Massimiliano Larocca – Un mistero di sogni avverati. Massimiliano Larocca canta Dino Campana (Brutture Moderne/Audioglobe, 2016)

Cantautore fiorentino dalle radici ben salde nella canzone d’autore italiana, come nella roots music americana, Massimilano Larocca, disco dopo disco, si è via via liberato dei riferimenti musicali d’oltreoceano, per far ritorno a casa con “Un mistero di sogni avverato”, quinto album in carriera che lo vede rileggere in forma canzone le liriche visionarie di Dino Campana, con la complicità di Riccardo Tesi, Sacri Cuori, Cesare Basile, Hugo Race e Nada. Abbiamo intervistato Larocca per farci raccontare la genesi di questo progetto, nato nel 2001 in occasione del suo debutto discografico, soffermandoci sulla scrittura delle musiche e le fasi di arrangiamento e registrazione del lavoro.

Quasi quindici anni fa debuttavi con il tuo disco dedicato a Dino Campana. Un progetto già allora, in nuce, di grande pregio, ma che consideravi solo un esperimento il cui ascolto era riservato a pochi amici. Com'è nata lo scorso anno l'idea di riprenderlo in mano e registralo di nuovo?
Non considero quello il mio primo disco, bensì il mio primo approccio alle registrazioni. Era solo un piccolo EP su quattro piste dove cercai di fissare le prime versioni di quei brani tratti dai “Canti Orfici”, in un modo ancora molto amatoriale. Col tempo per fortuna io sono poi migliorato tecnicamente e musicalmente, è il mio amore per Campana che è rimasto immutato. Nel 2014 invece è arrivato il centenario della prima pubblicazione dei “Canti Orfici”. Lì ho sentito il primo squillo, ma è stato solo quando ho avuto chiara in testa la "storia" che volevo costruire attorno a questo gruppo di canzoni che mi sono deciso a dare forma compiuta ad un progetto che era rimasto congelato per tanti anni.

Questo progetto è stato un continuo Work in progress anche dal vivo avendo tu spesso portato in scena un recital dedicato a Dino Campana. Come sono cresciute queste canzoni negli anni?
Le ho sempre tenute in tasca, proponendole spesso dal vivo. E anzi una di queste, "La petite promenade du poete", la inclusi anche nel mio secondo album "La breve estate" del 2008. Ma quello che mancava era un progetto organico, la cornice giusta da costruire su questo lavoro, che non è certamente mai stato una semplice collezione di buone canzoni. Credo che un progetto così particolare, che implicava prendere in mano le parole e il sangue di una personalità complessa come quella di Campana, necessitasse di una fase embrionale così lunga e sofferta. Quando le porte si sono aperte, poi, il disco è venuto di getto, forse perché covato in tutto questo tempo. 

Cosa ti ha affascinato della poesia di Campana?
Il mio primo approccio fu molto naif se vogliamo. Ancora adolescente, imbevuto del mito dei poeti maudit e delle rockstar decadenti, venni a sapere di un poeta mio conterraneo dalle vicende intense e tormentate.  Lessi per la prima volta i Canti Orfici a 17 anni, e non ci capii molto. Ma mi arrivò la scossa, l'elettricità che è propria della poesia campaniana. Col tempo la mia conoscenza e il mio approfondimento della sua opera si sono ovviamente estesi. E ho capito che quella di Campana è un'esperienza poetica con pochi uguali in Italia, perchè parte dal romanticismo e dal simbolismo, che appartenevano all'epoca appena antecendente la sua, attraversa il futurismo e le avanguardie del primo Novecento, e infine le supera, gettandosi nel contemporaneo, vista la sua attualità. Non so quanti poeti nostrani abbraccino un arco temporale così ampio, e soprattutto così internazionalmente riconosciuto e riconoscibile.

Dal punto di vista compositivo come hai approcciato la scrittura musicale dei brani? Quanto hai "tradito" i testi originali?
La mia soglia di tradimento delle poesie dei Canti Orfici è esattamente pari a zero.  Dato che i testi vengono cantati esattamente per come sono leggibili sulla pagina. Certamente non li ho traditi a livello testuale. Si potrà dire che posso averli traditi a livello musicale, ma qui ovviamente si entra nel campo del gusto o, ancor di più, delle sensibilità. E trovo assolutamente legittimo che ognuno "senta" Campana a modo suo. Ognuno ha il "suo" Campana, e non credo di aver potuto accontentare tutti. Certamente ho accontentato me e il mio amore per lui.

Quali sono state le difficoltà che hai incontrai in fase di scrittura musicale dei brani?
Non ricordo grandi difficoltà. Fu piuttosto un lavoro seriale e metodico, perchè credo di aver lavorato su moltissime pagine dei Canti Orfici, per poter uscire con le 13 canzoni del disco. Ricordo ancora che le melodie fuoriuscirono molto velocemente, spontaneamente. Ora: io sono uno che crede nella dedizione e nel lavoro artigianale quanto crede al talento e all'intuizione. Però in quel lavoro sulle poesie campaniana è accaduto davvero qualcosa di magico per quanto mi riguarda, perchè tutti i brani nacquero in pochissime settimane. 

Quali sono le identità e le differenze tra il primo disco in embrione e questa nuova versione più matura?
Sono differenze innanzitutto interpretative. Sono maturato come cantante ma soprattutto conosco sempre meglio Campana, che in questi quindici anni ho letto e riletto. Solitamente riprendo in mano i Canti Orfici almeno una volta all'anno. 
Poi ci sono differenze di arrangiamento e armoniche, che sono frutto del lavoro di team fatto con Riccardo Tesi e Sacri Cuori. Resta la scrittura melodica nuda come punto di continuità tra il passato e il presente. Ecco forse già in quel primo lavoro c'era in nuce questo: un certo passo ritmico melodico che ho poi sviluppato come caratterizzante e che adesso sto cercando di abbandonare per trovare nuove strade.

Questo disco rinnova la tua collaborazione con i Sacri Cuori. Quanto è stato importante il loro contributo per la contestualizzazione sonora delle liriche di Campana?
Prima di parlavo della "storia" che ho costruito attorno alle canzoni e a Campana. Ebbene la storia è proprio questa: l'incontro tra Riccardo Tesi e i Sacri Cuori, che è poi l'incontro tra il lirismo toscano e l'anima sanguigna romagnola. Un incontro al confine, come sul confine tra Toscana e Romagna si trova Marradi, paese natale di Campana. Sacri Cuori in questo disco rappresentano quindi l'anima e il corpo del poeta. Considera anche che Antonio Gramentieri vive a Modigliana, che è il paese adiacente a Marradi, ed hai il quadro della cosa. Loro sono una band che amo e stimo moltissimo, che hanno cambiato indubbiamente il mio modo di pensare e suonare la mia musica. Ma in questo disco non sono stato io, come nel precedente, a calarmi nel loro mondo. Qui abbiamo completamente sparigliato le carte, le abbiamo gettate su un tavolo e abbiamo provato a rimettere ordine. Sacri Cuori sono una band che ha una capacità di osmosi senza rivali in Italia, e in questo disco lo hanno dimostrato una volta di più

Nel disco ritrovi anche Riccardo Tesi con il quale hai collaborato spesso nella tua carriera...
Riccardo verrà sempre ricordato per il legame con il suo strumento, l'organetto diatonico. Che ha certamente portato ai confini della realtà, e oltre. Ma per me rimane semplicemente uno dei più grandi melodisti che abbiamo, e non solo in Italia. I temi di organetto che ha composto per questo disco sono autenticamente meravigliosi, e il modo in cui li canta attraverso lo strumento lo è ancora di più.  Il suo percorso di musicista è partito dalla tradizione toscana ed è sfociato nella contemporaneità. In questo ho rivisto il percorso stesso di Campana e della sua poesia.

Al disco partecipano anche Hugo Race, Cesare Basile e Nada. Come sono nate queste collaborazioni?
Innanzitutto: gli ospiti non sono stati utilizzati in quanto tali, ma come tante, diverse voci interiori di Campana stesso. Nessuno dei tre canta, ma bensì leggono, evocano. Galleggiano in una zona che è quasi fuori dalla musica stessa. Le voci della poesia sono molte, altrettante quelle della musa. E Campana deve averne sentite molte. Nello specifico: Hugo Race è un caro amico, ha una voce importante, ha un percorso di totale alterità rispetto alla media dei musicisti della sua e della mia generazione. Con Campana si sposava benissimo e oltretutto lui interpreta Il Russo, un personaggio deviato che Campana conobbe in una delle sue degenze manicomiali. Nada è La voce per eccellenza, per quanto mi riguarda. È una donna tenera e potente, esattamente come la poesia che legge, "La sera di fiera". Ho lavorato con Nada per molti mesi lo scorso anno, in un progetto con e per ragazzi disabili. È stato intenso e duro, e ci ha fatti incontrare su un terreno senza protezioni, a nervi ed emozioni scoperte. Un incontro importante oltre che un piccolo sogno per me, che la stimo incondizionatamente da sempre. Ci è presa così bene che siamo finiti l'uno a lavorare nel disco dell'altro. Anche se io sono quello che ne ha tratto più benefici e più gioia, ovviamente.

Come si è indirizzato il lavoro in fase di arrangiamento?
Ci sono state tre fasi di lavoro. Nella prima io, Tesi e Gramentieri abbiamo fatto una prima stesura di arrangiamenti. Qui Riccardo ha elaborato molti dei temi portanti dei brani. La seconda fase è stata quella delle registrazioni base del disco, fatte in tre giorni di studio e che ha impegnato me, Tesi, Gramentieri e Sapignoli. È stato tutto molto spontaneo e immediato, lavorando su quel canovaccio. La terza fase è stata quella delle (poche) sovraincisioni, incluso il terzo sacro cuore coinvolto ovvero Checco Giampaoli, oltre agli ospiti.

Quali sono le sfumature liriche della poetica di Campana che hai voluto esaltare e far emergere?
La poesia di Campana vive di grandi furori. Di elettricità. Peraltro "elettricità" è un aggettivo per l'epoca estremamente moderno che nei Canti Orfici ricorre spesso. Sono elettriche le lampade, le lune, le stelle.  C'è questa forte tensione, e anche sospensione, che abbiamo cercato di ricreare in brani come "L'invetriata", "Barche amorrate" o "Genova". Ma c'è anche una intimità e una dolcezza quasi straziante, che non potevamo ignorare. In questo l'organetto ha un ruolo sostanziale ed è davvero la voce lirica del progetto.

Quali sono i brani in cui emerge di più la tua personale visione di Dino Campana?
Non c'è e non ci può essere una visione univoca. La personalità di Campana era complessa come lo fu la sua vicenda biografica. Il nostro volere era restituire questo, e ricreare in qualche forma, mutuandola dalla definizione che Campana stesso dava alla propria lirica, la "Poesia Musicale Europea Colorita".

Concludendo, come saranno i concerti in cui presenterai questo progetto?
Riproporremo tutte le canzoni del disco, integrandole con alcune letture e musiche strumentali originali, con la formazione al completo. Sarà uno spettacolo che non si vedrà spesso, ma lo si vedrà sempre al meglio.


Massimiliano Larocca – Un mistero di sogni avverati. Massimiliano Larocca canta Dino Campana (Brutture Moderne/Audioglobe, 2016)
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Era il 2001 quando Massimiliano Larocca muoveva i suoi primi passi nel mondo della musica, dando alle stampe il suo Ep di debutto, nel quale rileggeva in musica alcune poesie di Dino Campana. Nonostante fosse registrato solo su un quattro piste, quel disco - per chi come il sottoscritto ha avuto il privilegio di ascoltarlo - lasciava intravedere bene già tutte le sue potenzialità del cantautore fiorentino, che vennero in luce pianamente quattro anni dopo con “Il Ritorno delle Passioni”. Da allora tante cose sono cambiate, di acqua sotto a Ponte Vecchio ne è passata tanta, e Massimilano Larocca ha continuato a girare l’Italia con le sue canzoni e a sfornare un disco migliore dell’altro, fino al più recente “Qualcuno Stanotte” del 2014, inciso con i Sacri Cuori. A distanza di due anni da quest’ultimo, il cantautore fiorentino torna con “Un mistero di sogni avverati. Massimiliano Larocca canta Dino Campana”, album che prosegue il lavoro cominciato nel lontano 2001 e proseguito senza interruzioni sul palco con lo spettacolo omonimo, portato a lungo in giro per l’Italia. Ingiustamente ignorato in vita e rivalutato solo successivamente, Campana con i suoi “Canti Orfici” è considerato oggi uno dei massimi poeti italiani del Novecento, e laddove la sua vicenda biografica è stata oggetto di molti film e spettacoli teatrali, Larocca ha voluto rendergli omaggio, mettendo in luce la musicalità intrinseca delle sue liriche visionarie, tenendo fede alla definizione che lo stesso poeta toscano dava ai suoi testi ovvero “poesia musicale europea colorita”. Conservando integri testi e metriche e lasciandosi ispirare dal ritmo naturale dei versi, il cantautore toscano, vi ha aggiunto i suoi personali colori musicali spaziando dal folk al rock fino a toccare il tango argentino, facendo emergere tutta la potenza evocativa dei versi campaniani. Registrato in presa diretta nell’arco di solo tre giorni a Pistoia, con la produzione di Riccardo Tesi (organetto diatonico e tastiere), il disco vede la partecipazione di diversi strumentisti come i due Sacri Cuori romagnoli Antonio Gramentieri (chitarre elettriche, chitarre acustiche, bass six), e Diego Sapignoli (batteria e percussioni), Francesco Giampaoli (basso elettrico), Daniele Biagini (pianoforte), Gianfilippo Boni (tastiere e sintetizzatore), nonché le voci di Claudio Ascoli e Serenza Benvenuti, nonché gli ospiti speciali Nada, Hugo Race e Cesare Basile. Il risultato è un disco di raro fascino e bellezza, nel quale si incontrano le trame world dell’organetto di Tesi con il rock cinematografico dei Sacri Cuori, il tutto impreziosito dalla intensa ed evocativa voce di Larocca. Il lavoro cominciato da solo dal cantautore toscano, sedimentatosi è maturato naturalmente, evolvendosi in un progetto corale nel quale la musica è fluita in modo spontaneo pervadendo i testi del poeta di Marradi. Aperto dalle atmosfere waitsiane de “La Petite Promenade du Poete”, il disco trova subito il suo vertice con la splendida “Une femme qui passe” nella quale brilla l’intreccio tra l’organetto di Tesi e la chitarra di Gramentieri su cui si innesta la voce di Larocca. Le ruvide atmosfere elettriche di “Batte Botte” ci conducono a quel gioiello che è “Poesia Facile” in cui spicca la partecipazione di Cesare Basile alla voce e alla chitarra. I versi recitati da Nada de “La sera di fiera” fungono da introduzione perfetta per le atmosfere quasi tex mex di “Vi amai nella città dove per sole”, in cui ancora una volta è protagonista l’organetto di Tesi nel cesellare il refrain, a cui segue l’intensa “L’invetriata”. Se “Fantasia su un quadro d’ardegno soffice” è riletta in chiave tanguera, la successiva “Tre giovani fiorentine camminano” si colora di spensierati ritmi caraibici. La voce di Hugo Race che fende la pianistica “Il Russo” ci conduce verso il finale in cui scopriamo il fascino noir de “Le Barche Amorrate”, i versi di “Genova” recitati da Claudio Ascoli e la superba “In un momento” che chiude il disco. “Un mistero di sogni avverati” è, dunque, non solo uno dei dischi cantautorali più interessanti di quest’anno, ma anche il punto più alto della discografia di Massimiliano Larocca.


Salvatore Esposito
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