “Hotelsong” dallo splendido “Piano Piano” del 2004?
Non ho voluto mettere in questo disco canzoni recenti perché lo sfizio era quello di andare a vestire di colori nuovi le canzoni più lontane nel tempo, con l’eccezione della sola “Aiuto” che è del 2006. Prendiamo le canzoni degli anni Ottanta con quel suono tipico dell’epoca, devo dire che riportare il passato nell’attuale mi sembrava più giusto. “Idra”, “Sglobal” e “Piano Piano” non sono ancora invecchiati dal punto di vista stilistico da avere una necessità impellente di essere restaurati. Non toccherei mai “Hotelsong” o “Un po’ di tempo ancora” perché sono belle già così ed al massimo avrei potuto aggiungerci degli archi, o ancora tutte le canzoni di “Idra”. Credo che non ci metterò mai le mani sopra anche per la grandezza dei musicisti che ci hanno suonato, farei un torto a me stesso. Forse avrei potuto trovare delle tracce alternative, ma sono troppo recenti per un restyling.

Nel disco sono presenti anche diversi ospiti, ma sarebbe meglio dire i compagni di viaggio dei tuoi quarant’anni di carriera…
Per questa gioiosa ricorrenza ho voluto festeggiare insieme alle persone con le quali ho incrociato il mio percorso artistico, e quindi oltre a Francesco De Gregori, mi piace citare Stefano Delacroix, Alessandro Haber, Enrico Ruggeri, Frankie Hi-Nrg, Andrea Mirò, con i quali ho collaborato in diverse occasioni. C’è poi anche Gigliola Cinquetti con la quale c’è un amicizia antica, perché vent’anni fa le produssi un disco con sette canzoni mie, due di Enrico Ruggeri ed una degli Avion Travel. Quel disco non fu molto apprezzato in Italia, ma al contrario ebbe molto successo in vari paesi europei ed in Giappone, dove facemmo una meravigliosa tournée nei principali teatri, e pubblicammo un doppio live con le riprese della Tv Giapponese. Devo dire che Gigliola è una grandissima artista e non potevo non chiederle di venire a nobilitare una delle mie canzoni. In ogni caso tutti gli amici che hanno partecipato a questa bella avventura sono soltanto il frutto della stima reciproca e non di una operazione commerciale o discografica. Mi dispiace aver lasciato qualcuno fuori come Claudio Lolli, a cui ho prodotto un disco, o Goran Kuzminac, o anche Paola Turci, con la quale ho cantato una canzone. Manca poi anche Büne Huber, il leader dei Patent Ochsner, straordinario gruppo svizzero che quest’anno ha vinto ben tre Swiss Award come miglior gruppo, miglior live e miglior disco. Avrei voluto inserire nel disco in “Scharlachrot” che tradotto in italiano è “Rosso Scarlatto”, ma non ho fatto in tempo a registrare con lui a Berna. Il brano era già pronto come tessitura musicale e mancavano le sue voci e le sue chitarre, ma gli è nato un figlio e non ha avuto più tempo, ma lo recupereremo nel prossimo disco. 

In “Confusi in playback” ospiti poi Luciano Ligabue…
Quando io ed Enrico Ruggeri scrivemmo questa canzone avemmo subito la percezione che sarebbe stata un successo perché era profonda e godibile al tempo stesso. A trent’anni di distanza non ha perso il suo smalto, ed è stato bello averla riproposta con Liga, che trent’anni fa ne cantava l’incipit, insieme a Maio.

Altro ospite è il tuo conterraneo ‘Nduccio con il quale canti la bonus track conclusiva “Oh Mammamia!”…
‘Nduccio, che in realtà si chiama Germano D’Aurelio, è un cabarettista abruzzese molto noto nell’Italia centrale, ma ancor di più è famoso per aver partecipato ad alcuni programmi televisivi con Renzo Arbore, oltre che per essere stato ospite fisso di “Ho perso il trend”, la trasmissione di radio uno con Ernesto Bassignano. ‘Nduccio è un mio amico da sempre, siamo abruzzesi tutti e due, siamo nati a venti chilometri l’uno dall’altro, e ci siamo incontrati varie volte sul palco. Non ricordo bene se a febbraio o marzo dello scorso anno mi inviò una mail con una canzone appena abbozzata che lui riteneva adatta a me. Io gli risposi dicendo che invece era adatta ad essere cantata insieme. Modificai il testo, registrai la parte musicale ed infine registrammo il duetto con molta allegria. Abbiamo girato anche un videoclip molto divertante per questo brano per il quale abbiamo affittato addirittura un peschereccio! Insomma è nato tutto in modo casuale, per gioco. In questa festa di compleanno non poteva mancare una bonus track, come quando inviti gli amici a cena ed alla fine porti il dessert come sorpresa.

Come sei riuscito ad integrare nella tua vita l’essere un chirurgo e l’attività di cantautore?
Fortunatamente sono riuscito a fare entrambe le cose. Fin da ragazzo sapevo che avrei fatto il medico, così come mi piaceva la musica. Suonavo l’organo, dopo aver studiato pianoforte classico per otto anni. Ho sempre pensato che, per me, la musica potesse essere non solo un gran divertimento, ma anche un’elmemento di aggregazione con gli amici. All’epoca si andava a suonare alle feste, era possibile allargare le conoscenze, ed avere una modalità di ingresso nei vari posti dove c’erano i miei coetanei. La musica era ed è un passaporto per la felicità, e non avrei mai rinunciato anche a livello solo materiale ad essa. Se avessi fatto solo il medico, senza avere successo come cantautore, penso che oggi avrei un gruppo con il quale starei in giro a fare cover dei Rolling Stones o di Bob Dylan. Non avrei mai abbandonato il piacere di suonare. E’ accaduto tutto per caso, ho cominciato a fare un disco mezzo clandestino al FolkStudio e devo dire che per i primi dischi pensavo che ognuno di loro potesse essere l’ultimo. Poi è arrivato il successo consolidato, la mia attività artistica ha assunto ed ha ancora una dimensione anche professionale. Ho un ufficio che si occupa in qualche modo di me, e questo mi ha permesso di accettare questa doppia vita e coltivarla senza troppi sacrifici. 

Da medico, quanto consideri curativa la musica?
E’ una sorta di compensazione. Il lavoro di chirurgo, secondo le statistiche, insieme al lavoro di copyrighter pubblicitario è il lavoro più stressante. Io ho sperimentato sulla mia pelle quanto sia stressante questo lavoro, per cui avere dall’altra parte dell’esistenza questa amaca di riposo e beatitudine che può essere costituita dalla musica mi ha aiutato moltissimo. Chi scrive musica non è un duro di cuore ma ha una sensibilità più profonda e questo mi ha aiutato a considerare la mia attività medica non solo come un lavoro, ma anche come una possibilità di dare una mano, di essere utile. 

Ci puoi parlare del processo creativo alla base del tuo songwriting?
Dopo quarant’anni di interviste posso dirti che quando si dà una risposta ad una domanda di questo tipo, capita poi di ripensarci su e di dire cose diversi quando viene riproposta. Negl’anni ho compreso che la motivazione a scrivere nasce da una esigenza personale. Scrivo per me, o forse esclusivamente per me. Scrivo quando quello che vivo, le circostanze, i fatti, le notizie, tutto quello che attraversa la mia quotidianità, lascia un segno di risposta emotiva. Certe volte questa risposta emotiva si materializza in un discorso con gli amici, in una conversazione, o in una imprecazione. Altre volte prende forma di immaginazione, ci si aggiungono immagini, parole, che io custodisco come fosse un salvadanaio. Non scrivo una canzone ogni volta che ho una risposta emotiva, per lo meno, questo ho capito. In questo salvadanaio ci sono tante di queste emozioni, suggestioni e poi è come se all’improvviso si rompesse. In quel momento, anche magari dopo mesi o anni in cui non ho mai toccato il pianoforte, se non per un concerto o una registrazione, sento la sua attrazione per comporre. 
Accendo il registratore, ho un fogliettino su cui prendo gli appunti, un’immagine, un titolo, delle parole e comincio a suonare e canticchiare per cinque, sei ore di seguito. E’ in quel momento che ho scritto il disco. Lavoro sulla musica, registro tutto, gli arrangiamenti, la base musicale, mi metto davanti al microfono, senza testo scritto e mi metto a cantare una due, tre, quattro, cinque volte, ogni cosa che mi viene in mente, magari leggendo qualche appunto che avevo preso. Basta poi che riascolti cosa ho cantato ed in effetti ho l’ottanta per cento del testo. Trascrivo poi tutto, lo cesello e faccio il canto definitivo. Questa è una metodologia venuta fuori negli ultimi anni. Quando avevo vent’anni scrivevo dieci canzoni al giorno e ne buttavo undici, oggi invece mi sembra di scrivere molto più lentamente, ma quello che scrivo è difficile che lo butti.

“Idra” “Sglobal” e “Piano Piano” sono tre dischi bellissimi quanto diversi dal punto di vista musicale e concettuale. Come si indirizzerà il tuo songwriting nel prossimo futuro?
Sto già lavorando ad un disco di inediti, perché un po’ di tempo fa avevo avuto questa attrazione a comporre da parte del pianoforte. Ho, quindi, un bel po’ di appunti da tradurre in registrazioni. Diciamo che non mi metto mai a confezionare un disco con un’idea precisa, mi lascio guidare dalle emozioni del momento, dai musicisti che mi sono vicini. La mia idea era quella di fare un disco con mio figlio Matteo. Lui ha suonato e suona con me, quando è possibile, perché vive a Parigi dove si occupa di composizioni per il cinema e la televisione. Insieme a lui ho lavorato benissimo anche per questo disco, perché è molto creativo, molto veloce e vorrei che fosse lui a curare la direzione degli arrangiamenti del prossimo. Ho fatto dischi con le orchestre, un disco elettronico, un disco acustico, diciamo che non sono legato ad uno stile perché non ho mai scritto la stessa canzone e questo può essere un pregio ed un difetto, per cui la sorpresa sarà grande anche per me quando avrò capito che direzione dare al mio disco.

Concludendo, come saranno i concerti con i quali promozionerai “Piccoli Cambiamenti”?
Anche in questo caso i discorsi sono complicati. Fino a dieci anni fa potevi permetterti di riunire il gruppo a fine marzo, invitarli a cena e dire: “da giugno a settembre abbiamo venti, trenta concerti”. Oggi è molto più difficile, perché si è ristretto un po’ tutto il panorama live, non ci sono più grandi occasioni, gli assessorati sono in crisi e non si fanno le rassegne. Ci sono solo i concerti a pagamento, i ragazzi non hanno più una lira. Si suona molto meno, a meno che non sei un top seller come Zucchero o De Gregori o Ligabue, e bisogna fare di necessità virtù. I musicisti devono vivere e non posso impegnarsi per una intera estate per fare un paio di concerti, quindi bisogna avere due batteristi, due contrabbassisti, un po’ un alias per ogni strumentista. E’ necessario poi rispondere un po’ alle anche alle necessità degli organizzatori. Se il budget è piccolo facciamo un concerto in trio, se è più adeguato facciamo un concerto in quartetto o anche con la formazione al completo. La canzone “Piccoli Cambiamenti” da solo con il pianoforte o il trio non renderebbe, tuttavia gran parte delle canzoni posso eseguirle con tutte le formazioni.



Mimmo Locasciulli – Piccoli Cambiamenti (Believe Digital, 2016)
Le dinamiche del mercato discografico ci hanno insegnato che spesso le antologie nascono in momenti particolari della vita di un gruppo o di un artista, portando con sé motivazioni di carattere prettamente commerciale. A questa regola però corrispondono eccezioni che riservano sorprese di non poco conto. E’ il caso di “Piccoli Cambiamenti”, recente doppio album antologico pubblicato da Mimmo Locasciulli per celebrare i quarant’anni di carriera. Si tratta di una raccolta di grande pregio che dona nuova luce ad una selezione di diciotto brani del suo songbook a cui si aggiungono la title-track inedita e una divertente bonus track. Come ci ha raccontato nell’intervista che precede, il cantautore abruzzese ha scelto questi brani tra non solo tra i suoi successi, documentandone i “piccoli cambiamenti” e evoluzioni naturali che hanno avuto sul palco, ma anche pescando tra le sue composizioni meno note al grande pubblico, per presentarle in una nuova veste. Coadiuvato dal figlio Matteo e da alcuni compagni di viaggio come Francesco De Gregori, Enrico Ruggeri, Andrea Mirò, Alex Britti, Alessandro Haber e Stefano Delacroix con i quali ha spesso incrociato il suo percorso musicale, Locasciulli ci offre la possibilità di riscoprire perle come “Canzone di Sera” e “Tra lo Utah e Tel Aviv” tratte dal suo disco di esordio “Non rimanere là”, inciso nel 1975 per Edizioni Folkstudio, brani di vibrante attualità come la dilaniana “Il Suono Delle Campane”, riflessioni personali (“I musicisti sono così”), e spaccati di pura poesia tirate a lucido come l’imperdibile nuova versione di “Cala La Luna”, e il duetto con Gigliola Cinquetti “Come viviamo questa età”. Nel mezzo non mancano le ben note “Aria di Famiglia” cantata a due voci con Enrico Ruggeri, la bella versione di “Confusi in playback” con Luciano Ligabue, l’immancabile “Intorno a trend’anni” e il duetto irresistibile con Frankie hi-nrg in “Una vita elementare”. L’ascolto svela arrangiamenti diretti ed essenziali nei quali il blues, jazz e rock incontrano la canzone d’autore tra i tasti bianchi e neri del pianoforte di Locasciulli. In questo contesto si inseriscono perfettamente tanto la programmatica title-track con testo di Roberto Kunstler che funge da perfetta ouverture per questa antologia, quanto la brillante e divertente bonus track “Oh mammamia!” nata dalla collaborazione con il cabarettista ‘Nduccio”. Onore al merito a Mimmo Locasciulli per averci regalato un antologia con i fiocchi, perfettamente rappresentativa del suo songwriting e della suo essere cantautore in continuo movimento ed alla costante ricerca di nuove soluzioni musicali.



Salvatore Esposito
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