Afro Celt Sound System – The Source (ECC Records, 2016)

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A volte dietro al mixer, altre ispiratore e ideatore di progetti o, ancora, avanti sul palco da front-man, Simon Emmerson (60 anni lo scorso marzo) ha attraversato le stagioni più innovative e avventurose del sound globale britannico e della world music, anche prima che il termine entrasse nel circuito mediatico. Sua creazione – a partire dal 1995 – il progetto Afro Celt Sound System si è rivelato avamposto di sperimentazione, dove si mescolano tradizioni millenarie, strumenti acustici e suoni tecnologici. Passati dieci anni dal precedente album in studio (“Anatomic”), Afro Celt Sound System celebrano il ventennale con “The Source”, titolo paradigmatico per la nuova incarnazione voluta da Emmerson (chitarre, cittern, bass programming, elettronica) e da Jamie Reid (artwork e visuals). Accanto a loro, la line-up base vede il sodale di vecchia data, il guineano N’Faly Kouyaté (voce, kora, balafon, percussioni, calabash e kirin), il nuovo arrivato, lo scozzese delle Terre Alte occidentali Griogair Labhruidh (voce, rap, cornamusa delle Highlands, whistle, chitarra elettrica), Johnny Kalsi (dhol, percussioni, beats e programamzione), Mass (tastiere, beats ed elettronica), Moussa Sissoko (tama, djembe e calabash). Non secondario è il valore aggiunto portato da uno stuolo di assortiti ospiti deluxe (tra i quali Dhol Foundation, Shooglenifty, Davy Spillane, Ronan Browne e Emer Mayock). “The Source” è stato assemblato partendo da materiali registrati in una serie di intense collaborazioni frutto di visite, incontri e session in studio. 
Il disco si apre con “Calling in the Horses”, dove le invocazioni di Faly e del coro narrativo delle cinque connazionali, Les Griottes, si appoggiano a effetti ambient, percussioni e chitarre fino al manifestarsi delle uilleann pipes e del whistle del maestro Spillane. 
Le atmosfere sospese sfociano in “Beware Soul Brother”: qui si fa avanti la voce femminile irlandese di Rioghnach Connolly (che ha rilevato il cantante Iarla Ó Lionáird), mentre il soffio delle pipes continua a inframmezzare il lungo ipnotico brano, che riprende il titolo di un’antologia poetica di Chinua Achebe. Il muro di percussioni fa da sostegno al flauto in “Magnificent Seven”, costruita con un irresistibile crescendo di uillean pipes (Ronan Browne) e cordofoni. Anche nella successiva “Cascade”, aperta dalla voce di N’Faly Kouyate, ritroviamo la potente e assortita stratificazione sonica degli Afro Celts, data dal fertile crossover di tradizione mandinga, reel, peurt à beul e rap di Griogair (la grande nuova forza di questo organico rinnovato) con i suoi connazionali Shooglenifty, che ci aggiungono tutta la loro verve trad-prog): trionfante. Non perde colpi la band con “A Higher Love”, la cui parte vocale fonde canto mandinka, mouth music e rap gaelico, e nel soul-bluesy-african-irish jig feel di “Honey Bee”. Ci si ferma a respirare con un'altra composizione di lunga durata (quasi dieci minuti), “Where Two Rivers Meet”, che sembra portarci in territori psichedelici. Si prosegue sul terreno evocativo con “Mansani/ Taladh”: cascami di note di kora, voce africana che intona una vecchia canzone, cori responsoriali, inserti prog di whistle, plettri e l’arpa di Seána Davey che incrocia l’arpa-liuto. 
Il canto gaelico “Tàladh” intonato da Griogair e Lucy Doogan si fonde mirabilmente con la vocalità dell’Africa occidentale africana. In “Child of Wonder”, lo spoken word di Pàl Ó Siadhail, che legge un estratto dal volume “Wonder and the Medicine Wheels”, su un tappeto di percussioni, tastiere ed elettronica, innesti di kora chitarre e flauto fino all’ingresso del coro femminile gaelico Urar che si aggrega a Griogair in una waulking song (i canti ritmici intonati nella lavorazione del tweed). Il mood funky-punjabi di “Desert Billy” fa ripartire le danze con dhol e percussioni di Johnny Kalsi e gli Shooglenifty. In pista pure con la festa afro-beat e funky (cori, kora e fiati) di “The Communicator”. “The Soul of a Sister” ci riporta le impennate vocali di Kouyate, con il coro Les Griottes e in un cambio imprevedibile, di quelli a cui gli Afro Celts ci hanno abituati, entra un coro che intona una waulking song. Come in ogni celebrazione nella conclusiva “Kalsi Breakbeat” arrivano i fuochi d’artificio in un’esplosione di tamburi, sequenze elettroniche, cornamuse e corde. Un grandissimo ritorno. 


Ciro De Rosa
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